Il nuovo Dylan canta il destino e la memoria dell'America
Gino Castaldo , di GINO CASTALDOA otto anni dall'ultimo lavoro il premio Nobel torna con brani pieni di citazini, da Kerouac a Whitman. "Oltre l'orrore" è il so commento sull'omicidio di Floyd
Ha una voce più scura, arrochita dalla ruggine del tempo, a tratti incerta, ma ancora più drammatica, emozionante. Come un vecchio aedo che torna a vedere, dopo un lungo oblio. Ora è certo, dopo averlo dissacrato in ogni modo con improbabili canzoni natalizie e interminabili liste di cover alla Frank Sinatra, Bob Dylan è tornato a fare il suo mestiere, a otto anni dall’ultimo album di inediti, con Rough and rowdy ways (in uscita il 19 giugno) un lungo, ricchissimo tributo alla storia americana, alla necessità della memoria, all’idea di mortalità, al destino della razza umana, agli eroi letterari e musicali che dovremmo custodire con cura.
È tornato, deciso a riprendere il suo posto, con tutta la potenza della sua parola e l’acutezza visionaria di quella poesia cantata che gli è valsa l’assegnazione del Nobel. Ha anche commentato l’assassinio di Floyd in un’intervista al New York Times: «…
È tornato, deciso a riprendere il suo posto, con tutta la potenza della sua parola e l’acutezza visionaria di quella poesia cantata che gli è valsa l’assegnazione del Nobel. Ha anche commentato l’assassinio di Floyd in un’intervista al New York Times: «…
Ha una voce più scura, arrochita dalla ruggine del tempo, a tratti incerta, ma ancora più drammatica, emozionante. Come un vecchio aedo che torna a vedere, dopo un lungo oblio. Ora è certo, dopo averlo dissacrato in ogni modo con improbabili canzoni natalizie e interminabili liste di cover alla Frank Sinatra, Bob Dylan è tornato a fare il suo mestiere, a otto anni dall’ultimo album di inediti, con Rough and rowdy ways (in uscita il 19 giugno) un lungo, ricchissimo tributo alla storia americana, alla necessità della memoria, all’idea di mortalità, al destino della razza umana, agli eroi letterari e musicali che dovremmo custodire con cura.
È tornato, deciso a riprendere il suo posto, con tutta la potenza della sua parola e l’acutezza visionaria di quella poesia cantata che gli è valsa l’assegnazione del Nobel. Ha anche commentato l’assassinio di Floyd in un’intervista al New York Times: «Mi ha disgustato oltre ogni limire vedere George tortutato a morte in quel modo. Era oltre l’orrore». In Black rider sembra cantare di un uomo sul ciglio scosceso del tramonto della vita, un uomo che “dorme con la vita e con la morte nello stesso letto” come intona in apertura in I contain multitudes che evoca Walt Whitman e con lui l’origine della letteratura americana, uno dei pezzi che avevano annunciato il nuovo album insieme a Murder most foul, lo struggente recitativo elegiaco di 17 minuti in memoria di John Fitzgerald Kennedy.
Il disco ci riporta la consapevolezza di una inquieta coscienza alle prese con le follie di un’epoca in cui il vecchio mondo sta inesorabilmente tramontando in favore di uno nuovo che ancora conosciamo a fatica, veloce e instancabile, poco riflessivo e rutilante. In Crossing the Rubicon sembra prendere in considerazione l’idea della mortalità, parla delle “ossa che sente sotto la pelle” e si trova da qualche parte, “tre miglia a nord del purgatorio, a un passo dall’aldilà, ho pregato la Croce, ho baciato le ragazze eho passato il Rubicone”, in un costante flusso di citazioni, come se servisse un esercizio elencativo di nomi e pensieri che devono far parte del nostro vissuto. Ce ne sono a decine nell’album, da Liberace a Kerouac, da Leon Russell a Charlie Parker.
Il titolo dell’album ricorda un vecchio pezzo country di Jimmie Rodgers che potrebbe rappresentare una sorta di purezza cristallina, un ideale di incontaminata civiltà della frontiera. Un’idea rimarcata ancora di più dalla copertina, una foto in bianco e nero vecchia di 50 anni fa di un bar con gente che balla davanti a un juke box, scattata in Inghilterra, alla periferia di Londra e colorata col permesso dell’autore. Diventa omerico quando in un dolcissimo canto invoca la madre delle muse, Mother of muses, parla di giorno del giudizio, della strada di Armageddon. Di tanto in tanto, più del solito, si fa capire, scandisce molto bene frasi tipo “non sarò coinvolto in nessun insignificante dettaglio”, riesce a dire “to be or not be” con ironia, così come “vedo la storia della razza umana” con fluente disinvoltura. Non commette mai l’errore della nostalgia, tutto questo lo fa sembrare contemporaneo, come fossero le voci di un coro al quale tutti noi oggi “dobbiamo” dare ascolto.
Quando Dylan fa sul serio c’è la quintessenza della comicità di tradizone ebraica, c’è lirismo, c’è acutezza, ci sono aperture sconvolgenti e la rara capacità di cantare l’epos senza ombra di retorica, piuttosto con l’asciutta drammaturgia del genio. Nel misterioso enigmatico mondo di Dylan, questo disco sarebbe stata la perfetta “lectio magistralis” alla cerimonia del premio Nobel dove non andò. Disse che gli dispiaceva ma aveva un impegno. Ora sappiamo perché.
È tornato, deciso a riprendere il suo posto, con tutta la potenza della sua parola e l’acutezza visionaria di quella poesia cantata che gli è valsa l’assegnazione del Nobel. Ha anche commentato l’assassinio di Floyd in un’intervista al New York Times: «Mi ha disgustato oltre ogni limire vedere George tortutato a morte in quel modo. Era oltre l’orrore». In Black rider sembra cantare di un uomo sul ciglio scosceso del tramonto della vita, un uomo che “dorme con la vita e con la morte nello stesso letto” come intona in apertura in I contain multitudes che evoca Walt Whitman e con lui l’origine della letteratura americana, uno dei pezzi che avevano annunciato il nuovo album insieme a Murder most foul, lo struggente recitativo elegiaco di 17 minuti in memoria di John Fitzgerald Kennedy.
Il disco ci riporta la consapevolezza di una inquieta coscienza alle prese con le follie di un’epoca in cui il vecchio mondo sta inesorabilmente tramontando in favore di uno nuovo che ancora conosciamo a fatica, veloce e instancabile, poco riflessivo e rutilante. In Crossing the Rubicon sembra prendere in considerazione l’idea della mortalità, parla delle “ossa che sente sotto la pelle” e si trova da qualche parte, “tre miglia a nord del purgatorio, a un passo dall’aldilà, ho pregato la Croce, ho baciato le ragazze eho passato il Rubicone”, in un costante flusso di citazioni, come se servisse un esercizio elencativo di nomi e pensieri che devono far parte del nostro vissuto. Ce ne sono a decine nell’album, da Liberace a Kerouac, da Leon Russell a Charlie Parker.
Il titolo dell’album ricorda un vecchio pezzo country di Jimmie Rodgers che potrebbe rappresentare una sorta di purezza cristallina, un ideale di incontaminata civiltà della frontiera. Un’idea rimarcata ancora di più dalla copertina, una foto in bianco e nero vecchia di 50 anni fa di un bar con gente che balla davanti a un juke box, scattata in Inghilterra, alla periferia di Londra e colorata col permesso dell’autore. Diventa omerico quando in un dolcissimo canto invoca la madre delle muse, Mother of muses, parla di giorno del giudizio, della strada di Armageddon. Di tanto in tanto, più del solito, si fa capire, scandisce molto bene frasi tipo “non sarò coinvolto in nessun insignificante dettaglio”, riesce a dire “to be or not be” con ironia, così come “vedo la storia della razza umana” con fluente disinvoltura. Non commette mai l’errore della nostalgia, tutto questo lo fa sembrare contemporaneo, come fossero le voci di un coro al quale tutti noi oggi “dobbiamo” dare ascolto.
Quando Dylan fa sul serio c’è la quintessenza della comicità di tradizone ebraica, c’è lirismo, c’è acutezza, ci sono aperture sconvolgenti e la rara capacità di cantare l’epos senza ombra di retorica, piuttosto con l’asciutta drammaturgia del genio. Nel misterioso enigmatico mondo di Dylan, questo disco sarebbe stata la perfetta “lectio magistralis” alla cerimonia del premio Nobel dove non andò. Disse che gli dispiaceva ma aveva un impegno. Ora sappiamo perché.