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(ansa)

Morricone, trionfo a New York

Standing ovation per il maestro al Radio City Music Hall
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NEW YORK - Ci vuole coraggio a raccontare l'America agli americani, più o meno come vendere ghiaccio al polonord, ma anche questo ha fatto Ennio Morricone, almeno quando esegue, nel tripudio del Radio City Music Hall, pubblico in piedi e standing ovation a ripetizione, le musiche dei film di Leone. Il suo west lo canta una soprano, la bravissima Susanna Regacci, quando la musica si apre sul tema di "C'era una volta il West", la forza tumultuosa della storia del Nuovo Mondo è negli archi che illanguidiscono sinuosi e irrisolti nelle musiche di "C'era una volta in America".

Ennio Morricone a Damilano: "Quando componevo avevo 15 matite: non potevo fermarmi per temperare"



C'era una volta, ma c'è oggi, ancora di più, quella che in questi giorni sembra prendere forma come la favola americana del compositore italiano. Dopo la presenza istituzionale all' Assemblea generale…
NEW YORK - Ci vuole coraggio a raccontare l'America agli americani, più o meno come vendere ghiaccio al polonord, ma anche questo ha fatto Ennio Morricone, almeno quando esegue, nel tripudio del Radio City Music Hall, pubblico in piedi e standing ovation a ripetizione, le musiche dei film di Leone. Il suo west lo canta una soprano, la bravissima Susanna Regacci, quando la musica si apre sul tema di "C'era una volta il West", la forza tumultuosa della storia del Nuovo Mondo è negli archi che illanguidiscono sinuosi e irrisolti nelle musiche di "C'era una volta in America".

Ennio Morricone a Damilano: "Quando componevo avevo 15 matite: non potevo fermarmi per temperare"



C'era una volta, ma c'è oggi, ancora di più, quella che in questi giorni sembra prendere forma come la favola americana del compositore italiano. Dopo la presenza istituzionale all' Assemblea generale dell'Onu, - turbata da un graffio da brivido di Lou Reed che prima del concerto ha gettato via il foglietto del discorso di prammatica sui mali del mondo e ha detto: "Qui, non posso non dire quello che penso: dobbiamo andarcene dall' Iraq, uscire da questa situazione terribile", con metà platea pronta ad applaudire e l' altra in imbarazzato silenzio - è arrivato il vero evento, la consacrazione nel tempio newyorchese del Radio City Music Hall. Il palco del teatro ha un sapore antico, la platea si stende in leggera salita fino a contenere seimila posti e l' imponente gruppo di orchestra e coro riempie la scena come una stilizzazione dell'epos collettivo che sa evocare la musica. E nessuna musica è più evocativa di quella da cinema, porta con se riverberi narrativi, storie, dolori, ironia, tragedie, l' essenza di popoli e nazioni.

Morricone, che questo genere ha portato a una dignità assoluta, ha ormai la disinvoltura e la sicurezza di un uomo che ha avuto ogni riconoscimento possibile. Dirige in frac, elegante e composto, senza concedere alla platea neanche una parola, solo inchini deferenti e un sorriso di accettazione, anche quando dal pubblico arrivano urla e incitamenti. In questo fervido universo dove ogni nota contiene implicita un' immagine, può attraversare indenne ogni stile, può inserire il verso del coyote de "Il buono il brutto e il cattivo" in un'orchestra sinfonica, per non parlare di chitarra elettrica e batteria, usa l'immenso coro per ricordare popoli in battaglia, come nella famosa "Abolisson" di Queimada, o la raffinata polifonia classica che travolge la passionalità quasi mistica di "Mission".

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Dal maestoso al leggero, da film che raccontano rivoluzioni e accadimenti generazionali alla commedia. Morricone si è adattato alle diverse esigenze trovando sempre soluzioni originali. Lo "scion scion" di "Giù la testa" vola sulle teste della gente come un sussurro di angeli dinamitardi, la melodia pre-lounge di "Metti una sera a cena" sparge malizia e buonumore, il "tema di Deborah" di "C' era una volta in America" incanta la platea come un gioco di prestigio dell' anima, dimostrando che dietro la dichiarata geometria del metodo compositivo di cui fa vanto c' è anche una disposizione emotiva capace di creare melodie struggenti. E poi "Gli intoccabili", "Nuovo cinema paradiso" e anche pagine meno conosciute come le musiche di "H2 S" di Roberto Faenza o "Il Clan dei siciliani" di Henry Verneuil, fino all' apoteosi di "Mission". Il pubblico reagisce con un tifo da stadio, applaudendo in piedi e costringendolo a concedere almeno quattro bis. Il più applaudito è "Il buono il brutto il cattivo", ma anche sugli altri gli applausi arrivano come un commosso tributo. Molti italiani presenti rivendicano con orgoglio l' appartenenza di Morricone alla nostra cultura, gli americani (in sala Brian De Palma, Willem Dafoe, i fratelli Coen, tutto lo staff di Springsteen, assente per lieve indisposizione) percepiscono perfettamente il dono che il Maestro ha regalato all' arte che sentono più propria, il cinema. Alla fine la gente si è accalcata intorno all' auto che lo portava via dal teatro, in cerca di autografi, proprio come fosse una rockstar, ma una rockstar di 78 anni.

(Articolo pubblicato il 5 febbraio 2007)