A Sanremo le giurie non sono mai da Oscar
Gino Castaldo , di GINO CASTALDOEliminata quella di qualità si torna al regime misto senza votanti identificabili. Ma resta l'esigenza di un sistema simile a quello dell'Academy basato sulla competenza
Si va avanti, si migliora, si adegua il cast, ma c’è un punto sul quale la “cattiva coscienza” del festival di Sanremo rimane ombrosa e imbattibile: le giurie.
Ci sono stati e ci sono astrusi alambicchi, meccanismi tortuosi che anni addietro portarono a episodi ai limiti del grottesco, come quando fu escogitata la geniale idea di utilizzare le schedine del Totip, con pretesa di “popolarità”, autorizzando così l’acquisto legale dei voti. C’era da ridere, e infatti si rideva, ma la cosa andò avanti fino a quando non fu del tutto chiaro che conti alla mano, qualcuno aveva investito sui propri “cavalli”, pardon cantanti, con evidente profitto. Casi limite, per fortuna non più ripetuti, eppure sulla questione aleggia sempre il dubbio di un’insensata genericità. Quest’anno, eliminata la ristretta giuria di qualità che tante polemiche suscitò nella scorsa edizione, si &e…
Ci sono stati e ci sono astrusi alambicchi, meccanismi tortuosi che anni addietro portarono a episodi ai limiti del grottesco, come quando fu escogitata la geniale idea di utilizzare le schedine del Totip, con pretesa di “popolarità”, autorizzando così l’acquisto legale dei voti. C’era da ridere, e infatti si rideva, ma la cosa andò avanti fino a quando non fu del tutto chiaro che conti alla mano, qualcuno aveva investito sui propri “cavalli”, pardon cantanti, con evidente profitto. Casi limite, per fortuna non più ripetuti, eppure sulla questione aleggia sempre il dubbio di un’insensata genericità. Quest’anno, eliminata la ristretta giuria di qualità che tante polemiche suscitò nella scorsa edizione, si &e…
Si va avanti, si migliora, si adegua il cast, ma c’è un punto sul quale la “cattiva coscienza” del festival di Sanremo rimane ombrosa e imbattibile: le giurie.
Ci sono stati e ci sono astrusi alambicchi, meccanismi tortuosi che anni addietro portarono a episodi ai limiti del grottesco, come quando fu escogitata la geniale idea di utilizzare le schedine del Totip, con pretesa di “popolarità”, autorizzando così l’acquisto legale dei voti. C’era da ridere, e infatti si rideva, ma la cosa andò avanti fino a quando non fu del tutto chiaro che conti alla mano, qualcuno aveva investito sui propri “cavalli”, pardon cantanti, con evidente profitto. Casi limite, per fortuna non più ripetuti, eppure sulla questione aleggia sempre il dubbio di un’insensata genericità. Quest’anno, eliminata la ristretta giuria di qualità che tante polemiche suscitò nella scorsa edizione, si è tornati al regime misto senza votanti identificabili in maniera certa, con percentuali da spartire in crescendo tra le misteriose giurie demoscopiche i cui risultati assomigliano puntualmente a quello dei bussolotti, cioè al caso, mischiate ai voti dell’orchestra che ha, come è giusto che sia, le sue simpatie di comportamento e di arrangiamanto, poi la sala stampa e poi come ciliegina finale il mare indistinto e spersonalizzato del televoto.
Un brodo d’irresponsabilità che sottrae al festival l’unico vero passo verso una definitiva e consolidata credibilità, ovvero l’istituzione di una ampia e auterevole academy composta da tutte le categorie che si muovono intorno alla musica: produttori, autori, arrangiatori, cantanti, editori, discografici. Esattamente come agli Oscar, esattamente come ai David di Donatello, una giuria inattaccabile, folta, magari composta da centinaia di votanti, riducendo al minimo i margini di errore e valutazioni casuali, perché alla fine non è vero che tutto è soggettivo, o meglio lo è, ma solo nei nostri desideri intimi, nei recessi imprevedibili e imperscrutabili del gusto e della memoria. Ognuno di noi ha il pieno di diritto di farsi piacere quello che gli pare, anche le schifezze più truci, è un diritto di tutti, sacro e inalienabile. Ma per una manifestazione che ha l’ambizione di presentare il meglio della canzone italiana le cose cambiano. Bisogna che a giudicare siano dei competenti, in grado di rispettare, nei limiti del possibile, i valori oggettivi che scendono in campo, di dare il giusto conto al lavoro, alla fatica, allo sforzo creativo che si muove intorno a ogni canzone. Si potrebbero anche istituire più premi, per la miglior canzone, ovviamente, ma anche per l’interpretazione, per l’arrangiamento, per il testo, moltiplicando la valorizzazione del lavoro che c’è intorno alla musica. Questo sarebbe un dovere, e non ha niente a che vedere con la divertente e legittima variabilità delle preferenze che ci porteremo dietro nei mesi a venire. Solo così potremmo esere sicuri di poter pronunciare la più banale ma disattesa delle frasi: vinca il migliore!
Ci sono stati e ci sono astrusi alambicchi, meccanismi tortuosi che anni addietro portarono a episodi ai limiti del grottesco, come quando fu escogitata la geniale idea di utilizzare le schedine del Totip, con pretesa di “popolarità”, autorizzando così l’acquisto legale dei voti. C’era da ridere, e infatti si rideva, ma la cosa andò avanti fino a quando non fu del tutto chiaro che conti alla mano, qualcuno aveva investito sui propri “cavalli”, pardon cantanti, con evidente profitto. Casi limite, per fortuna non più ripetuti, eppure sulla questione aleggia sempre il dubbio di un’insensata genericità. Quest’anno, eliminata la ristretta giuria di qualità che tante polemiche suscitò nella scorsa edizione, si è tornati al regime misto senza votanti identificabili in maniera certa, con percentuali da spartire in crescendo tra le misteriose giurie demoscopiche i cui risultati assomigliano puntualmente a quello dei bussolotti, cioè al caso, mischiate ai voti dell’orchestra che ha, come è giusto che sia, le sue simpatie di comportamento e di arrangiamanto, poi la sala stampa e poi come ciliegina finale il mare indistinto e spersonalizzato del televoto.
Un brodo d’irresponsabilità che sottrae al festival l’unico vero passo verso una definitiva e consolidata credibilità, ovvero l’istituzione di una ampia e auterevole academy composta da tutte le categorie che si muovono intorno alla musica: produttori, autori, arrangiatori, cantanti, editori, discografici. Esattamente come agli Oscar, esattamente come ai David di Donatello, una giuria inattaccabile, folta, magari composta da centinaia di votanti, riducendo al minimo i margini di errore e valutazioni casuali, perché alla fine non è vero che tutto è soggettivo, o meglio lo è, ma solo nei nostri desideri intimi, nei recessi imprevedibili e imperscrutabili del gusto e della memoria. Ognuno di noi ha il pieno di diritto di farsi piacere quello che gli pare, anche le schifezze più truci, è un diritto di tutti, sacro e inalienabile. Ma per una manifestazione che ha l’ambizione di presentare il meglio della canzone italiana le cose cambiano. Bisogna che a giudicare siano dei competenti, in grado di rispettare, nei limiti del possibile, i valori oggettivi che scendono in campo, di dare il giusto conto al lavoro, alla fatica, allo sforzo creativo che si muove intorno a ogni canzone. Si potrebbero anche istituire più premi, per la miglior canzone, ovviamente, ma anche per l’interpretazione, per l’arrangiamento, per il testo, moltiplicando la valorizzazione del lavoro che c’è intorno alla musica. Questo sarebbe un dovere, e non ha niente a che vedere con la divertente e legittima variabilità delle preferenze che ci porteremo dietro nei mesi a venire. Solo così potremmo esere sicuri di poter pronunciare la più banale ma disattesa delle frasi: vinca il migliore!