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Come filmare l'isolamento con il Papa e la Regina

La serie di corti 'Homemade': diciassette registi raccontano il coronavirus in minifilm su Netflix. Paolo Sorrentino ha scelto come protagonisti due statuine
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Quando il gioco si fa duro i registi (ri)cominciano a giocare. Ma lo fanno nel cortile di casa, con gli oggetti che trovano, le limitazioni forzate e la fantasia come unica arma per scavalcarle. Accade quando la Storia convoca. Era successo dopo l’11 settembre 2001 con i cortometraggi della durata inderogabile di 11 minuti, 9 secondi e un fotogramma. Succede ora con la pandemia da coronavirus. Diciassette registi segregati hanno girato altrettanti brevi film, utilizzando qual che avevano a disposizione. Il risultato è Homemade, disponibile da ieri su Netflix.

È una riflessione collettiva che sembra voler rispondere alla domanda con cui si chiude l’ultimo frammento, scandita dalla voce inconfondibile di Cate Blanchett: “Fai il conto delle cose perse o di quelle rimaste?”. La scelta è unanime: la seconda opzione. Non i relitti, ma i reperti. Non le rinunce dolorose, ma i doni inaspettati. Non quel che avremmo potuto essere, ma quel che non c…
Quando il gioco si fa duro i registi (ri)cominciano a giocare. Ma lo fanno nel cortile di casa, con gli oggetti che trovano, le limitazioni forzate e la fantasia come unica arma per scavalcarle. Accade quando la Storia convoca. Era successo dopo l’11 settembre 2001 con i cortometraggi della durata inderogabile di 11 minuti, 9 secondi e un fotogramma. Succede ora con la pandemia da coronavirus. Diciassette registi segregati hanno girato altrettanti brevi film, utilizzando qual che avevano a disposizione. Il risultato è Homemade, disponibile da ieri su Netflix.

È una riflessione collettiva che sembra voler rispondere alla domanda con cui si chiude l’ultimo frammento, scandita dalla voce inconfondibile di Cate Blanchett: “Fai il conto delle cose perse o di quelle rimaste?”. La scelta è unanime: la seconda opzione. Non i relitti, ma i reperti. Non le rinunce dolorose, ma i doni inaspettati. Non quel che avremmo potuto essere, ma quel che non ci accorgevamo di essere stati.

Il primo e l’ultimo corto hanno in comune la visione dall’alto. Ladj Li si autocita, rimettendo in scena Buzz, uno dei ragazzi dei Miserabili e il suo drone che sorvola la banlieu. Il contrasto tra quel che riprende nel film e in questo corto non potrebbe essere più forte: là la violenza, qui la tranquillità; là il caos, qui l’ordine. Sono tempi difficili, per alcuni più che per altri, ma la pace ne è un effetto collaterale.


Anche Ana Lily Amirpour osserva dall’alto. Nel suo caso Los Angeles, mentre una bicicletta la percorre con inedita sensazione di libertà sotto la quale affiora la paura. Deserta, la città rivela un ordine che sembra preludere, se non a un senso, a uno scopo. Quella persona che pedala non lo coglie perché vi è immersa, ma se potesse sollevarsi? Se la formica non pensasse di essere piccola, avrebbe ancora timore? Di fronte al male invisibile ci siamo scoperti piccoli o nel resistergli ci siamo svelati grandi?

Età e statura sono due variabili spesso immaginarie. La prima è affrontata nei due corti più commoventi. Rachel Morrison scrive una lettera al figlio di cinque anni e alla se stessa di quell’età. Ha vissuto una simile esperienza di reclusione, in una stanza popolata di orsi di pezza, dove ogni cosa era concessa, ma era la camera d’ospedale della madre malata di cancro. Ora il figlio sperimenta concessioni all’interno delle limitazioni, giochi continui e gelati su gelati, con un’unica lezione da imparare: i sopravvissuti sono sempre i fortunati.

Alla madre si rivolge anche Johnny Ma, che ha scelto di lasciarla in Cina per raggiungere la compagna e i suoi figli in Messico e trascorrere con loro il lockdown, ma cucina i ravioli con la ricetta della mamma per sentirla vicina (“anche se non lo saprai mai, perché non vedi Netflix”).

Il distanziamento sociale e la reclusione sono state anche le vie del caso per creare nuovi legami e possibilità, carte degli imprevisti al gioco della vita. Le due più sorprendenti le accosta Paolo Sorrentino, da tempo impegnato nell’emulazione dei miracolosi artigiani di San Gregorio Armeno, che miniaturizzano ogni grandezza rendendola disponibile per la nostra gioia festiva e passeggera. Qui, proprio due statuine mette in scena: papa Francesco e la regina Elisabetta. Le toglie dallo scaffale e le conduce per una immaginaria visita in Vaticano prolungata sine die dal lockdown. In quella che è in fondo la loro condizione abituale (“siamo reclusi da sempre, ma in cinquanta ettari”) i due grandi mettono a nudo se stessi come ruoli (“siamo simboli, per questo non facciamo niente”), cercano di sfuggire alla prigione più stretta che non è una teca di plexiglas, ma la rappresentazione di sé (“Rivediamo I due papi o The Crown?”) che finisce per provocare la prevalenza del personaggio sulla persona, la perdita dell’anima nel clamore delle offerte.

Anche qui si leva una domanda: se tutta questa grande bellezza si sprigiona da un corpo vuoto, disperato e solo a che cosa, a chi è destinata?