L’eleganza era lì, irrinunciabile, anche quando bisognava cantare l’euforia estiva degli italiani in vacanza. Per lui al massimo poteva essere Una rotonda sul mare, ballare sì, ma possibilmente un lento, languido e carezzevole, niente yé yé e dozzinali hully gully da spiaggia. La vocazione del resto la portava già nel nome, Alfredo Buongusto, ma fu perfezionata stringendo il nome a Fred, più diretto e più “americano”, e togliendo una “u” al cognome perché alla fine Bongusto forse suonava meglio. La rotonda sul mare, dove “vedo gli amici ballare ma tu non sei qui con me”, era una delle migliaia di rotonde a bordo mare dove l’Italia oltre alle vacanze stava scoprendo i 45 giri, i juke box, le avventure stagionali e la folgorante velocità di canzoni che riuscivano a racchiudere un mondo intero in tre minuti. Gli amori si potevano addirittura sintetizzare in poche semplici …
L’eleganza era lì, irrinunciabile, anche quando bisognava cantare l’euforia estiva degli italiani in vacanza. Per lui al massimo poteva essere Una rotonda sul mare, ballare sì, ma possibilmente un lento, languido e carezzevole, niente yé yé e dozzinali hully gully da spiaggia. La vocazione del resto la portava già nel nome, Alfredo Buongusto, ma fu perfezionata stringendo il nome a Fred, più diretto e più “americano”, e togliendo una “u” al cognome perché alla fine Bongusto forse suonava meglio. La rotonda sul mare, dove “vedo gli amici ballare ma tu non sei qui con me”, era una delle migliaia di rotonde a bordo mare dove l’Italia oltre alle vacanze stava scoprendo i 45 giri, i juke box, le avventure stagionali e la folgorante velocità di canzoni che riuscivano a racchiudere un mondo intero in tre minuti. Gli amori si potevano addirittura sintetizzare in poche semplici strofe come in Tre settimane da raccontare, con quella disinvoltura che piaceva tanto alla nuova borghesia che si era formata intorno al boom economico. Era una borghesia che cercava identità e distinzione, che amava molto rispecchiarsi in canzoni emancipate, moderne, ma sussurrate con garbo e discrezione, senza furori e trasgressioni en travesti. Una storia d’amore poteva anche vivere e concludersi nel ristretto giro di una ventina di giorni, senza che nessuno si scandalizzasse. Altro che amori eterni. Malizia sì, ma con decenza. “Amore fermati” cantava il raffinato Bongusto, “questa sera non andartene”, e quindi si parlava di un’avventura in corso, forse l’avventura di una sola notte, un’ammissione di spigliata modernità che aveva bisogno di essere compensata e allora arrivava il tocco di classe: “c’è un’orchestra tra le nuvole, la tua canzone suonerà”. Cosa non s’inventerebbe per trattenere una donna.
Fred Bongusto, morto ieri a 84 anni dopo una lunga malattia (i funerali a Roma lunedì alle 15, nella Chiesa degli artisti in piazza del Popolo), era soprattutto un crooner, un cantante confidenziale come si diceva all’epoca, traducendo alla meglio il termine americano che era una parolina da quattro soldi ma che rendeva bene l’idea già nel suono. Il crooner all’italiana lo faceva benissimo, con la dovuta ironia, e l’obbligo del napoletano, vedi Doce Doce, che ai tempi era la lingua internazionale del night club, e che lui pronunciava piuttosto bene, con solo una punta lieve di residuo molisano, anzi di campobassese, la cadenza della città dove era nato nel 1935. Se proprio doveva scatenarsi, lo faceva in chiave jazz, per cantare di “Spaghetti, pollo, insalatina e una tazzina di caffè” e chissà poi perché questa spaghettata con l’agognata Lola si svolgeva a Detroit, forse perché agli italiani l’America è sempre piaciuto sognarla, in tutte le possibili chiavi.
Cantava con le finali spalancate, quelle ”a” ed “e” molto aperte a fine verso che erano un suo marchio di fabbrica e facevano la gioia dei suoi numerosi imitatori. Era l’eroe supremo di un certo stile della canzone italiana coltivato all’ombra protettiva dei locali notturni, fondamentale scuola per gli intrattenitori “confidenziali”, quelli che dovevano sussurrare frasi romantiche, stuzzicare malizie di coppie spesso illegittime, avvolgere tutto di morbide fantasie e non urlare troppo per non impedire che si potesse dire qualche parolina mentre si ballava o si cenava al lume di candela ascoltando musica dal vivo. Arte umile e preziosa che del resto ha prodotto capolavori, se solo pensiamo a Estate di Bruno Martino, che ha fatto il giro del mondo. La stessa scuola dalla quale uscirono Nicola Arigliano e Peppino Di Capri, grande amico di Fred, col quale ha spesso unito le forze sul palcoscenico e che ieri lo ha ricordato così: “Anche il mio amico Fred se n’è andato in punta di piedi...Oltre alla sincera amicizia, ci legava l’amore per il nostro lavoro, ci uniscono tanti momenti dei tempi in cui inseguivamo il successo in quel mondo sempre in evoluzione, difendendo lo stile ’night’ che man mano si affievoliva”.
Di questa magia tutta italiana si accorse il maestro João Gilberto. Dopo aver già scoperto e lanciato nel mondo Estate, in uno dei suoi rari dischi di studio, inserì nel 1991 la delicatissima Malaga. “Il mio amore è nato a Malaga” diceva la canzone “il mio cuore resta a Malaga, in quella casa dal patio antico, quante dolcezze ti ho sussurrato” niente di più niente di meno, più che parole erano piccoli tocchi messi lì come pennellate in un quadro a colori pastello. Ma l’elegante semplicità di questo pezzo riassume perfettamente il fascino discreto di Bongusto. Successi a parte, il suo repertorio nasconde fantastici gioielli tutti da riscoprire. Uno per tutti la sua versione di Stardust. Cercatela col titolo italiano di Polvere di stelle. Nella sua strepitosa rivisitazione a tempo di lento swing con spazzole e pianoforte, il pezzo si trasforma in una perfetta ballata in dialetto napoletano e la scintillante polvere dell’originale americano diventa: “tu tien’ a polvere di stelle, e je rest’ ‘cca, povero Dio”. Da Frank Sinatra alla commedia all’italiana. Com’era giusto che fosse.
Fred Bongusto, morto ieri a 84 anni dopo una lunga malattia (i funerali a Roma lunedì alle 15, nella Chiesa degli artisti in piazza del Popolo), era soprattutto un crooner, un cantante confidenziale come si diceva all’epoca, traducendo alla meglio il termine americano che era una parolina da quattro soldi ma che rendeva bene l’idea già nel suono. Il crooner all’italiana lo faceva benissimo, con la dovuta ironia, e l’obbligo del napoletano, vedi Doce Doce, che ai tempi era la lingua internazionale del night club, e che lui pronunciava piuttosto bene, con solo una punta lieve di residuo molisano, anzi di campobassese, la cadenza della città dove era nato nel 1935. Se proprio doveva scatenarsi, lo faceva in chiave jazz, per cantare di “Spaghetti, pollo, insalatina e una tazzina di caffè” e chissà poi perché questa spaghettata con l’agognata Lola si svolgeva a Detroit, forse perché agli italiani l’America è sempre piaciuto sognarla, in tutte le possibili chiavi.
Cantava con le finali spalancate, quelle ”a” ed “e” molto aperte a fine verso che erano un suo marchio di fabbrica e facevano la gioia dei suoi numerosi imitatori. Era l’eroe supremo di un certo stile della canzone italiana coltivato all’ombra protettiva dei locali notturni, fondamentale scuola per gli intrattenitori “confidenziali”, quelli che dovevano sussurrare frasi romantiche, stuzzicare malizie di coppie spesso illegittime, avvolgere tutto di morbide fantasie e non urlare troppo per non impedire che si potesse dire qualche parolina mentre si ballava o si cenava al lume di candela ascoltando musica dal vivo. Arte umile e preziosa che del resto ha prodotto capolavori, se solo pensiamo a Estate di Bruno Martino, che ha fatto il giro del mondo. La stessa scuola dalla quale uscirono Nicola Arigliano e Peppino Di Capri, grande amico di Fred, col quale ha spesso unito le forze sul palcoscenico e che ieri lo ha ricordato così: “Anche il mio amico Fred se n’è andato in punta di piedi...Oltre alla sincera amicizia, ci legava l’amore per il nostro lavoro, ci uniscono tanti momenti dei tempi in cui inseguivamo il successo in quel mondo sempre in evoluzione, difendendo lo stile ’night’ che man mano si affievoliva”.
Di questa magia tutta italiana si accorse il maestro João Gilberto. Dopo aver già scoperto e lanciato nel mondo Estate, in uno dei suoi rari dischi di studio, inserì nel 1991 la delicatissima Malaga. “Il mio amore è nato a Malaga” diceva la canzone “il mio cuore resta a Malaga, in quella casa dal patio antico, quante dolcezze ti ho sussurrato” niente di più niente di meno, più che parole erano piccoli tocchi messi lì come pennellate in un quadro a colori pastello. Ma l’elegante semplicità di questo pezzo riassume perfettamente il fascino discreto di Bongusto. Successi a parte, il suo repertorio nasconde fantastici gioielli tutti da riscoprire. Uno per tutti la sua versione di Stardust. Cercatela col titolo italiano di Polvere di stelle. Nella sua strepitosa rivisitazione a tempo di lento swing con spazzole e pianoforte, il pezzo si trasforma in una perfetta ballata in dialetto napoletano e la scintillante polvere dell’originale americano diventa: “tu tien’ a polvere di stelle, e je rest’ ‘cca, povero Dio”. Da Frank Sinatra alla commedia all’italiana. Com’era giusto che fosse.