Franca Leosini: "Nei delitti l'importante è non avere certezze"
Silvia Fumarola , di SILVIA FUMAROLALa giornalista da domenica torna su Rai 3 con due nuove puntate di 'Storie maledette'. "I gesti efferati spesso non somigliano alla persona che li compie"
L’anno scorso i suoi fan sono finiti nell’autorevole Treccani: leosiner "è chi sostiene con entusiasmo la giornalista Franca Leosini". La signora in giallo della tv italiana sorride: «Sono molto grata al mio pubblico, che è curioso come me, ed è fatto di giovani. Mi chiedo spesso il perché del successo, con umiltà. Credo che dipenda dall’amore con cui lavoro, non bluffo mai». Lessico inimitabile, ma d’ispirazione per grandi imitatrici come Paola Cortellesi, sua grande fan, Leosini da domenica (il 7 e il 14 giugno) torna su Rai 3 con due nuove puntate di Storie maledette in prima serata. «Purtroppo» spiega «con l’emergenza coronavirus non abbiamo potuto più fare niente. E’ stata gestita con saggezza: una pandemia nelle carceri sarebbe stata una tragedia enorme».
Il progetto quante puntate prevedeva?
«Quattro. Le altre la realizzerò la prossima stagio…
Il progetto quante puntate prevedeva?
«Quattro. Le altre la realizzerò la prossima stagio…
L’anno scorso i suoi fan sono finiti nell’autorevole Treccani: leosiner "è chi sostiene con entusiasmo la giornalista Franca Leosini". La signora in giallo della tv italiana sorride: «Sono molto grata al mio pubblico, che è curioso come me, ed è fatto di giovani. Mi chiedo spesso il perché del successo, con umiltà. Credo che dipenda dall’amore con cui lavoro, non bluffo mai». Lessico inimitabile, ma d’ispirazione per grandi imitatrici come Paola Cortellesi, sua grande fan, Leosini da domenica (il 7 e il 14 giugno) torna su Rai 3 con due nuove puntate di Storie maledette in prima serata. «Purtroppo» spiega «con l’emergenza coronavirus non abbiamo potuto più fare niente. E’ stata gestita con saggezza: una pandemia nelle carceri sarebbe stata una tragedia enorme».
Il progetto quante puntate prevedeva?
«Quattro. Le altre la realizzerò la prossima stagione. Mi dispiace perché sono mesi di studi che saltano: per ogni vicenda esaminata mi tuffo negli atti; la storia maledetta è il grande romanzo della vita. La sintesi di un delitto è l’ultimo atto di un percorso».
Cosa la colpisce?
«ll rapporto tra l’omicida e la vittima, ricerco il “guasto” che porta al gesto estremo. Indago la psicologia, mi irrito quando dicono: “era una persona normale”. Che vuol dire? I delitti non si giustificano ma si interpretano, penso a quelli privati, non tratto camorra e mafia. I gesti efferati spesso non somigliano alla persona che li compie. Mi metto nei panni della vittima e in quelli dell’omicida: nella vita dovremmo sempre cercare di capire le due sponde».
Dice che non giudica, ma un’opinione se la farà anche lei...
«I tre verbi che frequento sono: capire, dubitare e raccontare. Lascio le certezze agli imbecilli, noi del programma cerchiamo di non averne. Studio gli atti parola per parola. Quando incontro una persona ho preso talmente tante informazioni che ne so più io di lei».
Di quali casi si occuperà?
«Il primo è quello del dentista Francesco Rocca, ambientato a Gavoi nel cuore della Sardegna. E’ stato condannato all’ergastolo, definitivamente, con l’accusa - che lui rifiuta - di essere il mandante dell’omicidio della moglie, uccisa nel garage di casa. Si era innamorato dell’assistente di studio. Dopo cinque anni una lettera anonima ha riaperto il caso. Al centro della seconda storia c’è una donna, Sonia Bracciale, condannata a 21 anni con l’accusa di essere la mandante del pestaggio del marito, che ha portato alla morte dell’uomo. In generale la differenza è che l’uomo esegue il delitto, la donna si macchia la coscienza ma non si sporca le mani».
Agatha Christie insegna che una pistola col calcio di madreperla può trasformare una signora in killer...
«Questo è vero, con una certa eleganza».
Non si è stancata di occuparsi di delitti?
«No. Faccio Storie maledette dal 1994 e ci ho messo in mezzo Ombre sul giallo, che peraltro andò molto bene. Però ho parlato col neo direttore di Rai 3 Franco Di Mare di un altro progetto».
Cambia registro? Cucina, giardinaggio?
«In tv mi sembra che si cucini anche troppo. A me incuriosisce l’essere umano, più le vite sono complesse, più mi interessano».
Cosa trova nel crimine?
«Purtroppo il crimine è il grande romanzo della vita, ha mille sfaccettature. In ogni vicenda noir ci sono contesti interessanti e diversificati. Anche l’ambientazione di una storia ha la sua importanza: non dico che i luoghi determinino i comportamenti, ma spesso sono complici. Pensi alla cultura del silenzio, all’omertà».
Ha raccontato storie estreme: il collezionista di anoressiche ha ispirato "Primo amore" di Matteo Garrone.
«Film bellissimo. Ricordo ancora quando Garrone venne nella redazione del programma a prendere la cassetta di quella puntata. Voleva trarre un film anche da un’altra storia, poi però ha girato Gomorra. Era molto incuriosito».
Di storie incredibili in effetti ne ha raccontate parecchie, pensi al “delitto della valigia”.
«Pazzesco sì, il corpo fu trascinato in quella valigia per le scale di Positano: chi conosce il paese sa che è un’impresa notevole. Anche quella è una storia maledetta, erano gli albori del programma. Un piccolo vanto ce l’ho, aver portato i delitti in tv analizzandoli, senza dare nulla per scontato».
Passa ore a leggere gli atti: è vero che quando lavora non fa entrare nel suo studio neanche suo marito?
«Quando sono chiusa dentro non deve entrare nessuno, non mi posso distrarre: studiare gli atti processuali non è uno scherzo. Ti devi applicare. Massimo lo sa, rispetta molto il mio lavoro».
Come ha vissuto il lockdown?
«Userò un ossimoro: con paziente insofferenza. Ho rispettato doverosamente le indicazioni, in certi casi capisci quanto sia grande il bene della libertà. Quando ti vengono tolte anche quelle piccole, capisci quale sia il bene supremo. Diamo per scontate troppe cose. Ho ottimizzato il periodo di clausura per studiare e leggere qualche libro in più, adoro la carta stampata, la gioia più grande è portare a casa i giornali e leggerli in santa pace».
Incontra sempre i condannati, non la incuriosirebbe parlare con i giudici? Nei romanzi, da Camilleri a Simenon, sono ritratti come figure complesse, affascinanti.
«Lo sa che Camilleri era un mio ammiratore? Seguiva sempre il programma. I giudici hanno la consegna del silenzio, nessuno accetterebbe di farsi intervistare. Ed è vero, sono spesso persone che coltivano la solitudine. Per loro è doverosa».
Il progetto quante puntate prevedeva?
«Quattro. Le altre la realizzerò la prossima stagione. Mi dispiace perché sono mesi di studi che saltano: per ogni vicenda esaminata mi tuffo negli atti; la storia maledetta è il grande romanzo della vita. La sintesi di un delitto è l’ultimo atto di un percorso».
Cosa la colpisce?
«ll rapporto tra l’omicida e la vittima, ricerco il “guasto” che porta al gesto estremo. Indago la psicologia, mi irrito quando dicono: “era una persona normale”. Che vuol dire? I delitti non si giustificano ma si interpretano, penso a quelli privati, non tratto camorra e mafia. I gesti efferati spesso non somigliano alla persona che li compie. Mi metto nei panni della vittima e in quelli dell’omicida: nella vita dovremmo sempre cercare di capire le due sponde».
Dice che non giudica, ma un’opinione se la farà anche lei...
«I tre verbi che frequento sono: capire, dubitare e raccontare. Lascio le certezze agli imbecilli, noi del programma cerchiamo di non averne. Studio gli atti parola per parola. Quando incontro una persona ho preso talmente tante informazioni che ne so più io di lei».
Di quali casi si occuperà?
«Il primo è quello del dentista Francesco Rocca, ambientato a Gavoi nel cuore della Sardegna. E’ stato condannato all’ergastolo, definitivamente, con l’accusa - che lui rifiuta - di essere il mandante dell’omicidio della moglie, uccisa nel garage di casa. Si era innamorato dell’assistente di studio. Dopo cinque anni una lettera anonima ha riaperto il caso. Al centro della seconda storia c’è una donna, Sonia Bracciale, condannata a 21 anni con l’accusa di essere la mandante del pestaggio del marito, che ha portato alla morte dell’uomo. In generale la differenza è che l’uomo esegue il delitto, la donna si macchia la coscienza ma non si sporca le mani».
Agatha Christie insegna che una pistola col calcio di madreperla può trasformare una signora in killer...
«Questo è vero, con una certa eleganza».
Non si è stancata di occuparsi di delitti?
«No. Faccio Storie maledette dal 1994 e ci ho messo in mezzo Ombre sul giallo, che peraltro andò molto bene. Però ho parlato col neo direttore di Rai 3 Franco Di Mare di un altro progetto».
Cambia registro? Cucina, giardinaggio?
«In tv mi sembra che si cucini anche troppo. A me incuriosisce l’essere umano, più le vite sono complesse, più mi interessano».
Cosa trova nel crimine?
«Purtroppo il crimine è il grande romanzo della vita, ha mille sfaccettature. In ogni vicenda noir ci sono contesti interessanti e diversificati. Anche l’ambientazione di una storia ha la sua importanza: non dico che i luoghi determinino i comportamenti, ma spesso sono complici. Pensi alla cultura del silenzio, all’omertà».
Ha raccontato storie estreme: il collezionista di anoressiche ha ispirato "Primo amore" di Matteo Garrone.
«Film bellissimo. Ricordo ancora quando Garrone venne nella redazione del programma a prendere la cassetta di quella puntata. Voleva trarre un film anche da un’altra storia, poi però ha girato Gomorra. Era molto incuriosito».
Di storie incredibili in effetti ne ha raccontate parecchie, pensi al “delitto della valigia”.
«Pazzesco sì, il corpo fu trascinato in quella valigia per le scale di Positano: chi conosce il paese sa che è un’impresa notevole. Anche quella è una storia maledetta, erano gli albori del programma. Un piccolo vanto ce l’ho, aver portato i delitti in tv analizzandoli, senza dare nulla per scontato».
Passa ore a leggere gli atti: è vero che quando lavora non fa entrare nel suo studio neanche suo marito?
«Quando sono chiusa dentro non deve entrare nessuno, non mi posso distrarre: studiare gli atti processuali non è uno scherzo. Ti devi applicare. Massimo lo sa, rispetta molto il mio lavoro».
Come ha vissuto il lockdown?
«Userò un ossimoro: con paziente insofferenza. Ho rispettato doverosamente le indicazioni, in certi casi capisci quanto sia grande il bene della libertà. Quando ti vengono tolte anche quelle piccole, capisci quale sia il bene supremo. Diamo per scontate troppe cose. Ho ottimizzato il periodo di clausura per studiare e leggere qualche libro in più, adoro la carta stampata, la gioia più grande è portare a casa i giornali e leggerli in santa pace».
Incontra sempre i condannati, non la incuriosirebbe parlare con i giudici? Nei romanzi, da Camilleri a Simenon, sono ritratti come figure complesse, affascinanti.
«Lo sa che Camilleri era un mio ammiratore? Seguiva sempre il programma. I giudici hanno la consegna del silenzio, nessuno accetterebbe di farsi intervistare. Ed è vero, sono spesso persone che coltivano la solitudine. Per loro è doverosa».