J'accuse di Polanski: quanto è attuale il caso Dreyfus
Natalia Aspesi
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di NATALIA ASPESI
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Il regista racconta antisemitismo e pregiudizi con il nuovo film “L’ufficiale e la spia”
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Lo sussurrano con distacco, ironia, un educato disprezzo i superbi personaggi dello Stato Maggiore dell’esercito francese: “ebreo, ebreo, ebreo!”. Il popolino schiacciato contro il cancello è come sempre più spiccio, urla “morte, morte all’ebreo!”. Il nuovo film di Roman Polanski si apre con questa scena crudelissima: uno spazio sconfinato, un drappello che avanza da lontano a passo d’oca, i soliti gesti di sudditanza militare, gli ordini stentorei del comando. All’irrigidito e spettrale capitano Dreyfus, che la Corte Marziale ha giudicato colpevole di alto tradimento, un soldato strappa i gradi, gli orpelli, le decorazioni, sfodera la spada e la spezza: a terra, tutto l’onore di una giovane vita ridotto a un mucchietto di scarti. La condanna gridata davanti all’esercito e al popolo è la degradazione, l’espulsione dall’arma, il carcere a vita. Il condannato grida due volte, inutilmente, &ldquo…
Lo sussurrano con distacco, ironia, un educato disprezzo i superbi personaggi dello Stato Maggiore dell’esercito francese: “ebreo, ebreo, ebreo!”. Il popolino schiacciato contro il cancello è come sempre più spiccio, urla “morte, morte all’ebreo!”. Il nuovo film di Roman Polanski si apre con questa scena crudelissima: uno spazio sconfinato, un drappello che avanza da lontano a passo d’oca, i soliti gesti di sudditanza militare, gli ordini stentorei del comando. All’irrigidito e spettrale capitano Dreyfus, che la Corte Marziale ha giudicato colpevole di alto tradimento, un soldato strappa i gradi, gli orpelli, le decorazioni, sfodera la spada e la spezza: a terra, tutto l’onore di una giovane vita ridotto a un mucchietto di scarti. La condanna gridata davanti all’esercito e al popolo è la degradazione, l’espulsione dall’arma, il carcere a vita. Il condannato grida due volte, inutilmente, “Sono innocente!”. Tutta la Francia è contro di lui, traditore della patria perché ebreo: il popolo, il ministro della guerra, il governo, l’esercito, i conservatori, gli intellettuali antisemiti, i cattolici tradizionalisti raccolti attorno al quotidiano La Croix: ormai il caso è chiuso. È un episodio vergognoso della storia della opulenta Terza Repubblica che tutto il mondo conosce anche attraverso il romanzo storicamente impeccabile di Robert Harris, L’ufficiale e la spia (Mondadori), che è pure cosceneggiatore del film: il cui protagonista non è Dreyfus (Louis Garrel) ma il tenente colonnello George Picquart che ha la faccia bella con baffi, composta e pensosa, di Jean Dujardin.
Tutti e due alsaziani, Dreyfus è di una ricca famiglia ebrea di industriali tessili, Picquart è antisemita. Dreyfus è rinchiuso in una catapecchia nella disabitata isola del Diavolo, senza contatti col mondo, coi ferri ai piedi. Picquart viene promosso capo del controspionaggio e si ritrova in uno sgangherato luogo pieno di ceffi tra cui il grosso colonnello Henry (Gregory Gadebois) che cerca di sabotare il nuovo capo. I metodi dei servizi segreti sono rozzi, sguattere che raccolgono le carte stracciate e le consegnano in chiesa, la posta aperta col vapore e ricopiata, calligrafi (Mathieu Amalric) bugiardi, prove distrutte e prove inventate malamente eppure ritenute valide.
È ovvio che questo film raccontando una tragedia umana e politica del passato, che però ha avuto una giusta fine per il coraggio di un solo uomo e di chi gli ha creduto, si allaccia al presente, anche in Italia, al nuovo antisemitismo criminale e all’incomprensibile razzismo anche troppo pubblicizzati da tv e social avidi di pubblico sinistro e ansioso di vendetta senza nemici. Il tempo di Picquart e del suo onore ne fa uno Sherlock Holmes in divisa, circondato dallo squallore di luoghi e personaggi, luci fioche nelle case dalle pareti di legno scuro, la polvere negli interminabili corridoi scricchiolanti, e forse gli odori dei letti sfatti da cui ci si alza e veste senza lavarsi. Picquart scopre che l’ufficiale francese Esterhazy passa personalmente delle carte al suo bell’innamorato italiano: lavorando in segreto e spiato dai suoi sottoposti che gli nascondono documenti, l’antisemita scopre che l’ebreo è innocente e il suo incrollabile senso di giustizia che supera ogni altro sentimento gli fa chiedere la riapertura del processo, un pellegrinaggio da generale a generale, da ministri a magistrati, nessuno lo ascolta, qualcuno lo minaccia. Tra i tanti intellettuali, Anatole France e Marcel Proust lo sostengono, la sinistra è incerta, divisa, aristocratici e potenti contro, il paese sull’orlo della guerra civile.
È ovvio che un film come questo girato apposta in modo classico, comprensibile, ha un valore politico e umano necessario anche oggi, anche in Italia. Il 13 gennaio 1898, tre anni dopo la condanna, il quotidiano L’aurore esce con il famoso titolo a tutta pagina “J’accuse…! Lettera al presidente della Repubblica” firmato Emile Zola (nel film Picquart lo vede distribuire chiuso nel carrozzone che lo porta in carcere). Il processo si farà, Dreyfus sarà condannato di nuovo con pena minore, poi nel 1906 graziato e reintegrato nell’esercito. Pure Zola sarà condannato e fuggirà in Inghilterra; Picquart diventerà per tre anni ministro della guerra col primo ministro Clemenceau: e qui Polanski ci riserva una sorpresa, non si sa se fatto storico o sua invenzione.
Storia di fine Ottocento, quindi di maschi possibilmente in divisa e signore scollate con ventaglio, c’è anche Emmanuelle Seigner, moglie di Polanski, non bella e quindi ultraerotica, adultera amante di Picquart, ed è il solo personaggio del film di cui non si sa nulla.
Vincitore alla mostra di Venezia del gran premio della giuria, la cui presidente in quanto donna aveva annunciato il suo scontento per la presenza del film, Variety lo ha accusato di “oscenità” per aver tentato un parallelo tra se stesso e Dreyfus, secondo Polanski “un’idiozia”. In quanto appassionata di cinema e di Polanski, pur essendo femmina e deprecando da più di quarant’anni il crimine di stupro di cui il regista si disse responsabile, sorvolando sulla attuale rivelazione di una violenza subita da una ex modella 45 anni fa, amiche donne sono con voi, però lasciatemi vedere i suoi film senza sentirmi in colpa soprattutto questo, perché aiuta tutti, donne e uomini, a riflettere sull’oggi.