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Dieci anni senza "Lost", la grande madre delle serie tv

Ancora oggi si discute sull'enigmatico finale delle sei stagioni che hanno cambiato per sempre la storia della televisione
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Dieci anni senza Lost, in questi giorni. E dire dieci anni è facile, molti hanno deciso a suo tempo che Lost fosse in realtà finito alla terza stagione e poi si era andati avanti (per altre tre) per dovere, meno per piacere: e soprattutto a un certo punto, ovvero il gran finale, si è buttato in caos tutto e alla fine si è chiuso in qualche incomprensibile modo. E pazienza, la nostalgia di quel tempo c'è comunque (da cui il già abusato Lostalgia), ormai su quel finale ci si può scherzare sopra, l'importante è la suggestione che ti porti appresso da allora.

E pare di vederli, autori, produttori e sceneggiatori (da Carlton Cuse a Damon Lindelof e, ovviamente, JJ Abrams) sorridere ancora di tutto questo: tempo una settimana e avevano collezionato qualche migliaio di interpretazioni sul finale, il web impazzito di commenti, ovvero avevano aperto la strada al futuro non solo delle serie tv, ma anche a tutto quello che vi sareb…
Dieci anni senza Lost, in questi giorni. E dire dieci anni è facile, molti hanno deciso a suo tempo che Lost fosse in realtà finito alla terza stagione e poi si era andati avanti (per altre tre) per dovere, meno per piacere: e soprattutto a un certo punto, ovvero il gran finale, si è buttato in caos tutto e alla fine si è chiuso in qualche incomprensibile modo. E pazienza, la nostalgia di quel tempo c'è comunque (da cui il già abusato Lostalgia), ormai su quel finale ci si può scherzare sopra, l'importante è la suggestione che ti porti appresso da allora.

E pare di vederli, autori, produttori e sceneggiatori (da Carlton Cuse a Damon Lindelof e, ovviamente, JJ Abrams) sorridere ancora di tutto questo: tempo una settimana e avevano collezionato qualche migliaio di interpretazioni sul finale, il web impazzito di commenti, ovvero avevano aperto la strada al futuro non solo delle serie tv, ma anche a tutto quello che vi sarebbe girato intorno negli anni a venire.


Era il 2004 e il concetto stesso di serie tv saltava per aria, ovvero esplodeva e costruiva il mondo nuovo: per un aereo, il volo Oceanic 815, che precipita su un'isola immaginaria - le Hawaii nella realtà. E inizia a succedere di tutto, naufraghi veri, naufraghi che guariscono di colpo, naufraghi come condizione definitiva. E un intreccio clamoroso - le prime stagioni, appunto - in cui gli sceneggiatori sono baciati dalla Grazia in persona, trovano colpi fantastici (la Dharma, la botola, il salto possibile nel tempo) che tengono avvinghiato il pianeta intero a quello che succede: e tutti si abbeverano, gli amanti del melò, quelli del soprannaturale, quelli dei fumetti di una volta, i thrilleristi a tempo pieno, perfino gli studiosi di filosofia a caccia di indizi disseminati ovunque (c'è anche un personaggio che si chiama John Locke). E soprattutto, quelli che commentano tutto - target fondamentale.

Jack, Kate, Hurley, Desmond e gli altri: che stagioni quelle. E c'è un'oscura combinazione di numeri, e c'è il Purgatorio (ma forse è il Limbo) e sono tutti già morti o tutti vivi in altra dimensione, e alla fine arriva anche una cosa che non è né flashbak né flashforward ma sono i flashsideways, ovvero gli spezzoni in cui fai vedere la vita dei protagonisti come sarebbe stata senza l'incidente. E arrivi al culmine dell'incomprensibile, morte e vita mai così indistinguibili e la fine ineluttabile, della serie, che accogli come una mezza liberazione.


Non è un caso se oggi celebrando il decennale sono tornate le interpretazioni sul finale: che ognuno può andarsi a cercare. Ma c'è caso che valga molto di più il senso complessivo, già diventato memoria. E riguarda anche i protagonisti, quegli attori che per qualche anno sono stati i volti più famosi al mondo: la Lostalgia ce l'avranno quasi tutti, e quasi tutti sono rimasti grosso modo sull'isola, piccole parti qui e là, pressoché spariti, al massimo per ognuno una parte importante in una sola serie successiva o due: quasi inspiegabile, senza pensare a un incantesimo vero. Vaghe eccezioni, il Michael Emerson (era Benjamin Linus) che JJ Abrams volle da subito protagonista della divertente Person of Interest, e che abbiamo visto di recente anche nel Nome della Rosa di casa nostra. E l'Uomo in nero del finale, ovvero Titus Welliver, protagonista per sei stagioni della formidabile Bosch, dai romanzi di Michael Connelly. Gli altri puf, più o meno, forse ancora sull'isola, forse a cercare ancora di capire il finale anch'essi.