Il 'Segnale d'allarme' di Elio Germano, uno spettacolo che "manipola" il pubblico
Anna Bandettini , di ANNA BANDETTININuove tecnologie, proclami, uomini soli al comando: l'attore a teatro con una piéce che svela i meccanismi dialettici del populismo
C’è il fascino trasgressivo della nuove tecnologie che spingono i limiti della creatività del teatro, c’è l’attrazione di un mondo virtuale, perfettamente visibile ma irreale e infine, ma importantissimo, anche il perturbante paradosso di trovarsi come realmente di fonte a un potere eversivo che ci contamina, ci condiziona, ci provoca. Pochi lavori in teatro sono così tante cose come Segnale d’allarme che dal 30 giugno al 5 luglio si rivedrà nella stagione estiva del Teatro Franco Parenti di Milano. Diretto da Elio Germano e Omar Rachid, si tratta di una trasposizione in realtà virtuale dello spettacolo La mia battaglia, che l’attore romano aveva presentato due stagioni fa e tratto dalla traduzione italiana di un libro non indifferente come il Mein Kampf di Adolf Hitler.
In quello spettacolo, scritto a quattro mani con Chiara Lagani, Germano si fingeva un imbonitore, uno di quei maître à penser impro…
In quello spettacolo, scritto a quattro mani con Chiara Lagani, Germano si fingeva un imbonitore, uno di quei maître à penser impro…
C’è il fascino trasgressivo della nuove tecnologie che spingono i limiti della creatività del teatro, c’è l’attrazione di un mondo virtuale, perfettamente visibile ma irreale e infine, ma importantissimo, anche il perturbante paradosso di trovarsi come realmente di fonte a un potere eversivo che ci contamina, ci condiziona, ci provoca. Pochi lavori in teatro sono così tante cose come Segnale d’allarme che dal 30 giugno al 5 luglio si rivedrà nella stagione estiva del Teatro Franco Parenti di Milano. Diretto da Elio Germano e Omar Rachid, si tratta di una trasposizione in realtà virtuale dello spettacolo La mia battaglia, che l’attore romano aveva presentato due stagioni fa e tratto dalla traduzione italiana di un libro non indifferente come il Mein Kampf di Adolf Hitler.
In quello spettacolo, scritto a quattro mani con Chiara Lagani, Germano si fingeva un imbonitore, uno di quei maître à penser improvvisati che abbondano nei talk televisivi, e ragionando con il pubblico amichevolmente, infarcendo il suo discorso di slogan e frasi fatte, via via costruiva una architettura manipolatoria su temi come la xenofobia, il razzismo, il valore del potere forte, dell’uomo solo al comando, fino a proclami dichiaratamente nazisti. Con un effetto devastante e dirompente perché in quel ragionamento lo spettatore rischiava non solo di condividere alcune premesse generali di critica alle società democratiche, ma di trovarsi di fronte a quei principi pericolosi e eversivi echeggiati nei populismi, nelle destre più radicali che da anni attanagliano lo scenario sociale di mezza Europa. Discorsi di fronte a cui lo spettatore rischia di non sapere come reagire, se alzarsi e andare via, se tirare dietro una scarpa o se applaudire trattandosi di teatro. “Costringiamo volutamente la persona a fare i conti con se stessa e le proprie opinioni – ha dichiarato Elio Germano- la costringiamo a ragionare con la propria testa e reagire di fronte a uno che ci dice cosa fare, rendendoci sempre più schiavi delle sue opinioni”.
A questo meccanismo di svelamento del discorso manipolatorio, Segnale d’allarme aggiunge il divertimento, se si vuole, ma soprattutto l’immersività della realtà virtuale: all’ingresso in sala a ciascun spettatore viene dato un visore, quasi occhiali/schermo, e ciascuno a quel punto vede il VR movie che viene trasmesso che è appunto lo spettacolo La mia battaglia: il protagonista Elio Germano è lì davanti a noi ma in realtà non c’è, perché attraverso i visori lo spettatore è “immerso” nello spettacolo come se fosse lì, in sala anche lui, in mezzo agli spettatori “reali” che avevano assistito allo spettacolo (questo grazie a un sistema di sette telecamere che avevano registrato la pièce dal vivo). Il risultato è un lavoro performativo interessante, perché al di là dell’aspetto ludico di trovarsi in un’altra realtà, si sperimenta “quella dimensione individualista dell’esperienza virtuale - spiega Germano - mettendo ancora di più lo spettatore di fronte alla propria coscienza”.
Indubbiamente le nuove tecnologie hanno cambiato la comunicazione, come sostiene l’attore: se da un lato si propongono come democratiche, dall’altro facilitano la manipolazione del pubblico. E in questo lavoro tutto questo diventa una realtà. Obbliga chi guarda a una reazione davanti ai temi disturbanti come la meritocrazia, la sicurezza, la xenofobia, la purezza della razza. “E’ uno spettacolo provocatorio che invita a chiederci cosa stiamo vedendo? A cosa applaudiamo? Chi è il personaggio che abbiamo di fronte? Dove ci sta portando?”. Un cura omeopatica contro la manipolazione. Ma anche contro razzismo e xenofobia.
In quello spettacolo, scritto a quattro mani con Chiara Lagani, Germano si fingeva un imbonitore, uno di quei maître à penser improvvisati che abbondano nei talk televisivi, e ragionando con il pubblico amichevolmente, infarcendo il suo discorso di slogan e frasi fatte, via via costruiva una architettura manipolatoria su temi come la xenofobia, il razzismo, il valore del potere forte, dell’uomo solo al comando, fino a proclami dichiaratamente nazisti. Con un effetto devastante e dirompente perché in quel ragionamento lo spettatore rischiava non solo di condividere alcune premesse generali di critica alle società democratiche, ma di trovarsi di fronte a quei principi pericolosi e eversivi echeggiati nei populismi, nelle destre più radicali che da anni attanagliano lo scenario sociale di mezza Europa. Discorsi di fronte a cui lo spettatore rischia di non sapere come reagire, se alzarsi e andare via, se tirare dietro una scarpa o se applaudire trattandosi di teatro. “Costringiamo volutamente la persona a fare i conti con se stessa e le proprie opinioni – ha dichiarato Elio Germano- la costringiamo a ragionare con la propria testa e reagire di fronte a uno che ci dice cosa fare, rendendoci sempre più schiavi delle sue opinioni”.
A questo meccanismo di svelamento del discorso manipolatorio, Segnale d’allarme aggiunge il divertimento, se si vuole, ma soprattutto l’immersività della realtà virtuale: all’ingresso in sala a ciascun spettatore viene dato un visore, quasi occhiali/schermo, e ciascuno a quel punto vede il VR movie che viene trasmesso che è appunto lo spettacolo La mia battaglia: il protagonista Elio Germano è lì davanti a noi ma in realtà non c’è, perché attraverso i visori lo spettatore è “immerso” nello spettacolo come se fosse lì, in sala anche lui, in mezzo agli spettatori “reali” che avevano assistito allo spettacolo (questo grazie a un sistema di sette telecamere che avevano registrato la pièce dal vivo). Il risultato è un lavoro performativo interessante, perché al di là dell’aspetto ludico di trovarsi in un’altra realtà, si sperimenta “quella dimensione individualista dell’esperienza virtuale - spiega Germano - mettendo ancora di più lo spettatore di fronte alla propria coscienza”.
Indubbiamente le nuove tecnologie hanno cambiato la comunicazione, come sostiene l’attore: se da un lato si propongono come democratiche, dall’altro facilitano la manipolazione del pubblico. E in questo lavoro tutto questo diventa una realtà. Obbliga chi guarda a una reazione davanti ai temi disturbanti come la meritocrazia, la sicurezza, la xenofobia, la purezza della razza. “E’ uno spettacolo provocatorio che invita a chiederci cosa stiamo vedendo? A cosa applaudiamo? Chi è il personaggio che abbiamo di fronte? Dove ci sta portando?”. Un cura omeopatica contro la manipolazione. Ma anche contro razzismo e xenofobia.