La nuova vita di Alessandro Roia: 'Cambio tutto, anche il nome'
Arianna Finos
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di ARIANNA FINOS
L'attore è al centro di una commedia romantica on demand, 'Si muore solo da vivi', ambientata sul lungo Po, che parla di seconde possibilità. Dopo una crisi profonda l'attore ci racconta come ha ritrovato senso e voglia di fare il mestiere del cinema
Aggiornato alle 3 minuti di lettura
Tra le tante cose che di recente Alessandro Roia ha messo a posto nella sua vita c’è anche il cognome. “All’anagrafe sono nato Roia, ma avevo ripreso la j originale che si era persa nei momenti bui dell’Italia in omaggio alla storia di famiglia, ma mi ha creato talmente tanti problemi burocratici che ho preferito tornare alla semplicità”. L’attore romano, 42 anni appena compiuti, ha anche capito che voleva continuare ad andare avanti con la recitazione. “Poco tempo fa ho attraversato una crisi profonda, iniziata quando è morta la mia agente, Graziella Bonacchi, con cui avevo fatto un progetto a lungo termine, una montagna da scalare, per me che di gavetta ne ho fatta tanta. In quel periodo ho avuto un’offerta di lavoro alternativa, unica e molto stimolante”.
Se oggi lo ritroviamo protagonista della commedia romantica Si muore solo da vivi di Alb…!-->!-->
Tra le tante cose che di recente Alessandro Roia ha messo a posto nella sua vita c’è anche il cognome. “All’anagrafe sono nato Roia, ma avevo ripreso la j originale che si era persa nei momenti bui dell’Italia in omaggio alla storia di famiglia, ma mi ha creato talmente tanti problemi burocratici che ho preferito tornare alla semplicità”. L’attore romano, 42 anni appena compiuti, ha anche capito che voleva continuare ad andare avanti con la recitazione. “Poco tempo fa ho attraversato una crisi profonda, iniziata quando è morta la mia agente, Graziella Bonacchi, con cui avevo fatto un progetto a lungo termine, una montagna da scalare, per me che di gavetta ne ho fatta tanta. In quel periodo ho avuto un’offerta di lavoro alternativa, unica e molto stimolante”.
Se oggi lo ritroviamo protagonista della commedia romantica Si muore solo da vivi di Alberto Rizzi e a Natale lo vedremo tra il grande antagonista nel Diabolik firmato Manetti Bros è grazie a Ivan Cotroneo: “Mi ha chiamato per La compagnia del cigno, per quel personaggio omosessuale pieno fragilità. Mi piace fare i cattivi e Romanzo criminale è una pagina unica della mia carriera, ma non sono un attore che rifugge dai personaggi teneri, tutt’altro. Ho pensato: se questo fosse l’ultimo mio ruolo, vorrei farlo in modo da lasciare il segno. E’ stato straordinario, era dai tempi del Dandi di Romanzo criminale che non ricevevo un ritorno così appassionato dal pubblico”. E così è iniziata la sua nuova fase, passata per una commedia che parla di seconde possibilità: in Si muore solo da vivi, da pochi giorni disponibile on demand è un perdente, un ex cantante ora vive alla giornata in una baracca sulle sponde del Po, ma il terremoto del 2012 lo costringe a rimettersi in gioco, tra la nipote di cui prendersi cura e band da rimettere in piedi, un amore mai dimenticato che si riaffaccia (nel cast ci sono Alessandra Mastronardi, Neri Marcorè, Francesco Pannofino, Amanda Lear, Red Canzian, Ugo Pagliai).
“E’ una commedia romantica che non si nasconde al suo genere, il regista, alla sua opera prima, ha il coraggio di aggiungere poesia, il sogno. E poi è un film che racconta le seconde possibilità, che è una cosa molto attuale, credo”. Dell’ambientazione spiega: “Ho un rapporto personale forte con l’Emilia Romagna, un territorio che ho sempre frequentato e che mi piace, anche se non conoscevo quei luoghi del lungo Po, magici, dal sapore gipsy western. Sono stato accolto con calore e ospitalità, gli abitanti sono gran lavoratori, amano la loro terra. Mi affascina anche il rapporto che c’è con il Po, quasi sciamanico, in quella terra”.
E’ il suo terzo musical, dopo I più grandi di tutti di Carlo Virzì e Song’e Napule dei Manetti Bros: “Non so suonare nulla, ma ascolto moltissima musica, ho avuto la fortuna di avere un fratello più grande che mi ha anche istruito in questo. E la musica mi vuole bene”. Rispetto a quando è stato girata la storia del film acquista oggi una valenza diversa “usciamo tutti da un trauma che non è un terremoto ma un evento catastrofico che interviene sul tuo destino, il film racconta la presa di consapevolezza rispetto agli eventi che ci toccano o ci travolgono o rispetto alle persone che amiamo. Questo film, come l’ha definito qualcuno nel pubblico che l’ha visto, è una coccola e questo è un momento in cui serve la coccola, ma anche la forza di sfruttare la seconda possibilità che ci viene data. Dobbiamo aprirci alla possibilità di reagire e non subire, di avere una parte in quello che succede. Orlando per molta parte della sua vita rinuncia alle scelte, preferisce farsi portare dal flusso. Come lui oggi dobbiamo andare controcorrente, affrontare i fatti avversi”.
Il protagonista del film si ritrova a prendersi cura della figlia del fratello, rimasto con la moglie sotto le macerie caseificio durante il sisma. Roia è un padre attento che si vede spesso con il passeggino nel suo quartiere con i figli: “Nei periodi in cui non viaggio per lavoro, cerco di essere un padre presente. Quando ho girato questo film la mia secondogenita, Dorotea, aveva dieci giorni, sono stato via per molte settimane. Da quando sono padre ho imparato a concentrarmi in modo specifico, a rendere di più anche nel lavoro”. Con il primogenito Orlando gioca a pallavolo, malgrado il nonno Claudio Ranieri sia uno dei più grandi allenatori italiani di calcio: “Il nonno è contento, anche perché da ragazzino praticava quello sport e ora ci gioca con lui”. I sentimenti sono stati al centro di tante scelte nella vita. Da giovane Roia era avviato a fare l’avvocato, ma di fronte alla morte di un amico ha capito che doveva scegliere ciò a cui teneva davvero: “Quello che mi capita spesso, ne parlavo con mio padre ieri, è di pensare agli amici che ho perso in questa prima parte di vita e ogni volta che passo il tempo in modo superficiale, o non prendo decisioni, o non seguo le cose in cui credo è come se facessi un torto a loro. E’ un mancare di rispetto a chi non ha avuto la mia fortuna. Perché ne ho avuta, malgrado gli alti e bassi, gli inizi difficilissimi”. Se deve pensare al momento professionale più bello pensa a Song ‘e Napule, “ho inanellato una serie di cose che mi piaceva fare ed è nato il rapporto speciale con Marco e Antonio. Dal primo incontro ho capito che fanno parte del mio universo, siamo in sintonia, trovo al volo sul set qualcosa che arricchisca il film”.
Senza svelare troppo, il suo ruolo in Diabolik è molto rilevante: “Sì e loro sono stati pazzeschi, stupiranno il pubblico. Hanno affrontato un film di grandi dimensioni con lo stesso approccio personale di sempre”. I Manetti hanno inserito in una scena del film, molto personale per loro, un quadro del padre pittore “anch’io a casa ho un quadro del loro papà. Set e sentimento con i Manetti sono un tutt’uno, questo diventa anche l’approccio collettivo la set, serio ma mai serioso, vissuto da tutti come un impegno coinvolgente”.