Kristen Stewart: sott’acqua ho ripreso fiato
Roberto Croci , di ROBERTO CROCIProtagonista del fanta-thriller Underwater, Kristen Stewart ci svela anche un suo nuovo progetto: "Sarà il mio primo film da regista: racconta una scrittrice dipendente da alcol, droga e sesso"
LOS ANGELES. Kristen Stewart non è una di quelle star di Hollywood che hanno sempre paura di dire quello che pensano. Ne sono testimone dopo una lunga chiacchierata, bellissima. Le sue risposte sono schiette, senza giri di parole, spesso intercalate da imprecazioni. Non ama le interviste mordi-e-fuggi, a lei piacciono i ragionamenti complessi. E soprattutto detesta le risposte a effetto suggerite dagli addetti stampa.
Da ieri è nelle sale italiane il thriller sci-fi Underwater di William Eubank dove interpreta Norah, una ricercatrice in una stazione sottomarina. Dopo un terremoto i sopravvissuti dovranno affrontare scelte estreme per sfuggire a una terribile minaccia.
Che c'entra lei con questo ruolo?
"Quando il mio agente mi ha spedito la sceneggiatura e ho visto che il regista era William Eubank mi sono incuriosita. Oltre a essere piuttosto giovane (ha 37 anni, ndr) aveva fatto solo altri due film di fantascienza che avevo trovato molto interessanti. Ero c…
Da ieri è nelle sale italiane il thriller sci-fi Underwater di William Eubank dove interpreta Norah, una ricercatrice in una stazione sottomarina. Dopo un terremoto i sopravvissuti dovranno affrontare scelte estreme per sfuggire a una terribile minaccia.
Che c'entra lei con questo ruolo?
"Quando il mio agente mi ha spedito la sceneggiatura e ho visto che il regista era William Eubank mi sono incuriosita. Oltre a essere piuttosto giovane (ha 37 anni, ndr) aveva fatto solo altri due film di fantascienza che avevo trovato molto interessanti. Ero c…
LOS ANGELES. Kristen Stewart non è una di quelle star di Hollywood che hanno sempre paura di dire quello che pensano. Ne sono testimone dopo una lunga chiacchierata, bellissima. Le sue risposte sono schiette, senza giri di parole, spesso intercalate da imprecazioni. Non ama le interviste mordi-e-fuggi, a lei piacciono i ragionamenti complessi. E soprattutto detesta le risposte a effetto suggerite dagli addetti stampa.
Da ieri è nelle sale italiane il thriller sci-fi Underwater di William Eubank dove interpreta Norah, una ricercatrice in una stazione sottomarina. Dopo un terremoto i sopravvissuti dovranno affrontare scelte estreme per sfuggire a una terribile minaccia.
Che c'entra lei con questo ruolo?
"Quando il mio agente mi ha spedito la sceneggiatura e ho visto che il regista era William Eubank mi sono incuriosita. Oltre a essere piuttosto giovane (ha 37 anni, ndr) aveva fatto solo altri due film di fantascienza che avevo trovato molto interessanti. Ero contenta che la Fox avesse dato a un regista così innovativo l'opportunità di dirigere un film con un budget decisamente più importante rispetto ai suoi lavori precedenti".
Chi è Norah?
"Mi ha ricordato la Ellen Ripley di Alien, che per me è sempre stata una pioniera, una fonte di ispirazione perché il suo essere donna non era determinante ai fini della storia. Anche Norah è un personaggio che trasmette un messaggio giusto per i tempi in cui viviamo".
Com'è il suo rapporto con l'acqua?
"Non sono una grande nuotatrice ed evito di fare il bagno nell'oceano. Underwater non è stato un film facile, quando sono in acqua ho un controllo limitato del mio corpo e tutte le paure vengono amplificate. Mi spaventa quel buio liquido, dove potrebbe accadere di tutto".
A parte la saga di Twilight, lei ha sempre preferito un cinema più indipendente, in qualche modo europeo.
"Ho iniziato a recitare da bambina, anche perché sono cresciuta in una famiglia che si guadagna da vivere nel cinema. I miei non sono attori, ma operai. Ero molto seria e quindi è sempre stato difficile trovare lavoro. Mi proponevano solo pubblicità o ruoli leggeri. Quando sono cresciuta ho potuto scegliere progetti meno commerciali".
È cambiata la sua carriera da quando ha detto di essere sessualmente fluida?
"No. Soprattutto perché le mie scelte professionali sono dettate, da sempre, dalla relazione che ho con la produzione: io non potrei mai lavorare con qualcuno che non rispetti le mie scelte. È grazie a donne come Jodie Foster e Lynne Ramsay che ora possiamo essere sicure di avere un posto in questa industria".
Una persona che di recente ha avuto un impatto importante nel suo lavoro?
"Ce ne sono parecchie in realtà. L'ultima in ordine di tempo è la scrittrice Lidia Yuknavitch, che ho scoperto grazie al suo libro di memorie The Chronology of Water. Dopo aver letto le prime 40 pagine, ho deciso di scriverle una lunga mail, chiedendole di poterla incontrare. È stato un atto istintivo, una cosa che non faccio mai, anche perché come attrice ho la fortuna di poter incontrare molte delle persone che ammiro. Io non scrivo mai a nessuno, neanche ai registi con cui vorrei lavorare. Nella lettera ho detto a Lidia che non avevo mai diretto un film, ma se qualcuno doveva raccontare la sua storia, io sarei stata la persona giusta. Sono andata a trovarla a Portland, inizialmente pensavo di passare con lei solo un paio d'ore, ma alla fine sono rimasta una settimana. Durante quel periodo abbiamo iniziato a scrivere la sceneggiatura alla quale stiamo ancora lavorando".
Sarà il suo primo film da regista. Può raccontarci il progetto?
"The Chronology of Water è la storia di una donna che cerca di rimpossessarsi della sua vita, di riscattarsi da una serie di azioni dovute all'abuso di alcol e droga. Noi donne non abbiamo la libertà di essere sporche e ripugnanti, cose permesse solo agli uomini. Lidia è cresciuta con un padre violento, vive la propria sessualità in modo ambiguo e le sue uniche soddisfazioni le trova nel nuoto e nella scrittura. Mi ha impressionato molto il modo in cui riesce a trasformare le sue perversioni e la violenza subìta in qualcosa di positivo, e come rifiuta di essere, agli occhi suoi e a quelli degli altri, una vittima. Non mi piacciono i paragoni con gli scrittori uomini ma, per capirci, il suo stile mi ricorda molto Charles Bukowski, Henry Miller e Jack Kerouac, tutti autori che hanno avuto problemi di dipendenza e una sessualità complessa".
In Seberg (presentato a Venezia e ancora non distribuito in Italia) il suo ruolo è invece quello dell'attrice icona della Nouvelle Vague Jean Seberg. Prima del film conosceva la sua storia?
"No. Avevo solo visto qualche suo film, ma non sapevo che fosse finita nel programma di sorveglianza illegale dell'Fbi. Se Jean Seberg fosse vissuta oggi, nell'era dei social media, avrebbe potuto essere una grande attivista denunciando il razzismo che esiste ancora in questo Paese. Avrebbe potuto raccontare la sua storia senza il pericolo che il governo insabbiasse la verità. Per me è stato molto importante fare quel film, in qualche modo mi sento di averla vendicata".
Essere una celebrity le dà anche questa opportunità...
"Anche se non mi ritengo un'attivista, tutto quello che faccio, che dico, come scelgo i miei progetti, le cause che sostengo, il mio orientamento sessuale, la mia presa di posizione nei confronti della politica e perfino come mi vesto ha delle conseguenze sull'opinione pubblica e per questo cerco di fare cose coerenti con ciò in cui credo. Molti colleghi scelgono di mettere in piazza qualunque cosa facciano, io preferirei fare le cose senza doverlo sempre dichiarare al mondo. Non sempre è possibile avere più privacy, l'importante allora è esercitare in modo positivo l'influenza che abbiamo sui media. Certo, non è facile essere accettata da tutti. Ma fortunatamente invecchiando la mia vita migliora di giorno in giorno".
Dopo una giornata sul set, cosa le piace fare?
"I love food! Mi piace cucinare. Non sono vegetariana anche se mangio prevalentemente verdure e ogni tanto cucino pesce e carne in piccole quantità: cerco di essere responsabile e sostenibile nella scelta dei miei ingredienti. Uno dei motivi per cui mi piace viaggiare è che in giro per il mondo scopro sempre ricette nuove".
Cosa cucina?
"Di tutto, amo il cibo francese, spagnolo e ovviamente quello italiano. Dimmi un piatto e ti dico se sono capace di cucinarlo".
Spaghetti aglio, olio e peperoncino.
"Ah! Una delle mie paste preferite, difficile da far bene, cremosa senza lasciare l'olio nel piatto. Ci vuole molta concentrazione, bisogna saper calcolare i tempi giusti".
Cucinare l'aiuta a rilassarsi?
"Sì, soprattutto quando sto girando un film, perché mi permette di concentrarmi su qualcosa di completamente diverso dalla recitazione. Mi piace distrarmi con qualcosa di metodico e renderlo perfetto. L'aspetto più importante però è sempre quello umano: cucinare mi fa sentire bene e mi permette di riunire gente diversa attorno a uno stesso tavolo. Sono nate così alcune nuove amicizie e partono conversazioni non banali. E poi, non lo nego. Quelle serate sono anche un'occasione per ricevere un po' di complimenti".
Sul Venerdì del 31 gennaio 2020
Da ieri è nelle sale italiane il thriller sci-fi Underwater di William Eubank dove interpreta Norah, una ricercatrice in una stazione sottomarina. Dopo un terremoto i sopravvissuti dovranno affrontare scelte estreme per sfuggire a una terribile minaccia.
Che c'entra lei con questo ruolo?
"Quando il mio agente mi ha spedito la sceneggiatura e ho visto che il regista era William Eubank mi sono incuriosita. Oltre a essere piuttosto giovane (ha 37 anni, ndr) aveva fatto solo altri due film di fantascienza che avevo trovato molto interessanti. Ero contenta che la Fox avesse dato a un regista così innovativo l'opportunità di dirigere un film con un budget decisamente più importante rispetto ai suoi lavori precedenti".
Chi è Norah?
"Mi ha ricordato la Ellen Ripley di Alien, che per me è sempre stata una pioniera, una fonte di ispirazione perché il suo essere donna non era determinante ai fini della storia. Anche Norah è un personaggio che trasmette un messaggio giusto per i tempi in cui viviamo".
Com'è il suo rapporto con l'acqua?
"Non sono una grande nuotatrice ed evito di fare il bagno nell'oceano. Underwater non è stato un film facile, quando sono in acqua ho un controllo limitato del mio corpo e tutte le paure vengono amplificate. Mi spaventa quel buio liquido, dove potrebbe accadere di tutto".
A parte la saga di Twilight, lei ha sempre preferito un cinema più indipendente, in qualche modo europeo.
"Ho iniziato a recitare da bambina, anche perché sono cresciuta in una famiglia che si guadagna da vivere nel cinema. I miei non sono attori, ma operai. Ero molto seria e quindi è sempre stato difficile trovare lavoro. Mi proponevano solo pubblicità o ruoli leggeri. Quando sono cresciuta ho potuto scegliere progetti meno commerciali".
È cambiata la sua carriera da quando ha detto di essere sessualmente fluida?
"No. Soprattutto perché le mie scelte professionali sono dettate, da sempre, dalla relazione che ho con la produzione: io non potrei mai lavorare con qualcuno che non rispetti le mie scelte. È grazie a donne come Jodie Foster e Lynne Ramsay che ora possiamo essere sicure di avere un posto in questa industria".
Una persona che di recente ha avuto un impatto importante nel suo lavoro?
"Ce ne sono parecchie in realtà. L'ultima in ordine di tempo è la scrittrice Lidia Yuknavitch, che ho scoperto grazie al suo libro di memorie The Chronology of Water. Dopo aver letto le prime 40 pagine, ho deciso di scriverle una lunga mail, chiedendole di poterla incontrare. È stato un atto istintivo, una cosa che non faccio mai, anche perché come attrice ho la fortuna di poter incontrare molte delle persone che ammiro. Io non scrivo mai a nessuno, neanche ai registi con cui vorrei lavorare. Nella lettera ho detto a Lidia che non avevo mai diretto un film, ma se qualcuno doveva raccontare la sua storia, io sarei stata la persona giusta. Sono andata a trovarla a Portland, inizialmente pensavo di passare con lei solo un paio d'ore, ma alla fine sono rimasta una settimana. Durante quel periodo abbiamo iniziato a scrivere la sceneggiatura alla quale stiamo ancora lavorando".
Sarà il suo primo film da regista. Può raccontarci il progetto?
"The Chronology of Water è la storia di una donna che cerca di rimpossessarsi della sua vita, di riscattarsi da una serie di azioni dovute all'abuso di alcol e droga. Noi donne non abbiamo la libertà di essere sporche e ripugnanti, cose permesse solo agli uomini. Lidia è cresciuta con un padre violento, vive la propria sessualità in modo ambiguo e le sue uniche soddisfazioni le trova nel nuoto e nella scrittura. Mi ha impressionato molto il modo in cui riesce a trasformare le sue perversioni e la violenza subìta in qualcosa di positivo, e come rifiuta di essere, agli occhi suoi e a quelli degli altri, una vittima. Non mi piacciono i paragoni con gli scrittori uomini ma, per capirci, il suo stile mi ricorda molto Charles Bukowski, Henry Miller e Jack Kerouac, tutti autori che hanno avuto problemi di dipendenza e una sessualità complessa".
In Seberg (presentato a Venezia e ancora non distribuito in Italia) il suo ruolo è invece quello dell'attrice icona della Nouvelle Vague Jean Seberg. Prima del film conosceva la sua storia?
"No. Avevo solo visto qualche suo film, ma non sapevo che fosse finita nel programma di sorveglianza illegale dell'Fbi. Se Jean Seberg fosse vissuta oggi, nell'era dei social media, avrebbe potuto essere una grande attivista denunciando il razzismo che esiste ancora in questo Paese. Avrebbe potuto raccontare la sua storia senza il pericolo che il governo insabbiasse la verità. Per me è stato molto importante fare quel film, in qualche modo mi sento di averla vendicata".
Essere una celebrity le dà anche questa opportunità...
"Anche se non mi ritengo un'attivista, tutto quello che faccio, che dico, come scelgo i miei progetti, le cause che sostengo, il mio orientamento sessuale, la mia presa di posizione nei confronti della politica e perfino come mi vesto ha delle conseguenze sull'opinione pubblica e per questo cerco di fare cose coerenti con ciò in cui credo. Molti colleghi scelgono di mettere in piazza qualunque cosa facciano, io preferirei fare le cose senza doverlo sempre dichiarare al mondo. Non sempre è possibile avere più privacy, l'importante allora è esercitare in modo positivo l'influenza che abbiamo sui media. Certo, non è facile essere accettata da tutti. Ma fortunatamente invecchiando la mia vita migliora di giorno in giorno".
Dopo una giornata sul set, cosa le piace fare?
"I love food! Mi piace cucinare. Non sono vegetariana anche se mangio prevalentemente verdure e ogni tanto cucino pesce e carne in piccole quantità: cerco di essere responsabile e sostenibile nella scelta dei miei ingredienti. Uno dei motivi per cui mi piace viaggiare è che in giro per il mondo scopro sempre ricette nuove".
Cosa cucina?
"Di tutto, amo il cibo francese, spagnolo e ovviamente quello italiano. Dimmi un piatto e ti dico se sono capace di cucinarlo".
Spaghetti aglio, olio e peperoncino.
"Ah! Una delle mie paste preferite, difficile da far bene, cremosa senza lasciare l'olio nel piatto. Ci vuole molta concentrazione, bisogna saper calcolare i tempi giusti".
Cucinare l'aiuta a rilassarsi?
"Sì, soprattutto quando sto girando un film, perché mi permette di concentrarmi su qualcosa di completamente diverso dalla recitazione. Mi piace distrarmi con qualcosa di metodico e renderlo perfetto. L'aspetto più importante però è sempre quello umano: cucinare mi fa sentire bene e mi permette di riunire gente diversa attorno a uno stesso tavolo. Sono nate così alcune nuove amicizie e partono conversazioni non banali. E poi, non lo nego. Quelle serate sono anche un'occasione per ricevere un po' di complimenti".
Sul Venerdì del 31 gennaio 2020