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Mia Martini, quella cena a Sanremo. La sera della rinascita dopo anni di orrore

Nel 1989 l'artista, scomparsa venticinque anni fa, tornava all'Ariston con 'Almeno tu nell'universo'. La sera prima incontrò alcuni cronisti. E fece i nomi degli untori che avevano sparso il veleno
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Lei era già al ristorante, uno di quelli vicini al Teatro Ariston dove si consumano trame, incontri e alleanze del festival, e ci aspettava. Era il 21 febbraio del 1989. Il giorno dopo Mia si sarebbe esibita sul palcoscenico di Sanremo, la prima volta in pubblico dopo dieci anni di indegna brutalità, di silenzio, oscurità ed esilio, dovuti alla peggior cosa che possa capitare a una persona: cadere nell’abisso della maldicenza, della portasfiga, della iettatura. Dieci anni terribili di corna, scongiuri, paura, sussurri osceni mormorati alle sue spalle, con l’unico scopo di tenerla lontana da ogni situazione in cui potesse nuocere con la sola forza del suo presunto potere malefico, lei, Mia Martini, una delle più belle voci che fossero apparse all’orizzonte della nostra musica, un diamante purissimo e raro.

Eravamo una manciata di giornalisti chiamati a sostenere il suo ritorno. Finalmente qualcuno aveva deciso che era ora di finirla, che b…
Lei era già al ristorante, uno di quelli vicini al Teatro Ariston dove si consumano trame, incontri e alleanze del festival, e ci aspettava. Era il 21 febbraio del 1989. Il giorno dopo Mia si sarebbe esibita sul palcoscenico di Sanremo, la prima volta in pubblico dopo dieci anni di indegna brutalità, di silenzio, oscurità ed esilio, dovuti alla peggior cosa che possa capitare a una persona: cadere nell’abisso della maldicenza, della portasfiga, della iettatura. Dieci anni terribili di corna, scongiuri, paura, sussurri osceni mormorati alle sue spalle, con l’unico scopo di tenerla lontana da ogni situazione in cui potesse nuocere con la sola forza del suo presunto potere malefico, lei, Mia Martini, una delle più belle voci che fossero apparse all’orizzonte della nostra musica, un diamante purissimo e raro.

Eravamo una manciata di giornalisti chiamati a sostenere il suo ritorno. Finalmente qualcuno aveva deciso che era ora di finirla, che bisognava rompere il muro, riportare Mia al posto che le spettava di diritto.

Quando arrivammo al ristorante aveva lo sguardo di un uccello ferito, era sciupata, diffidente, incredula che le cose potessero davvero cambiare. Ma noi eravamo lì per rassicurarla, per scrivere sui nostri giornali che lei era lì, che era tutto vero, accennando con eufemistico garbo ai “disagi”, per non dire dell’orrore che aveva vissuto in quel mondo dello spettacolo che aveva dato il peggio di sé, anzi il peggio del peggio, con feroce noncuranza, con uno stuolo di stronzi pronti a giurare di aver assistito con i propri occhi a quell’incidente mortale o a quell’altra volta in cui il fulmine insanguinato di Mia avrebbe colpito con implacabile precisione. Fesserie, ovviamente, ma anche allora, decenni prima della rete, dei social e degli haters, le cattiverie correvano inarrestabili come il vento.


Eppure noi quel giorno di febbraio a Sanremo stavamo assistendo a un miracolo. Lei cominciò a raccontare, a sfogarsi, fece anche qualche nome degli untori che avevano sparso il veleno, li aveva rimuginati per anni nel rancore dell’isolamento, ma ora no, non contava più nulla, l’importante era che finalmente fosse lì per poter fare di nuovo quello per cui era nata: cantare.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                            
Era in gara con una canzone che sembrava fatta apposta, e in un certo senso lo era, rimasta per anni nel cassetto chiuso degli autori, Bruno Lauzi e Maurizio Fabrizio, come se stesse aspettando lei, Mia, e quel momento in cui ci sarebbe stato bisogno di una miracolosa catarsi, che puntualmente avvenne la sera dell’esibizione. Erano tutti li a guardarla, in trepida attesa. Cosa sarebbe successo? Nulla era scontato. Non lo è mai su un palcoscenico.

Sul palco di Sanremo, 1989 

La sera del 22 febbraio del 1989 Mia salì sul palco, timida, bloccata, il volto contratto dalla paura che qualcuno all’ultimo momento arrivasse a dire no, non è vero, è stato uno scherzo. E’ elegantissima con lunghi guanti neri e un vestito bianco disegnato da Rocco Barocco, butta lì le prime note con la sua voce straordinaria ma è ancora contratta. “Sai, la gente è sola, come può lei si consola”. Cerca di concentrarsi al massimo, e continua, “sai la gente è strana, cambia idea improvvisamente, prima la verità poi mentirà, lui, senza serietà, come se fosse niente”. Sembra che stia cantando di se stessa, delle bugie che l’hanno massacrata, poi, verso dopo verso, ci crede, capisce che sta succedendo, che in quel momento c’è mezza Italia a guardarla col fiato sospeso e comincia a sciogliersi: “Tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo”, diventa un urlo di liberazione, uno tsunami emotivo, la canzone comincia a volare, lei è sempre più padrona, ora interpreta davvero, e assistiamo in diretta a una rinascita, una scura falena che diventa farfalla brillante, si capisce che in quella esecuzione ci sta mettendo tutta se stessa, che sta cantando per la sua vita: “Un sole che splende per me soltanto, come un diamante in mezzo al cuore”.

Nel giro di tre minuti Mia Martini è tornata a esistere.

Mia Martini e la sorella Loredana Berté nel 1979 

Domenica Rita Adriana Bertè era nata a Bagnara Calabra nel 1947, tre anni prima di Loredana, che l’avrebbe seguita col suo furore sensuale nel mondo della musica mantenendo il vero cognome, al quale invece Domenica preferì Mia Martini su suggerimento di Alberigo Crocetta per il semplice fatto che Martini era il cognome italiano più famoso al mondo. Debuttò nel 1971 e l’anno seguente è già un fenomeno con Piccolo uomo. Diventò in un baleno una voce ammirata da tutti, moderna, avventurosa, attraversando stili e tendenze con spavalda mestria, infila successi, inizia una travagliatissima storia d’amore con Ivano Fossati e a fine decennio è stremata, subisce un complicato intervento alle corde vocali, e deve stare zitta per un anno intero.

E’ sfortunata, sembrerebbe, ma questo è niente perché improvvisamente il midiciale venticello della calunnia comincia a girare nell’ambiente. Quando è pronta a tornare con la sua voce rimessa a lucido, le porte si chiudono una dopo l’altra. Nessuno la vuole più, le voci girano, nessuno ci crede però non si sa mai, alla fine tutti ci credono al punto da non volerla più. Fino a quando Gianni Sanjust, Lucio Salvini e altri pochi coraggiosi decidono che era arrivato il momento di sollevare quella cortina invisibile e pesantissima che separa la vita dalla non vita. E fu Sanremo. Mia ripartì da quella canzone, ma certo le ferite non scomparvero del tutto, ben visibili nel volto segnato dalla cattiveria che si era ingiustamente addensata su di lei.

La sua nuova vita durò solo sei anni. Il 12 maggio del 1995, esattamente 25 anni fa, i vigili del fuoco aprirono con la forza la porta della sua casa di Cardano al Campo, in provincia di Varese, dove si era rifugiata, perché da tempo non dava segni di vita. La trovarono riversa sul letto con le cuffie in testa, la mano protesa verso il telefono, morta da sola, come un cane, con addosso le cicatrici di una vita.