✕

'West Side Story' torna attuale: gli scontri culturali nel remake di Spielberg

Gang rivali si sfidano a New York nel remake del classico tratto dal musical ispirato a Giulietta e Romeo
3 minuti di lettura
Credo di non essere stato l’unico ad aver reagito con sorpresa, se non addirittura con sconcerto, quando Steven Spielberg ha annunciato un remake di West Side Story. Mi sono chiesto quale fosse la necessità di riproporre un classico così celebre, e perché un uomo del suo potere e talento avesse scelto questo progetto, avendo a disposizione la prima scelta su qualunque copione esistente sulla terra. Con pochissime eccezioni, come ad esempio L’uomo che sapeva troppo, diretto in entrambi casi da Alfred Hitchcock, i remake dei classici si sono rivelati sempre cocenti delusioni, anche quando sono stati realizzati da registi di qualità: basti pensare al terrificante Sabrina diretto da Sydney Pollack, o, forse ancora peggio, a Psycho firmato da Gus Van Sant.

È il concetto stesso di remake ad essere debole in partenza: l’industria, non solo hollywoodiana, sceglie di andare sul sicuro usando una formula già collaudata, e attende che …
Credo di non essere stato l’unico ad aver reagito con sorpresa, se non addirittura con sconcerto, quando Steven Spielberg ha annunciato un remake di West Side Story. Mi sono chiesto quale fosse la necessità di riproporre un classico così celebre, e perché un uomo del suo potere e talento avesse scelto questo progetto, avendo a disposizione la prima scelta su qualunque copione esistente sulla terra. Con pochissime eccezioni, come ad esempio L’uomo che sapeva troppo, diretto in entrambi casi da Alfred Hitchcock, i remake dei classici si sono rivelati sempre cocenti delusioni, anche quando sono stati realizzati da registi di qualità: basti pensare al terrificante Sabrina diretto da Sydney Pollack, o, forse ancora peggio, a Psycho firmato da Gus Van Sant.

È il concetto stesso di remake ad essere debole in partenza: l’industria, non solo hollywoodiana, sceglie di andare sul sicuro usando una formula già collaudata, e attende che siano passate un paio di generazioni dal momento in cui venne realizzato il film originale. Tuttavia, riflettendo sulle motivazioni della scelta di Spielberg si intuisce che c’è qualcosa di più profondo e interessante, a cominciare dall’idea stessa di riproporre oggi questa storia, che ambientava la vicenda di Romeo e Giulietta nel West Side di Manhattan. Al posto dei Capuleti e Montecchi ci sono le bande denominate Jets e Sharks, che sintetizzavano in chiave di conflitto razziale e culturale l’essenza stessa della città. Il campo di basket dove venne girata la celebre scena iniziale ospita oggi gli edifici del Lincoln Center, e l’intero quartiere, all’epoca popolare, è diventato in gran parte di lusso, ma alla luce di quanto sta succedendo in America risulta chiaro che il tema dello scontro culturale si riveli per Spielberg imprescindibile e attuale.

Qui, e in alto, alcune foto di scena di 'West Side Story' diretto da Steven Spielberg 


È necessario fare un passo indietro e ricordare come nacque il musical: l’idea venne ad Arthur Laurents, il quale ebbe l’intuizione di rivisitare la tragedia shakespeariana contrapponendo gli ebrei e i cattolici durante le rispettive celebrazioni della Pasqua. Nella prima versione l’ambientazione era nel Lower East Side, dove i cattolici Jets combattevano contro gli ebrei Emeralds, e il titolo originale East Side Story. Il progetto cambiò con l’entrata in scena di Leonard Bernstein e Stephen Sondheim, autori delle musiche, e di Jerome Robbins, che firmò le coreografie. Lo spettacolo debuttò a Broadway tra lo scetticismo generale, ma conquistò il pubblico e la critica parlò di “potenza atomica”, finendo per vincere il Tony per la migliore coreografia e scenografia.

Nel frattempo l’ambientazione era stata spostata nella zona nord di Manhattan, popolata in gran parte dalle immigrazioni latine: nella nuova versione una banda di portoricani chiamati Sharks aveva preso il posto degli ebrei Emeralds, mentre i cattolici erano stati trasformati in generici immigrati del Nord Europa, perlopiù polacchi. Sin da allora il testo proponeva una notevole intuizione politica e antropologica: in questa storia di contrasto all’interno del melting pot i penultimi a conquistare l’integrazione non tollerano gli ultimi, i quali cantano la canzone simbolo I wanna be in America. New York rappresenta quindi il terreno di scontro proprio perché è la terra dell’opportunità. Non solo: la metropoli che ha come simbolo la statua della libertà è un palcoscenico vibrante anche nella povertà, per una storia d’amore che diviene eterna grazie al sacrificio dei protagonisti.

Quattro anni dopo, la versione cinematografica diretta da Robert Wise trionfò con dieci premi Oscar tra i quali quello per il miglior film, con scelte che oggi susciterebbero polemiche di appropriazione culturale: nel ruolo della protagonista Maria venne scritturata Natalie Wood, brava e popolare, ma ebrea e non portoricana. Chita Rivera, che aveva trionfato a Broadway nel ruolo di Anita, venne sostituita sullo schermo da Rita Moreno, caldeggiata da Marlon Brando, compagno dell’epoca. Credo che a questo punto risultino sin troppo evidenti i temi che interessano Spielberg, il quale ha chiamato accanto a sé per la sceneggiatura Tony Kushner, vincitore sia del premio Pulitzer che del Tony per Angels in America, e ha scritturato attori emergenti come l’americano di origine russa Ansel Egort nel ruolo di Tony e la sudamericana Rachel Zegler in quello di Maria.

Alla luce di tutte queste considerazioni è necessaria aggiungere un’ulteriore riflessione: nel vecchio film i momenti di eccellenza sono rappresentati, oltre al plot ereditato da Shakespeare, dalle musiche di Bernstein / Sondheim, dalle scene di danza di Jerome Robbins e dalla sequenza aerea dei titoli di testa ad opera di Saul Bass. Robert Wise, che i cinephiles detestano per aver rimontato L'orgoglio degli Amberson contro la volontà di Orson Welles, ha diretto alcuni buoni film come Stasera ho vinto anch’io, ma in West Side Story rappresenta di gran lunga l’elemento più debole: basti pensare al kitsch delle sovrimpressioni sognanti nella scena nella palestra, senza voler infierire sulle due bande di teppisti più tranquillizzanti della storia del cinema. Se riflettiamo sul fatto che anche l’originale era in fondo un remake della più classica delle storie d’amore, e che in questa nuova versione i principali elementi di eccellenza saranno confermati, lo sconcerto iniziale può trasformarsi in ottimismo. È proprio la maestria registica di Spielberg a poter fare la differenza rispetto a quanto ha realizzato Wise, e smentire per una volta il principio secondo cui i remake sono condannati al fallimento.