'Parasite', la seconda vita in bianco e nero di un film da Oscar
Chiara Ugolini
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di CHIARA UGOLINI
Il film coreano esce anche in versione senza colori. Una tendenza già evidenziata da film di grande successo come 'Roma' di Cuarón e 'The artist' di Hazanavicius
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Quante volte per il film premio Oscar di Bong Joon-ho Parasite si è parlato di commedia nera, di racconto che mescola l’ironia col dramma più feroce, di grandi dualismi: la famiglia di ricchi contro quella di poveri, gli adulti e i giovani? Insomma un film a tinte forti, un film in bianco e nero. Per cui non stupisce, soprattutto chi segue il regista sudcoreano da tempo e sa che non si tratta di una prima volta, che Bong Joon-ho abbia deciso di presentare Parasite Black & White Version, la versione in bianco e nero del lavoro che ha fatto la storia, primo film di quel paese a conquistare una statuetta, ma ancor più primo film non a produzione americana ad aggiudicarsi l'Oscar per il miglior film tout court.
Ora questa versione, già uscita tempo fa in Francia, sbarca nell’estate cinematografica italiana del post coronavirus, delle arene che si caricano del difficile compito di riportare gli spettatori al grande schermo, dei cinema …
Quante volte per il film premio Oscar di Bong Joon-ho Parasite si è parlato di commedia nera, di racconto che mescola l’ironia col dramma più feroce, di grandi dualismi: la famiglia di ricchi contro quella di poveri, gli adulti e i giovani? Insomma un film a tinte forti, un film in bianco e nero. Per cui non stupisce, soprattutto chi segue il regista sudcoreano da tempo e sa che non si tratta di una prima volta, che Bong Joon-ho abbia deciso di presentare Parasite Black & White Version, la versione in bianco e nero del lavoro che ha fatto la storia, primo film di quel paese a conquistare una statuetta, ma ancor più primo film non a produzione americana ad aggiudicarsi l'Oscar per il miglior film tout court.
Ora questa versione, già uscita tempo fa in Francia, sbarca nell’estate cinematografica italiana del post coronavirus, delle arene che si caricano del difficile compito di riportare gli spettatori al grande schermo, dei cinema che coraggiosamente riaprono. In anteprima al Far East Film Festival il 25 giugno alle 21.30 all’Arena Loris Fortuna di Udine e in contemporanea nelle sale Anteo Palazzo del cinema di Milano, Capitol Anteo spazio Cinema di Monza, Cinemazero di Pordenone e Ariston di Trieste, il film poi girerà l’Italia tra sale al chiuso e cinema all’aperto. “È stato interessante constatare” ha dichiarato Bong al Festival di Rotterdam, dove è stata presentata la versione "alternativa" di Parasite, “come cambi l’esperienza di visione di un film se viene riproposto in bianco e nero. L’ho visto due volte e mi ha dato l’impressione di vedere una favola o un film d’altri tempi. Penso che in questa versione tutti i personaggi risultino più intensi e che la distinzione tra i tre spazi, dove le famiglie vivono, sia più accentuata”.
Ma quella del bianco e nero è una tentazione a cui molti maestri di cinema hanno ceduto, eliminare il colore per esaltare l’immagine, rinunciare all’invenzione che ha rivoluzionato il mezzo e tinteggiato il sogno e la pellicola. Tra gli ultimi ci sono stati Alfonso Cuarón e il suo Roma, altro premio Oscar, raccontato attraverso il bianco e nero dei ricordi del regista che evoca il quartiere di Città del Messico dove è cresciuto e ha scelto di farlo rinunciando ai colori, ma anche Cold War di Pawel Pawlikowski, un’altra immersione nel passato del regista, che attraverso la storia d’amore di un musicista e una cantante nella Polonia comunista ha ritratto quella dei suoi genitori.
E se il grande successo di pubblico lo ha ottenuto The Artist, il film di Michel Hazanavicius che racconta il passaggio al cinema sonoro e lo fa proprio attraverso il bianco e nero e facendo pronunciare ai suoi protagonisti soltanto qualche battuta finale, ci sono tanti film d’autore che negli ultimi anni hanno virato verso quella scelta. Michael Haneke e Il nastro bianco, sull’epoca che precorse il nazismo, François Ozon con il suo film di guerra e d’amore Frantz, il Leone d'oro filippino Lav Diaz The woman who left, il dolente racconto del maestro russo Konchalovski nella Francia occupata dai nazisti Paradise, premiato per la regia a Venezia qualche anno fa.
"The artist"
E se Woody Allen spiegava il suo bianco e nero per Manhattan così "New York la vedo sempre in bianco e nero, e il mio cameraman è d’accordo con me", Steven Spielberg la sua scelta estrema per The Shindler’s list la imputava al suo direttore di fotografia, il polacco Janusz Kaminski. Era stato lui a proporre al regista de Lo squalo e Indiana Jones di usare il bianco e nero in una ricerca di verità che aveva trovato ispirazione negli album di Roman Vishniac, un fotografo di origine russa che tra il 1920 e il 1939 aveva ritratto gli insediamenti ebraici. Ad un racconto totalmente privo di colore però Kaminski aveva dovuto rinunciare per l'idea dello stesso Spielberg di avere un'unica macchia di colore, quel cappottino rosso che la piccola ebrea porta durante lo sgombero del ghetto di Varsavia, un atto d'accusa nei confronti degli Stati Uniti per non aver agito in tempo nonostante fossero a conoscenza dell'Olocausto. "Era ovvio, come una ragazzina che cammina con un cappotto rosso lungo una strada, quello che stava accadendo: l'annientamento della comunità ebraica europea. Eppure niente è stato fatto per bombardare le linee ferroviarie tedesche. Mettere del colore in quella scena voleva mandare questo messaggio" ha spiegato il grande regista.