"Buio", il film profetico: tre sorelle costrette in casa perché fuori c'è l'apocalisse
Realizzato in tempi non sospetti, inaugura il sistema "direct to video": la distribuzione sulle piattaforme coinvolge le sale. L'intervista alla regista
Chiara Ugolini
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Il cinema nella sala virtuale ma con la collaborazione delle sale cinematografiche di tutta Italia: è una nuova forma di distribuzione quella inventata per il film postapocalittico Buio di Emanuela Rossi, che uscirà (e sarà il primo con questo sistema) il 7 maggio in "direct to video". Cinquanta sale in tutto il paese sono state coinvolte invitando con le loro mailing list gli spettatori fedeli. Il film sarà regolato dal consueto rapporto di noleggio, in percentuale sull'incasso netto. Gli spettatori del cinema ma sulla poltrona di casa propria, una comunità di cinefili che si ritrova, grazie anche al sistema di commento di MyMovies, per vedere tutti insieme dal Piemonte alla Sardegna lo stesso film in anteprima.
Il film racconta la storia di tre sorelle che vivono segregate in una grande villa in collina, fuori Collegno (il film è stato realizzato con la Torino Film Commission) insieme al padre (Valerio Binasco), le finestre completamente oscurate e il divieto assoluto di uscire di casa perché fuori un sole malato potrebbe ucciderle. Solo il padre esce tutti i giorni, bardato di tuta e maschera antigas, per procurarsi il cibo e rientra con racconti dell'orrore di donne senza più occhi né mani a causa degli effetti delle radiazioni solari. Una sera però il padre non torna e la figlia maggiore, Stella, è costretta a uscire. Ne abbiamo parlato con la regista.
Come nasce l'idea di questa nuova frontiera della distribuzione?
"È stata un'idea del produttore Claudio Corbucci (sua la serie tv con Miriam Leone Non uccidere, ndr.) che ha pensato a un modo innovativo per promuovere una produzione indipendente come la nostra. Era necessario entrare nel territorio, avevamo bisogno di una cassa di risonanza delocalizzata, per quello abbiamo pensato alle sale, soprattutto quelle d'essai, che hanno un bacino di utenza importante, basti pensare che un cinema di Cagliari ha ben 15000 contatti. Il nostro è un passaparola, un porta a porta virtuale pe ril quale abbiamo dovuto sviluppare una tecnologia apposita per poter sviluppata riconoscere la percentuale agli esercenti. È bella questa comunità virtuale che si sta creando, ho tante persone (mai viste prima) che mi chiedono di vederlo live insieme e commentarlo".
Il film però la sua esperienza in sala l'ha fatta grazie ai festival, Alice nella città, il Tallin Black Nights, il festival di Univerciné italien di Nantes. Lì con il pubblico come è andata?
"Ci sono state reazioni molto forti, l'idea di un film di genere, fatto in Italia da una regista donna ha attirato una marea di gente e siamo stati premiati con un applauso incredibile. Da Nantes poi ho ricevuto lettere di professoresse che mi hanno descritto i loro ragazzi profondamente colpiti. Gli spettatori più giovani, al generazione Fridays for future, sono quelli che hanno capito tutto: il tema ambientalista, il riferimento all'Apocalisse che viviano, anche la scelta di ambientare una parte del film nel centro commerciale".
La regista sul set con le tre giovanissime protagoniste È fin troppo scontato il parallelo con quello che stiamo vivendo: nel film vediamo mascherine, la paura di uscire di casa, gli esercizi davanti alla tv.
"Quando a gennaio, febbraio è esplosa la pandemia almeno una cinquantina di persone mi hanno scritto: "Sei una veggente!". Ovviamente no, però è vero che sono anni, almeno da quando è nata mia figlia che adesso ha dieci anni, che è nato in me un interesse ecologista, soprattutto sono molto colpita dallo scioglimento dei ghiacciai. D'estate caldo anche con il caldo soffocante mi rifiuto di mettere l'aria condizionata ma ho cominciato a pensare a questa idea del sole malato, negli anni è sempre peggio, i segni ci sono... D'altronde già negli anni Sessanta J.G. Ballard scriveva Il mondo sommerso, un romanzo in cui nessuno poteva uscire di casa".
Da cosa nasce la scelta di dare alle tre giovanissime sorelle il ruolo da protagoniste?
"È il classico romanzo di formazione. Stella è un personaggio complesso, pieno di ambiguità... queste tre ragazze vivono a contatto con l'oscuro e condizionate dal rapporto con questo padre labirintico e tormentato. La loro missione è quella di elaborare una strategia di resistenza e trovare una via di uscita".
Denise Tantucci è Stella "Buio" non è autobiografico però lei è cresciuta in una famiglia di sei sorelle.
"Sono marchigiana e ho sei sorelle, sono cresciuta in un contesto familiare patriarcale, mio padre era molto anziano e faceva riferimento ad un'educazione del passato, ma certo non era come quello interpretato da Valerio Binasco. Sicuramente da lì viene quel senso di comunità, quell'idea che si privilegia il mondo interno, familiare rispetto all'esterno. Ovviamente la mia natura ipervivace mi portava a pianificare sempre strategie di evasione".
Il film arriva in un momento storico particolare. A chi lo consiglia?
"Credo che la risposta sia a chi è disposto a fare una riflessione più amplia sulla pandemia, sulla natura e sui pericoli anche alla democrazia che eventi catastrofici implicano. Non si può più essere ciechi, ormai. Dobbiamo essere disposti ad ammettere che i pericoli esistono, qualcuno ci potrà giocare o servirsene per prendere potere "una catastrofe naturale è il sogno di un tiranno", ma certo tutti dovranno essere lucidi e informati. Io prenoto intanto un corso di sopravvivenza per mia figlia".