Mariss Jansons, l'umiltà di un maestro
Leonetta Bentivoglio , di LEONETTA BENTIVOGLIOIl grande direttore d'orchestra è morto a San Pietroburgo a 76 anni
Benché sia fastidioso e quindi sconsigliabile l’uso dei superlativi, è impossibile non definire bravissimo e serissimo il direttore d’orchestra lettone Mariss Jansons, morto a 76 anni a San Pietroburgo, dove abitava.
Pochi maestri contemporanei hanno avuto il suo prestigio, da lui incarnato sempre con un rigore estremo, una vocazione certosina verso gli approfondimenti e un’autentica umiltà, virtù assai rara nei campioni del podio. Da uomo di fede, pensava che una fetta ingente del saper dirigere fosse “un regalo di Dio”: la tecnica non basta, “quella si può studiarla”, ma in più, per toccare le alte sfere musicali, ci vogliono “talento innato e carisma”, diceva. Sembrava mettersi al servizio di tali doni da soldato semplice, non da generale. Il che lo ha reso particolarmente ammirevole.
Figlio di una famiglia d’origine ebraica, era cresciuto nella musica. Il padre era il direttore A…
Pochi maestri contemporanei hanno avuto il suo prestigio, da lui incarnato sempre con un rigore estremo, una vocazione certosina verso gli approfondimenti e un’autentica umiltà, virtù assai rara nei campioni del podio. Da uomo di fede, pensava che una fetta ingente del saper dirigere fosse “un regalo di Dio”: la tecnica non basta, “quella si può studiarla”, ma in più, per toccare le alte sfere musicali, ci vogliono “talento innato e carisma”, diceva. Sembrava mettersi al servizio di tali doni da soldato semplice, non da generale. Il che lo ha reso particolarmente ammirevole.
Figlio di una famiglia d’origine ebraica, era cresciuto nella musica. Il padre era il direttore A…
Benché sia fastidioso e quindi sconsigliabile l’uso dei superlativi, è impossibile non definire bravissimo e serissimo il direttore d’orchestra lettone Mariss Jansons, morto a 76 anni a San Pietroburgo, dove abitava.
Pochi maestri contemporanei hanno avuto il suo prestigio, da lui incarnato sempre con un rigore estremo, una vocazione certosina verso gli approfondimenti e un’autentica umiltà, virtù assai rara nei campioni del podio. Da uomo di fede, pensava che una fetta ingente del saper dirigere fosse “un regalo di Dio”: la tecnica non basta, “quella si può studiarla”, ma in più, per toccare le alte sfere musicali, ci vogliono “talento innato e carisma”, diceva. Sembrava mettersi al servizio di tali doni da soldato semplice, non da generale. Il che lo ha reso particolarmente ammirevole.
Figlio di una famiglia d’origine ebraica, era cresciuto nella musica. Il padre era il direttore Arvid Jansons, la madre cantava da mezzosoprano. Nacque a Riga nel ’43, durante l’occupazione nazista, e studiò al Conservatorio di Leningrado per poi perfezionarsi a Vienna con Hans Swarowski e a Salisburgo con Herbert von Karajan. Un altro suo punto di riferimento fu Yevgeny Mravinsky, direttore dell’Orchestra Filarmonica di Leningrado, con cui nei primi anni Settanta lavorò come assistente. Poi, nell’85, Jansons sarebbe divenuto direttore principale della stessa formazione russa.
Lungo la sua carriera è stato tra l’altro a capo della Filarmonica di Oslo e dell’Orchestra sinfonica di Pittsburgh. Dal 2004 al 2015 ha lavorato alla testa del Concertgebouw di Amsterdam e dal 2003 conduceva l’Orchestra sinfonica della Radio bavarese. Ha guidato come ospite le maggiori orchestre americane ed europee, e ogni estate era al Festival di Salisburgo. Molto amato dai Wiener Philharmoniker, nel 2016 salì per la terza volta sul podio del Concerto di Capodanno a Vienna.
Soffriva di cuore da tempo: nel ’96, mentre dirigeva a Oslo Bohème, era stato colpito da un infarto. Si riprese, continuando a viaggiare e a lavorare, ma la sua debolezza cardiaca era nota. Forse anche per questo esprimeva nella musica una speciale sensibilità “di cuore” molto diretta e toccante. È stato spesso ospite della Scala, ed eccelleva nelle esecuzioni dei compositori russi, da Ciaikovski a Prokofiev. Ma restano memorabili anche le sue interpretazioni di Berlioz, Dvo?ák e Mahler.
Pochi maestri contemporanei hanno avuto il suo prestigio, da lui incarnato sempre con un rigore estremo, una vocazione certosina verso gli approfondimenti e un’autentica umiltà, virtù assai rara nei campioni del podio. Da uomo di fede, pensava che una fetta ingente del saper dirigere fosse “un regalo di Dio”: la tecnica non basta, “quella si può studiarla”, ma in più, per toccare le alte sfere musicali, ci vogliono “talento innato e carisma”, diceva. Sembrava mettersi al servizio di tali doni da soldato semplice, non da generale. Il che lo ha reso particolarmente ammirevole.
Figlio di una famiglia d’origine ebraica, era cresciuto nella musica. Il padre era il direttore Arvid Jansons, la madre cantava da mezzosoprano. Nacque a Riga nel ’43, durante l’occupazione nazista, e studiò al Conservatorio di Leningrado per poi perfezionarsi a Vienna con Hans Swarowski e a Salisburgo con Herbert von Karajan. Un altro suo punto di riferimento fu Yevgeny Mravinsky, direttore dell’Orchestra Filarmonica di Leningrado, con cui nei primi anni Settanta lavorò come assistente. Poi, nell’85, Jansons sarebbe divenuto direttore principale della stessa formazione russa.
Lungo la sua carriera è stato tra l’altro a capo della Filarmonica di Oslo e dell’Orchestra sinfonica di Pittsburgh. Dal 2004 al 2015 ha lavorato alla testa del Concertgebouw di Amsterdam e dal 2003 conduceva l’Orchestra sinfonica della Radio bavarese. Ha guidato come ospite le maggiori orchestre americane ed europee, e ogni estate era al Festival di Salisburgo. Molto amato dai Wiener Philharmoniker, nel 2016 salì per la terza volta sul podio del Concerto di Capodanno a Vienna.
Soffriva di cuore da tempo: nel ’96, mentre dirigeva a Oslo Bohème, era stato colpito da un infarto. Si riprese, continuando a viaggiare e a lavorare, ma la sua debolezza cardiaca era nota. Forse anche per questo esprimeva nella musica una speciale sensibilità “di cuore” molto diretta e toccante. È stato spesso ospite della Scala, ed eccelleva nelle esecuzioni dei compositori russi, da Ciaikovski a Prokofiev. Ma restano memorabili anche le sue interpretazioni di Berlioz, Dvo?ák e Mahler.