Da Laura Pausini a Mahmood, il Festival ha portato fortuna a molti artisti. Ma che senso ha oggi la categoria se tra i big ci sono quasi esordienti?
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Essere un giovane a Sanremo è una mezza fregatura. Mezza perché per alcuni, ma solo per alcuni, anzi pochissimi, può essere l’occasione della vita. Per tutti gli altri, la stragrande maggioranza, è solo l’illusione di un momento, un effimero battito d’ali nel tempio del successo, un ibrido con la faccia da talent show e il corpo da Castrocaro.
Un tempo essere giovani a Sanremo voleva dire semplicemente avere qualche anno di meno degli altri. Si poteva addirittura partecipare da minorenni in mezzo alle vecchie glorie della canzone e vincere il festival, come accadde a sorpresa nel 1964 con Non ho l’età alla sedicenne Gigliola Cinquetti, educata e aggraziata come fosse una figlia promettente che si esibisce alle cene dei genitori col suo faccino ingenuo e la voce ancora virginale. Successe anche a Nada, che vinse nel 1971 con Il cuore è uno zingaro quando aveva diciassette anni ma aveva già partecipato nel 1969 co…
Essere un giovane a Sanremo è una mezza fregatura. Mezza perché per alcuni, ma solo per alcuni, anzi pochissimi, può essere l’occasione della vita. Per tutti gli altri, la stragrande maggioranza, è solo l’illusione di un momento, un effimero battito d’ali nel tempio del successo, un ibrido con la faccia da talent show e il corpo da Castrocaro.
Un tempo essere giovani a Sanremo voleva dire semplicemente avere qualche anno di meno degli altri. Si poteva addirittura partecipare da minorenni in mezzo alle vecchie glorie della canzone e vincere il festival, come accadde a sorpresa nel 1964 con Non ho l’età alla sedicenne Gigliola Cinquetti, educata e aggraziata come fosse una figlia promettente che si esibisce alle cene dei genitori col suo faccino ingenuo e la voce ancora virginale. Successe anche a Nada, che vinse nel 1971 con Il cuore è uno zingaro quando aveva diciassette anni ma aveva già partecipato nel 1969 con Ma che freddo fa, e di anni ne aveva solo quindici, compiuti da tre mesi, quasi uno scandalo a pensarci oggi, ma all’epoca ci si comportò come se non ci fosse niente di strano. Del resto erano anni bonari, diciamo pure spensierati, almeno per quanto riguarda il mondo delle canzoni. Per i veleni non c’era ancora posto.
Per i primi tre decenni della sua esistenza, al festival non si ponevano questioni anagrafiche: giovani, giovanissimi e adulti convivevano in pace e concordia. Si era cantanti, e basta. Perché diventasse una categoria a se stante si dovette aspettare il 1984, festival numero 34, e la nuova sezione fu chiamata “nuove proposte”, esattamente come nella imminente edizione 2020. Fu un’invenzione del leggendario patron Gianni Ravera e di Pippo Baudo, e quell’anno, va detto, gli andò benissimo, il debutto della neonata categoria fu esplosivo, vinse Eros Ramazzotti con la Terra promessa all’inizio di una volta che due anni dopo lo portò a vincere tra i Big con Adesso tu. Casi del genere si sono ripetuti nel tempo, vedi il debutto di Laura Pausini che nel 1993 vinse a furor di popolo con La solitudine, e poi Giorgia, oppure l’esordio da bocciati dei Negramaro che comunque da lì spiccarono il volo.
Mahmood
Tutto sommato la divisione poteva avere un senso, quando al festival si arrivava per meriti acquisiti da lungo tempo, quando la sfilata dei big era fin troppo classica e la parte più giovane della produzione era completamente esclusa. Poteva avere un senso, anche se in alcuni anni si verificarono episodi imbarazzanti, come quando ebbero la malaugurata idea di introdurre la clausola di regolamento secondo la quale i migliori dei giovani in gara passavano a gareggiare direttamente nella categoria principale. Risultato: nel 1997, l’anno in cui si erano presentati Patty Pravo con Dimmi che non vuoi morire, Nek con Laura non c’è e Carmen Consoli con Confusa e felice, vinsero i Jalisse con Fiumi di parole. Cose che capitano, soprattutto a Sanremo.
Negli ultimi anni le cose si sono ancora più complicate. Nella sezione giovani ha vinto Ultimo con Il ballo delle incertezze che l’anno dopo, ovvero l’anno scorso, mancò di un soffio la vittoria finale, che peraltro andò a Mahmood che aveva vinto le selezioni delle nuove proposte. E non è certo uno scandalo pensando che sono stati tra i maggiori successi dell’anno e Mahmood ha rischiato di vincere anche l’Eurofestival. Ma i conti non tornano lo stesso. La direzione presa dalle ultime edizioni è quella di avvicinarsi alla realtà emergente della musica italiana. Nel momento in cui in gara tra i big non ci sono più le vecchie glorie, anzi, c’è uno come Junior Cally, che certamente il pubblico televisivo non aveva mai sentito nominare prima d’ora, nel momento in cui in gara ci sono Rancore e i Pinguini tattici nucleari, ha veramente senso prevedere anche una sezione a parte per i presunti debuttanti? Senza trascurare il fatto che, come è capitato molte volte in passato, c’è il fortissimo rischio che la fragile sezione delle Nuove Proposte possa essere schiacciata dallo spettacolo del festival.
L’anno scorso la divisione fu cancellata. C’erano 24 cantanti in gara, punto e basta. Ma al festival quando si fa un passo avanti se ne fanno almeno tre indietro. C’era davvero bisogno di ripristinare una categoria per giovani diversi dai giovani che sono tra i big?