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De André e Pfm, un'avventura tra musica e autostop

In sala per tre giorni 'Il concerto ritrovato', il documentario sui mitici concerti del '78-'79, con le immagini rimaste inedite per quarant'anni. Franz Di Cioccio: "Così Fabrizio scoprì che cos'era un tour"
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In quei giorni Faber era per tutti Coda di lupo. Da buon abruzzese trapiantato a Milano, il batterista Franz Di Cioccio lo chiamavano invece Due orsi. Precocemente imbiancato, il chitarrista Franco Mussida era Alce grigia. Ed essendo nato a Cannes, il bassista Patrick Djivas era semplicemente il francese, perché in fondo in ogni guerra contro gli indiani c’era sempre di mezzo un francese. Quando a Forlì il 21 dicembre del ’78 la Pfm e Fabrizio De André partirono per il tour di 32 concerti che avrebbe cambiato la percezione della canzone d’autore italiana, non ci credeva nessuno: né i discografici e i manager, che consideravano l’incontro un azzardo, tanto meno i giornalisti o il pubblico, perplessi di fronte all’unione di due mondi così distanti. Per giunta fuori dei palasport, ma spesso anche dentro, infuriavano le contestazioni sui biglietti troppo cari, si gridava alla musica gratis, si processavano i cantautori, vola…
In quei giorni Faber era per tutti Coda di lupo. Da buon abruzzese trapiantato a Milano, il batterista Franz Di Cioccio lo chiamavano invece Due orsi. Precocemente imbiancato, il chitarrista Franco Mussida era Alce grigia. Ed essendo nato a Cannes, il bassista Patrick Djivas era semplicemente il francese, perché in fondo in ogni guerra contro gli indiani c’era sempre di mezzo un francese. Quando a Forlì il 21 dicembre del ’78 la Pfm e Fabrizio De André partirono per il tour di 32 concerti che avrebbe cambiato la percezione della canzone d’autore italiana, non ci credeva nessuno: né i discografici e i manager, che consideravano l’incontro un azzardo, tanto meno i giornalisti o il pubblico, perplessi di fronte all’unione di due mondi così distanti. Per giunta fuori dei palasport, ma spesso anche dentro, infuriavano le contestazioni sui biglietti troppo cari, si gridava alla musica gratis, si processavano i cantautori, volavano sassi e a volte molotov.

Fabrizio De André & Pfm, 'Il concerto ritrovato' al cinema dopo 40 anni, Dori Ghezzi: "È come se il tempo non fosse passato"



Convinto dalla testardaggine di Fabrizio che aveva apprezzato gli arrangiamenti dei suoi brani fatti dalla Pfm, quel gruppo di indiani metropolitani partì e fu un successo ovunque, testimoniato anche da due dischi live di ottime vendite. Di quel tour non c’era però finora traccia filmata anche per l’idiosincrasia di Fabrizio per le riprese video. Ora la lacuna viene colmata da un filmato, rimasto inedito per 40 anni, registrato al Padiglione C della Fiera di Genova e realizzato dal regista Piero Frattari, una registrazione che il documentario di Walter Veltroni intitolato Fabrizio De André e Pfm. Il concerto ritrovato, al cinema per tre giorni il 17, il 18 e il 19 febbraio ripropone per intero, introdotto dalle interviste ai musicisti, a David Riondino, artista di spalla in quel tour, al fotografo Guido Harari e a Dori Ghezzi.

«Con la Pfm eravamo sempre on the road ma Faber scoprì quella vita solo con noi» ricorda Di Cioccio, determinante nel convincere il cantautore. «Fabrizio però non voleva essere ripreso, avevamo già fatto il miracolo di fargli accettare la presenza discreta di Harari ma di video non voleva sentir parlare. Accettò a patto di non vedere telecamere sul palco».
Il risultato è un’inquadratura fissa su De André in cui di tanto in tanto entrano Mussida, Djivas, il violinista Lucio Fabbri. Di Cioccio e la sua batteria sullo sfondo: «Non mi si vede però mi si sente benissimo», ironizza lui. In effetti l’audio è formidabile. «Ma soprattutto si vede Fabrizio, la sua gioia, il sorriso, si vede che è divertito, felice di essere lì, e pure noi della Pfm scherziamo, rilassati, anche se di solito eravamo serissimi».

In quel mese di concerti a cavallo tra il ’78 e il ’79 successe di tutto: a Torino i contestatori li aggredirono a pallate di neve, a Napoli, racconta Djivas, prima del concerto lui e De André restarono chiusi in camerino «ad aspettare il resto della band bloccato dagli scontri tra polizia e contestatori, in mezzo a molotov e vetri rotti. A un certo punto litigammo violentemente, Fabrizio poco dopo mi chiese scusa a modo suo, mi diede un foglietto su cui poi scoprii una poesia, Blues di altre date: «Le vedi tutte queste teste, le vedi tutte quelle palle da biliardo, loro sono qui ad aspettare che “qualsiasi cosa” cominci, ma tu chiudi il tuo balcone, ragazza, questa sera voleranno bombe molotov e lacrimogeni. Noi siamo qui e aspettiamo che qualcosa cominci». Anni di autostop e di eccessi: dopo Torino, la band caricò nel pulmino un ragazzo che non avendoli riconosciuti confessò di aver lanciato un bicchiere sul palco. «Lo invitammo ad andarsene ma lui chiese di potersi scusare offrendo da bere a tutti e anche a Fabrizio. E di nascosto lasciò cadere un acido nel suo bicchiere».