Marco Risi: "Solo Vittorio Gassman riuscì a far piangere papà"
Arianna Finos
,
di ARIANNA FINOS
I ricordi del regista, figlio di Dino che diresse l'attore in molti film entrati nella storia, da Il sorpasso a In nome del popolo italiano
Aggiornato alle 6 minuti di lettura
"Il mio primo ricordo di Vittorio Gassman", racconta Marco Risi, "è da bambino. Avevo undici anni ed era la mia prima volta sul set con mio padre. Vidi quest'uomo alto, con le spalle larghe, robusto, bello, che correva su una strada di Maccarese con Tognazzi accanto, vestito da fascista, e c'erano dei contadini che gli tiravano dei sassi di gommapiuma (il film era La marcia su Roma, ndr). Il secondo: avevo vent'anni, venne a casa nostra, da certi suoi sguardi si capiva che c'era qualcosa di diverso rispetto all'immagine sullo schermo, una timidezza nascosta, una fragilità dietro la bellezza che mi suscitava tenerezza e affetto". È stato l'inizio di un rapporto longevo, di un progetto per quello che doveva essere l'ultimo film del grande attore, scomparso il 29 giugno di vent'anni fa. Risi gli dedica molto spazio nel suo libro Forte respiro rapido - La mia vita con Dino Risi, "anche se", sospira, "c…
"Il mio primo ricordo di Vittorio Gassman", racconta Marco Risi, "è da bambino. Avevo undici anni ed era la mia prima volta sul set con mio padre. Vidi quest'uomo alto, con le spalle larghe, robusto, bello, che correva su una strada di Maccarese con Tognazzi accanto, vestito da fascista, e c'erano dei contadini che gli tiravano dei sassi di gommapiuma (il film era La marcia su Roma, ndr). Il secondo: avevo vent'anni, venne a casa nostra, da certi suoi sguardi si capiva che c'era qualcosa di diverso rispetto all'immagine sullo schermo, una timidezza nascosta, una fragilità dietro la bellezza che mi suscitava tenerezza e affetto". È stato l'inizio di un rapporto longevo, di un progetto per quello che doveva essere l'ultimo film del grande attore, scomparso il 29 giugno di vent'anni fa. Risi gli dedica molto spazio nel suo libro Forte respiro rapido - La mia vita con Dino Risi, "anche se", sospira, "ci vorrebbe papà per raccontare Vittorio e l'amore che avevano l'uno per l'altro".
Da che nasceva questo rapporto così forte?
"Dal fatto di aver perso entrambi il padre alla stessa età, verso i 14 anni. Non so se questa cosa è venuta fuori subito nel loro rapporto ma a un certo punto è diventato un elemento che li ha legati, capace di unirli nei sentimenti e nei silenzi. Ci sono belle foto in cui loro sono insieme, in silenzio, pensando a qualcosa".
In cosa erano diversi e in cosa simili?
"Si somigliavano molto, ma papà aveva una f orza che a Vittorio mancava, è sempre riuscito a scansarla, la depressione, mentre Vittorio ne è stato preda. Entrambi erano dotati di grande ironia, e di un senso cinico della vita, una maschera tipica di quella generazione, anche se sotto c'era la fragilità. Il cinismo apparteneva meno a Vittorio, ma era una forma di difesa. Conoscendo la loro sensibilità ci andavano cauti e sfoderavano un po' di cinismo che li aiutava a sopravvivere a sentimentalismi pericolosissimi".
Capaci entrambi di formidabili battute, molte sono nel suo libro.
"Mi piace moltissimo quella che sfoderava Gassman, congedandosi da una cena, alla padrona di casa: "Ho passato una bellissima serata, ma non era questa". La signora dapprima reagiva contenta, poi realizzava e crollava o, se era spiritosa, replicava. Quella ricorrente di papà, quando avevamo gente a cena e a un certo punto si rompeva le scatole, citando uno zio: "Io se fossi a casa vostra, andrei a casa mia"".
Cosa ha rappresentato la figura di Gassman nel cinema italiano, cosa appartiene solo a lui?
"A parte la grandezza a teatro, al cinema Gassman per me è come Gene Kelly, mentre Sordi era Fred Astaire. Astaire aveva il dono naturale e lo sfruttava al massimo, Kelly non lo aveva ma aveva studiato diventando bravo come Astaire. Gassman non voleva fare l'attore, fu spinto dalla madre, era diventato il più bravo di tutti. Forse un pochino meno di Sordi, che aveva quel talento lì su cui non lo fregava nessuno. Ma ci sono cose che soltanto Gassman poteva fare. Poi Sordi faceva ridere anche con quel faccione, Gassman, invece era anche bello ed era difficile far ridere con il suo volto. E non amava la sua voce, che era completamente costruita. Aveva l'etichetta di antipatico, spesso lo diceva: "Io sono odioso, la gente pensa che sono antipatico" e invece è riuscito, grazie soprattutto a Monicelli, che lo ha lanciato su quella strada cambiandogli il naso e la fronte, a diventare anche un attore comico".
Gassman e suo padre hanno condiviso momenti di splendore ma anche momenti più difficili.
"Ce ne fu uno davvero difficile, quando una sera Gassman a una cena di fine film, preso da chissà quale raptus di rabbia e forse in preda a qualche fumo alcolico, lo aggredì pesantemente, violentemente, davanti a tutti e mi confessò con una certa soddisfazione che aveva fatto piangere papà. Cosa alla quale io non credevo, perché non lo avevo mai visto piangere. E invece Gassman ci era riuscito, con grande durezza, asprezza. Perché loro, volendosi così bene, ogni tanto avevano bisogno di litigare, di farsi del male. Quando erano in Argentina a girare Il gaucho, che per me è uno dei loro film migliori e lo metto subito dopo Il sorpasso, organizzarono una sera in casa di qualcuno il gioco in cui uno esce e gli altri lo descrivono con aggettivi. Gassman usci e quando rientrò la padrona di casa gli disse "chi ti ha dato del superfluo"? Se c'era una cosa che non era, Gassman, era superfluo, era una provocazione e lui puntando il dito verso mio padre con voce tonante, è stato Dino. Detto questo avevano programmato di fidanzarsi e andare a vivere a Favignana".
Hanno entrambi molto amato le donne.
"Ne hanno anche condivise, durante certi film, non so se consapevolmente ma credo anche di sì. C'era la gara a chi avrebbe conquistato per primo l'attrice di turno. Non sempre andava a buon fine. In tempi di MeToo non credo che se la sarebbero cavata facilmente, anche se la loro era una modalità scherzosa".
Oggi avrebbero demolito le eventuali statue.
"Avrebbero imbrattato la piazza intitolata a mio padre a Narni Scalo, io sono andato a vederla, non c'è manco una scritta".
Quando ha visto Gassman felice?
"Forse quando siamo stati a Todi per quel film che dovevamo fare insieme e avevamo cominciato, poi lo abbiamo dovuto interrompere (Caro Vittorio, ndr). Aveva a che fare proprio con la sua depressione, abbiamo girato una prima scena al teatro di Todi, con le macchine da presa nascoste, e lui doveva perdere la memoria, cosa che gli è successa nel finale della sua vita, e non ricordarsi più quello che doveva dire, il 33esimo canto dell'Inferno: da lì partiva il film. Siamo andati insieme con Emanuele Salce a vedere una partita, Perugia-Roma, in quelle cose lì era felice perché conservava, malgrado la sua enorme cultura, la sua grande sapienza e intelligenza, anche la sua protervia, uno spirito infantile, sorrisi belli, ed erano quelle le cose che mi colpivano di lui ed era su quello che avrei voluto fare il film, non solo un documentario sulla depressione di Bruno Cortona, perché tutto il mondo ha pensato che Vittorio fosse Bruno Cortona di Il sorpasso, invece era un'altra cosa".
Jean-Louis Trintignant e Vittorio Gassman sul set di Il sorpasso, diretto da Dino Risi (1962)
La cosa che Vittorio le ha detto che lei porta con sé.
"L'incontro per parlare del film. Durante la seconda depressione lo avevo visto entrare in un ristorante, seduto, completamente assente, in preda a una malinconia feroce che faceva male a chi lo guardava. Allora decisi di fare un film su quell'uomo così forte che era così fragile. Gli proposi il progetto due anni dopo, quando superò la cosa. All'incontro lui arrivò da Gassman, tedesco, la puntualità era arrivare 5 minuti prima, io arrivavo due minuti prima ed ero già fregato. All'inizio era preoccupato, poi aveva sposato il progetto, gli piaceva entrare nelle viscere di quella cosa lì, ne aveva anche nostalgia. Finito il pranzo io gli dissi incautamente, lo dicevo a un attore, "certo Vittorio sarà difficile ritrovare la verità di quello sguardo così perso, così triste, malinconico e assente di quel giorno". E lui mi diede una tipica risposta da commedia all'italiana: "Basta pagare". E invece l'insegnamento che mi diede, quando aveva deciso di fare il film con me: "Non sarai mica uno di quei registi che stanno tutto il tempo a guardare il monitor eh, io ho bisogno del regista che stia accanto alla macchina da presa e quando dice stop io lo devo guardare per capire come sono andato". È una cosa che ho continuato a fare a ogni film, perché l'attore senta che sono lì vicino a guardarlo dal vero, e non attraverso uno schermo".
Lei mette al primo posto tra i film di Gassman Il sorpasso.
"Sì. Come sa, Gassman fu un rimedio, dovevano essere Sordi e Trintignant. Gassman confessò a papà di essersi ispirato a Sordi, di averlo imitato qua e là e si vede. Adesso io non so se Sordi sarebbe stato capace di farlo come lo ha fatto lui: sarebbe stato difficile trovare un altro attore a quell'altezza. Quel film mi sta nell'anima perché fotografa in modo perfetto non solo il 1962 ma gli anni Sessanta come un'epoca della nostra vita. Quel film ha raccontato in modo perfetto non solo quell'Italia, ma è riuscito a capire anche cosa sarebbe successo dopo. La scena della morte di Trintignant forse non sarebbe stata girata se la pioggia fosse durata un altro giorno, perché Cecchi Gori diceva "io altri soldi per stare fermo qui non ce li metto, il film finisce che loro se ne vanno via allegri e contenti". E invece per fortuna non piovve. Con quel finale lì, cioè far morire il buono e far vivere il cattivo inconsapevolmente, loro, mio padre in testa, hanno fatto capire che stava finendo l'Italia dell'innocenza, della speranza, della gioia, della ricostruzione, per dare il via all'Italia del cinismo e della sopraffazione. Tanto è vero che dieci anni dopo, nel 1972, Bruno Cortona-Vittorio Gassman è diventato Lorenzo Santenocito, protagonista di In nome del popolo italiano, faccendiere furbo, simbolo di un'Italia che si era ormai guastata. Vent'anni prima di Tangentopoli. I film che riescono ad anticipare i tempi non sono tanti".
Malgrado quella che lui chiamava la sua antipatia è stato molto amato dal pubblico.
"In quell'epoca anche Sordi passava dei momenti in cui il pubblico non andava a vederlo in sala. A vedere Il sorpasso nei primi tre giorni non andò nessuno, tanto è vero che Cecchi Gori si vendette praticamente la sua quota, perché il film non incassava. Ma Vittorio era amato dal pubblico perché, al di là di tutto, era mentalmente straordinario, era uno dei moschettieri, con Mastroianni, Sordi, Tognazzi, Manfredi, a cui si voleva bene perché ci si riconosceva. E Gassman, che sembrava il più inavvicinabile perché era alto, bello, bravo, intelligente, colto, aveva qualità che l'italiano non perdonava tanto, però lui è riuscito a conquistarli. Ricordo quando con Gassman, che aveva ricominciato a essere malinconico, andammo insieme a prendere mio figlio a scuola e non si poteva passare a Villa Borghese quando il vigile vide che era lui fece passare la macchina, "prego", come se sapesse che non stava molto bene. La depressione era forte. Una volta andò da papà al residence a trovarlo e nello zoo davanti vide in gabbia una povera aquila spelacchiata, su un albero di cemento armato: Gassman disse "quell'aquila sono io". Quella generazione di attori, registi, sceneggiatori e quel periodo sono stati così belli. A volte mi chiedo: era meglio prima? E mi rispondo: sì, era meglio prima".