Il cantante ha scelto il Museo Egizio per il videoclip del singolo 'Dorado' con un testo anche in spagnolo. "Dentro ci trovo le mie origini arabe e sarde"
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Lo scenario è quello del Museo Egizio di Torino. Mahmood balla e canta tra una sfinge e le statue, sul ritmo del nuovo singolo, Dorado, realizzato con la collaborazione di Dardust e i featuring di Sfera Ebbasta e Feid. Le polemiche sulla visita di Chiara Ferragni agli Uffizi lo coinvolgono suo malgrado, con Fedez che difende la moglie e sottolinea che nessuno si era “indignato” allo stesso modo per la clip dell’artista milanese, ma il direttore del museo, Christian Greco, aveva già espresso giorni fa la sua soddisfazione per l’incontro con il rapper: «L’accostamento fra la nostra collezione e la musica di Mahmood esprime appieno il senso di universalità che caratterizza i vari linguaggi della cultura, portatori di messaggi in grado di raggiungere e arricchire chiunque», aveva detto.
Nel nuovo singolo di Mahmood c’è l’Egitto delle sue radici, dunque, ma anche il mondo latino della sua contemporaneit&agra…
Lo scenario è quello del Museo Egizio di Torino. Mahmood balla e canta tra una sfinge e le statue, sul ritmo del nuovo singolo, Dorado, realizzato con la collaborazione di Dardust e i featuring di Sfera Ebbasta e Feid. Le polemiche sulla visita di Chiara Ferragni agli Uffizi lo coinvolgono suo malgrado, con Fedez che difende la moglie e sottolinea che nessuno si era “indignato” allo stesso modo per la clip dell’artista milanese, ma il direttore del museo, Christian Greco, aveva già espresso giorni fa la sua soddisfazione per l’incontro con il rapper: «L’accostamento fra la nostra collezione e la musica di Mahmood esprime appieno il senso di universalità che caratterizza i vari linguaggi della cultura, portatori di messaggi in grado di raggiungere e arricchire chiunque», aveva detto.
Nel nuovo singolo di Mahmood c’è l’Egitto delle sue radici, dunque, ma anche il mondo latino della sua contemporaneità, c’è l’elettronica e la melodia, ci sono culture e visioni che si fondono per approdare in Spagna: «Il pezzo è nato all’inizio dell’anno a Madrid», ci dice, «ho lavorato in spagnolo ed è stato bello perché mi ha permesso di creare immagini diverse, nuove, una sorta di viaggio verso un mondo dorato, dove l’orrore materiale è un pretesto per farti capire quanto i valori di una vita siano altri».
Perché ha scelto di lavorare in Spagna?
«C’è un motivo creativo e affettivo, la Spagna è stato il primo paese al di fuori dell’Italia che mi ha sostenuto, da subito. E poi mi piace la musica spagnola, ascolto molti artisti non solo dell’area flamenca, mi piace molto Rosalia, ma anche la musica sudamericana, artisti come J. Balvin o Bad Bunny, quindi mi è sembrato naturale provare a lavorare in Spagna e in spagnolo, mettermi alla prova in una realtà diversa dalla mia».
E alla fine, come fanno in tanti, c’è il brano dell’estate…
«A dire la verità non l’avevo pensato per l’estate, l’avevo scritto a fine dicembre, avrei voluto farlo uscire prima ma quello che è accaduto con la pandemia ha cambiato tutto. È vero, lo spagnolo è dalle nostre parti la lingua principale delle hit estive, ma in realtà io nella musica e nella lingua spagnola ci ritrovo molto delle mie radici, sia quelle arabe, che sono evidenti, sia quelle sarde, ci riconosco la musica di Maria Carta e di Andrea Parodi che mia madre ci faceva ascoltare fin dall’infanzia».
Il periodo del lockdown ha cambiato i suoi piani. Ma come è andato?
«All’inizio francamente non ero contento, stare fermo non è per me. Poi pian piano ho scoperto cose di me stesso che altrimenti non avrei scoperto. Ad esempio: il silenzio mi ha sempre messo agitazione, invece adesso è un “suono” che apprezzo in maniera diversa; pensavo che la mia condizione naturale di lavoro per ottenere il meglio fosse sotto stress, invece sono riuscito a ottenere dei risultati anche nella calma più assoluta. E poi io ero abituato a scrivere in viaggio, in movimento, e invece ho creato molte cose stando fermo, in casa. Insomma, mi sono messo alla prova, è stato un periodo che mi è servito, ma sono contento che stia finendo».
Mahmood al Museo Egizio di Torino
Cosa le è mancato?
«Il contatto con gli altri, come a tutti. Volevo uscire di casa, incontrare gli amici e le persone care, ma anche capire esattamente quello che stava accadendo. I social e il web aiutano, ma fino a un certo punto, non hai mai la percezione esatta di quello che accade se non sei in relazione diretta con gli altri, sembra tutto un film. Mi è sembrato di vivere in The day after tomorrow…».
Dopo il grande successo di questi anni stare fermo l’ha aiutata anche a riprendere contatto con la normalità di una vita casalinga?
«La casa è sempre stata la mia ancora di salvezza, il latte con le brioche la mattina sono fondamentali. Me ne sono reso conto già lo scorso anno, quando tornavo a casa avevo gli occhi fuori dalla testa e mia madre mi guardava preoccupata. Ho ventisette anni, ho mangiato tanta merda prima di arrivare dove sono adesso e mi chiedo ancora, tutte le mattine, se andrà ancora bene. Sono consapevole che oggi ci sono e domani potrei non esserci, me lo ha insegnato mia madre, che è una sarda bella dura e attenta. So di dovermi rendere conto di tutto, che non posso lasciare niente al caso e che posso perdere tutto quello che ho conquistato in soli tre secondi. Quindi, diciamo che non mi concedo occasioni per perdere la testa».
Restare sulla cresta dell’onda significa fare anche cose sempre nuove?
«Significa fare le cose al meglio, cercando sempre di guardare avanti. Adesso sto lavorando all’album nuovo e sto facendo cose diverse da quelle che ho sempre fatto. Certo, al tempo stesso penso che sia giusto dare sicurezza ai tuoi ascoltatori, ma ogni brano deve essere un passo avanti, avere qualcosa di nuovo, anche se qualcuno potrebbe storcere il naso. Dorado è anche questo: il mio punto di partenza è il mio stile, il mio mondo, ma il mio obbiettivo è quello di non pormi limiti».