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Ezio Bosso, un punk che non sapeva stare in gabbia

Le origini proletarie, la malattia, il successo, la fede nel ruolo sociale della musica. “Alla gente non frega niente di musicofili e politici: il pubblico ascolta e trascende”
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In gabbia non ci sapeva stare. Le strade semideserte, gli occhi tristi sopra le mascherine, le notizie allarmanti, i teatri chiusi, il tempo sospeso, gli impegni congelati lo tenevano sulle spine. Ezio Bosso, compositore, direttore d’orchestra e pianista morto ieri a 48 anni, non si è mai fatto limitare dalla sedia a rotelle, figuriamoci dal coronavirus. Fosse per lui, avrebbe continuato la solita vita, vagare sotto i portici di Bologna col più fedele dei suoi cani, cenare nel ristorante vicino piazza Santo Stefano (a due passi dalla casa del maestro e amico Claudio Abbado), consultare i sacri spartiti, scazzarsi con questo o quel sovrintendente che non gli garantiva né fondi per l’orchestra né sufficienti risorse per la sua vulcanica attività.

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In gabbia non ci voleva stare. Era stato piacevole l’in…
In gabbia non ci sapeva stare. Le strade semideserte, gli occhi tristi sopra le mascherine, le notizie allarmanti, i teatri chiusi, il tempo sospeso, gli impegni congelati lo tenevano sulle spine. Ezio Bosso, compositore, direttore d’orchestra e pianista morto ieri a 48 anni, non si è mai fatto limitare dalla sedia a rotelle, figuriamoci dal coronavirus. Fosse per lui, avrebbe continuato la solita vita, vagare sotto i portici di Bologna col più fedele dei suoi cani, cenare nel ristorante vicino piazza Santo Stefano (a due passi dalla casa del maestro e amico Claudio Abbado), consultare i sacri spartiti, scazzarsi con questo o quel sovrintendente che non gli garantiva né fondi per l’orchestra né sufficienti risorse per la sua vulcanica attività.

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In gabbia non ci voleva stare. Era stato piacevole l’incontro col presidente Mattarella (che ieri l’ha affettuosamente ricordato) poco prima della pandemia, in occasione del 150esimo anniversario di Roma Capitale; era stato come riconciliarsi con le istituzioni che spesso gli rendevano la vita difficile. Poi, improvviso e inaspettato, il lockdown. Là fuori si aggirava un mostro più temibile di quello con cui doveva quotidianamente fare i conti; fragile com’era non avrebbe potuto combatterlo ad armi pari. Quest’estate c’era l’Arena di Verona ad aspettarlo con la Nona di Beethoven ma quelle maledette linee guida del governo non arrivavano mai. Il confinamento ha stressato il fisico già minato da una sindrome neurodegenerativa e ha avuto la meglio sulle varie altre patologie correlate, non tutte benigne.

Era successo nel 2011, «quando il pianoforte mi cadde in testa», scherzava. La malattia trasformò lo strumento che aveva adorato, la sua ossessione e l’estensione della sua anima, nel temibile nemico che non riusciva più a dominare; da virtuoso dello strumento applaudito nei più prestigiosi teatri del mondo a «pianista all’occorrenza», come si raccontava quando ormai aveva concentrato le sue energie nella direzione. E ci soffriva se, per colpa di un Sanremo di quattro anni fa — impressionante lezione di musica e vita che arrivò al 68 per cento della platea televisiva — qualcuno si ostinava a chiedergli di suonare per la curiosità — quella sì malata — di vederlo in difficoltà. «Il Festival, presentandomi più come pianista disabile che come uomo di musica, ha promosso un’immagine di me che non finirò mai di pagare», lamentava. Voleva solo essere giudicato per i suoi meriti, un pianista-compositore con un passato importante e un direttore carismatico con un presente complicato. Ma riconosceva che la tv gli aveva dato la certezza che non si fa auditel solo coi lustrini ma anche con Beethoven, «il grande corruttore»; e difatti Rai 3 gli avrebbe affidato Che storia è la musica per permettergli di raccontare al grande pubblico tutto quello che a scuola non s’insegna più.

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Bosso era come Luigi Nono, contestava l’accesso classista, insisteva sul ruolo sociale della musica che ribadiva con l’impegno nella Mozart14 (associazione che coltiva i progetti sociali e educativi voluti da Abbado) e condannava l’incompetenza di musicofili e politici: «Alla gente non frega niente né degli uni né degli altri; il pubblico ascolta e trascende» . Non aveva dimenticato le sue origini proletarie nella Torino degli anni Settanta: «Mio padre faceva il bigliettaio sui tram ed era orgogliosissimo del suo lavoro, esattamente come lo sono io del mio». Aveva sette anni quando il maestro di musica disse ai suoi genitori: siete operai, vostro figlio faccia l’operaio non il musicista. «Certo, poi gli ho dato dei begli schiaffoni a quello lì» , ci disse l’anno scorso con una risata liberatoria e generosa dopo il trionfo all’Arena con i Carmina Burana.

Le interviste con Bosso erano una benedizione, un privilegio, per quel che s’imparava standogli accanto e le riflessioni che si scatenavano il giorno dopo e nei giorni a venire. Si accalorava e qualche volta, quando la sua condizione gl’impediva di esprimersi con l’entusiasmo necessario, afferrava con pollice e indice uno dei muscoli laterali del collo, lo sternocleidomastoideo, e lo strattonava verso l’esterno, una manovra che apparentemente gli sbloccava la favella e gli ridava la carica di cui aveva bisogno: «Oggi fare musica classica è un gesto rivoluzionario, è come essere punk. Perché non basta far bene, bisogna andare oltre, arrivare alla gente, non aver paura del cambiamento». Nella prima delle sue due vite aveva impegnato il tempo a studiare e studiare: «Io la carriera me la sono guadagnata», ci disse una volta piangendo, «ho lavorato tanto e di più».

oi a trentanove anni il buio, trentasei anni di studio cancellati dalla malattia che aveva colpito il centro del linguaggio. «La disciplina che ho appreso allora, oggi mi guida e mi aiuta a convivere coi miei dolori. Certo, un tempo ero più spavaldo, vedevo il futuro lontano. Ora vivo nel presente, sarò io a dire basta quando capirò che non potrò più farlo con il rispetto e la perfezione che la musica pretende. Come diceva Céline, vorrei togliermi di torno quando mi faranno notare che sono di troppo» . Difficile tenere un punk in gabbia, anche nei giorni del grande silenzio.