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Ziggy Marley: "Unità e amore, la lezione eterna di papà Bob"

Settantacinque anni fa nasceva il re del reggae: i ricordi del figlio, le iniziative organizzate dalla famiglia
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Quando il giornalista Timothy White mise mano a una storia su Bob Marley (1945-1981) pensava di produrre evidenze che avrebbero esaltato la dimensione umana del re del reggae facendo la tara a superstizioni e poteri soprannaturali che la comunità giamaicana e il circolo dei rastafariani radicati in Giamaica gli attribuivano. Non ci riuscì, finì anche lui preda dell’incantesimo. Bob Marley — Una vita di fuoco (Ed. Feltrinelli) è un racconto costruito con diverse verità e molti misteri, fatti che diventavano leggenda nel momento stesso in cui accadevano. A quasi quarant’anni dalla morte, l’aura mistica intorno al personaggio e alla sua musica è ancora intatta e la dinastia del patriarca, venerato come un semidio, più che assicurata. I figli Ziggy, Julian, Damian e Stephen Marley sono i nomi più accreditati, star da Grammy Award, ma c’è anche una legione di eredi indaffarati a portare avanti la t…
Quando il giornalista Timothy White mise mano a una storia su Bob Marley (1945-1981) pensava di produrre evidenze che avrebbero esaltato la dimensione umana del re del reggae facendo la tara a superstizioni e poteri soprannaturali che la comunità giamaicana e il circolo dei rastafariani radicati in Giamaica gli attribuivano. Non ci riuscì, finì anche lui preda dell’incantesimo. Bob Marley — Una vita di fuoco (Ed. Feltrinelli) è un racconto costruito con diverse verità e molti misteri, fatti che diventavano leggenda nel momento stesso in cui accadevano. A quasi quarant’anni dalla morte, l’aura mistica intorno al personaggio e alla sua musica è ancora intatta e la dinastia del patriarca, venerato come un semidio, più che assicurata. I figli Ziggy, Julian, Damian e Stephen Marley sono i nomi più accreditati, star da Grammy Award, ma c’è anche una legione di eredi indaffarati a portare avanti la tradizione di famiglia — gli altri figli, Cedella e Ky-Mani, i nipoti Skip, Yohan, Daniel, Zuri, Bambaata e Jo Mersa, solo per citare i più attivi. Ziggy Marley, 51 anni, in attività dal 1985, è diventato il portavoce dell’allargatissima famiglia. È lui che — piacevolmente sorpreso dalle belle cover di Redemption song e Three little birds postate dai nostri Mahmood ed Elisa — svela, al telefono da Los Angeles, le iniziative legate alle celebrazioni del 75esimo anniversario della nascita di Bob Marley, inevitabilmente rallentate dalla pandemia.

Bob Marley è morto a 36 anni, quando lei aveva dodici anni. Che papà vede quando pensa a lui?
«Sono cresciuto in una specie di favola, quando ero bambino non c’erano nuvole all’orizzonte, solo tanto reggae. Mio padre non ci faceva raccomandazioni, ci parlava attraverso le canzoni. La vera felicità era quando mi coinvolgeva in una partita di calcio con i grandi».

Bob Marley sul palco dello storico concerto a San Siro, nel 1980; nella foto in alto, il figlio Ziggy, 51 anni 


Nel bel documentario del 2012 “Marley”, di Kevin Macdonald, ci sono tenere immagini di lei che canta e balla al funerale. Era già consapevole della portata della sua musica?
«Il 13 luglio del 1980 andammo con mio padre in Africa, nello Zimbabwe. I Wailers tennero un concerto al Rufaro Stadium di Harare, che allora si chiamava Salisbury, per celebrare l’indipendenza del paese. Ero abbastanza grande per comprendere il peso di quel gesto e capire cosa intendesse quando, citando Marcus Garvey, parlava di ritorno all’Africa. Per mio padre la musica non era un passatempo ma una missione. Tutti noi — credo di poter parlare anche a nome dei miei fratelli e sorelle — abbiamo un legame fisico con l’Africa. Tornandoci da adulto, mi sono reso conto dello straordinario potere che la musica dei Wailers ancora esercita su quei popoli» .

Immaginiamo per un istante che Bob sia vivo. Cosa combatterebbe oggi con più energia e convinzione?
«Direbbe le stesse cose, insisterebbe sui temi che gli erano più cari — l’ingiustizia sociale, il razzismo, l’imperialismo, l’emancipazione; si concentrerebbe sull’emergenza rifugiati, come fece nell’album Exodus. Aveva dei principi semplici e sacrosanti: amore, umanità, rispetto, unità. In questi quarant’anni la musica non ha mai perso il suo potere e ha continuato a parlare alla gente. C’è un rapporto fluido tra Bob Marley e le nuove generazioni, nessuno ha mai preso il suo posto, neanche noi figli».

Qual è l’eredità più preziosa che Bob le ha lasciato?
«I valori morali di cui nutriva la sua musica; il reggae come luogo ideale per accomodare il disagio degli emarginati, degli oppressi, degli sfruttati, dei poveri del mondo».

Ci sono ricordi indelebili che la legano a suo padre?
«I giri sull’isola, io e lui, di notte, quando mi mostrava le montagne in cui era nato, a St. Ann’s Bay, e il ghetto di Trenchtown, alla periferia di Kingston, dove era cresciuto».

Siete la stirpe reale del reggae, è come se Bob avesse lasciato a ogni figlio e nipote un brandello del suo potere di grande comunicatore. Una dinastia destinata a moltiplicarsi…
«…Sì, finché la musica la sostiene. Ci sentiamo fieri di portare avanti l’eredità di famiglia puntando su tre aspetti: qualità, responsabilità, coerenza. Si sono creati degli automatismi che si tramandano da una generazione all’altra, ai miei figli (quattro maschi e tre femmine) ho trasmesso gli stessi valori: se decidi di fare musica, devi prenderla seriamente, dedicarle energie e risorse».

Il distanziamento sociale ha ridimensionato le iniziative per celebrare i 75 anni di Bob Marley. È tutto rimandato al 2021?
«Avevamo pensato a un megaconcerto in Giamaica, speriamo di farlo entro l’anno. Per ora sembra archiviata l’eventualità di un evento a San Siro, stiamo insistendo sulle operazioni via social, come i diversi episodi di Legacy: 75 years — A legend, brevi docufilm postati su YouTube insieme a nuovi video di Redemption song e Three little birds. Ci sarà anche un album con inediti. Già… ne abbiamo ancora» .

C’è una canzone di suo padre che le risuona in testa, come un mantra o una preghiera?
«Non riesco a concentrarmi su una sola, ma c’è un album, Survival (1979), che è stato decisivo nella mia formazione. La mia consapevolezza politica è legata al brano Africa unite, la colonna sonora della mia adolescenza».

Cosa consiglia a un giovane musicista reggae?
«Di non aspirare al titolo di nuovo Bob Marley. Tutti vorrebbero scoprirne uno, ma temo sia un’impresa disperata. Anche per noi che portiamo lo stesso cognome».