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Elisabetta, ritratto di una regina

È la sovrana più longeva d'Europa. Il suo regno ha raggiunto i 25 mila giorni. A 94 anni è ancora salda sul trono. Sorridente e colorata. Nonostante una vita piena di peripezie e traumi famigliari
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Elisabetta II, regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, è il sovrano più longevo d’Europa. Incoronata nell’abbazia di Westminster nel 1953, quando ha soli 26 anni, Elisabetta ha raggiunto i 25 mila giorni di regno. La sua vicenda umana e politica ha attraversato una parte significativa del Novecento e continua ad avere un ruolo peculiare negli equilibri del Paese che ha recentemente tagliato il suo legame con l’Unione Europea. “Il ruolo della regina come potere imponente, – scriveva, durante l’età vittoriana l’economista liberale e primo direttore dell’Economist Walter Bagehot nel suo English Constitution – è di un’utilità incommensurabile. Senza la regina, l’attuale governo inglese cadrebbe e non potrebbe esistere. Spesso, quando si legge che la regina ha passeggiato per il grande prato di Windsor o che il principe di Galles ha assistito a un Derby, si potrebbe pens…

Elisabetta II, regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, è il sovrano più longevo d’Europa. Incoronata nell’abbazia di Westminster nel 1953, quando ha soli 26 anni, Elisabetta ha raggiunto i 25 mila giorni di regno. La sua vicenda umana e politica ha attraversato una parte significativa del Novecento e continua ad avere un ruolo peculiare negli equilibri del Paese che ha recentemente tagliato il suo legame con l’Unione Europea. “Il ruolo della regina come potere imponente, – scriveva, durante l’età vittoriana l’economista liberale e primo direttore dell’Economist Walter Bagehot nel suo English Constitution – è di un’utilità incommensurabile. Senza la regina, l’attuale governo inglese cadrebbe e non potrebbe esistere. Spesso, quando si legge che la regina ha passeggiato per il grande prato di Windsor o che il principe di Galles ha assistito a un Derby, si potrebbe pensare che si stia prestando un’attenzione eccessiva o un’importanza esagerata a delle inezie. Ma non è così ed è opportuno spiegarlo”.

Il discorso della regina Elisabetta II per il Giubileo di Diamante

 

Il segreto di una donna

di Natalia Aspesi


Noi novantenni amiamo questa nostra coetanea che ad ogni genetliaco ha la crudele soddisfazione di vedere il suo (presunto) successore sempre più anziano e ogni eventuale preparativo di funerale di stato di massima pomposità impolverarsi e invecchiare pure lui. L’amiamo anche perché se si esclude la bizzarria del cappello in tinta ovunque compaia, ci ha insegnato che il nero invecchia e se ne deve fare a meno se non a funerali di famiglia, e a vestirsi invece di azzurro, verdino, e soprattutto giallo che pare doni alle carnagioni stanche.

Prima di noi, antiche femministe in via di pentimento, la sovrana ha capito una cosa fondamentale talmente politicamente scorretta che si è fatto di tutto per tacerla. Ma adesso che persino gli intellettuali americani ci hanno fatto addirittura un manifesto auspicando di dar credito alla scorrettezza, noi che la sappiamo più lunga di loro per esperienza diretta, lo diciamo chiaramente: anche una regina sa da sempre che se gli uomini hanno l’abitudine di rendere difficile la vita alle signore persino incoronate, le nemiche da cui guardarsi sono le femmine, le altre donne: vedi pure il bel film ‘La favorita’ del greco Lanthimos, carico di premi, che racconta della regina Anna d’Inghilterra, l’ultima Stuart, circuita, ingannata, usata da due donne in lotta tra loro per il potere.

Più dalle tante biografie inglesi della signora che dalla valanga di pettegolezzi che hanno invaso i nostri cervellini, pare di aver capito che una sola donna ha contato per Elisabetta, sua madre Elisabetta, che lei ha  molto amato e molto ascoltato, e che l’ha preceduta sulla strada di una lunghissima esistenza. Tutte le altre che hanno attraversato la sua vita l’hanno in qualche modo, innocenti o no, infastidita e poi pagata cara, ma sono anche state cancellate dalla storia, ammesso che siano riuscite ad entrarci: tranne una che le ha tenuto testa e che opponendole una tragedia romanzesca eppure reale, nel tempo sarà indimenticabile quanto lei o forse più di lei.
La regina madre celebra il suo centesimo compleanno a Buckingham Palace il 4 agosto 2000 


Elisabetta era una ragazza felice, innamorata del suo bel marito, poi troppo presto le misero una corona in testa e la giovane donna, troppo portata al dovere, finì subito con l’innamorarsi della monarchia e diventarne sua sottomessa suddita: si sa che in Inghilterra il trono non ha alcun potere se non quello dell’immagine, mentre un tempo poteva anche far tagliare la testa alle regine sconvenienti per il re e addirittura nei momenti di confusione politica accettare che a perdere la testa fosse il re stesso.

Tanto poi si sistemava tutto. La prima vittima della giovane Windsor fu l’amata sorella Margaret, che a 22 anni le chiese il permesso di sposare il fascinosissimo Peter Townsend, divorziato e padre di due figli: Elisabetta era appena stata incoronata e pur tentando di aiutarla, la dovette sacrificare ai barbogi del consiglio dei ministri, che consideravano questa privata felicità ‘contraria alle tradizioni reali e cristiane’.

La principessa Margaret Rose con Peter Townsend 


Non sappiamo se diventata signora Townsend Margaret sarebbe stata felice, sappiamo di sicuro che da quel momento in poi la sua vita fu molto infelice, sbandata, criticata, per anni accanto al marito donnaiolo Antony Armstrong-Jones che la detestava: alcolizzata, malatissima, circondata da sfruttatori, è morta a 71 anni nel 2002, quando nella  famiglia scandali, divorzi e funerali erano ormai  quasi la norma.

La sola figlia femmina della regina, la principessa Anne, oggi quasi settantenne, due matrimoni, un divorzio, due figli, gravata da 500 incarichi per conto della corte, diventando una cavallerizza da Olimpiadi ebbe l’intuizione di salvarsi dandosela a gambe in tempo, scomparendo da ogni avventura disdicevole che stava per infastidire la mamma regina.

La principessa Margaret e il marito Antony Armstrong-Jones 


Intanto nella vita del primogenito Carlo tenuto d’occhio da genitori, parlamento, giornali e spioni per le sue responsabilità di futuro re, stava per precipitare l’Apocalisse: una signora sposata e madre, di nobile lignaggio del tipo che abbonda nella aristocrazia inglese: la segreta dispensatrice di piaceri inarrivabili persino al marito, ma in questo caso pure al non tanto felice principe in pugno a quella madre piu monarchica della monarchia. La Camilla divenne per Elisabetta una rivale potentissima, un pericolo micidiale, immaginandola in futuro se non proprio sul trono, magari quasi.

Come sconfiggerla? Trovando subito un agnello sacrificale da opporre alla sapiente seduttrice, di quelli che non possono essere contestati: più nobile dei Windsor, bellissima, giovanissima, docilissima, non colta e, massima preziosità da secoli bui, vergine! Il principe Carlo non aveva la forza di sottrarsi, il suo matrimonio fu del massimo genere fiabesco, e sulla ignara  Diana avrebbe compiuto la sua vendetta per vendicarsi della madre. La dispettosità dei figli intanto si era estesa e Andrew, oggi 60 anni, le portò a palazzo la rossa Sarah, simpatica ma troppo vivace e non si sa la reazione della suocera quando i giornali pubblicarono la foto della scriteriata in topless su una sdraio, e accanto il solito miliardario che cova ovunque che le baciava i piedi.
Il Principe Carlo e la Principessa Diana il giorno del loro matrimonio, il 29 luglio 1981 


Ovvio divorzio e discesa agli inferi del terzogenito, attualmente in disgrazia per il suo legame di amicizia con la signora Maxwell, accusata di complicità con il suicida imprenditore americano Epstein, nei reati di stupro, di cospirazione e falsa testimonianza. Ma alla democrazia e agli affronti per l’amata regina non c’è mai fine: una donna bella, totalmente priva di antenati con stemma e dimora storica, divorziata, qualche anno in più del protocollo di casa Windsor, attrice con gonne strette in una fiction tuttora in giro! Americana, addirittura Semiafroamericana!

Meghan Markle, una ragazza dura che non smette di sorridere felice anche quando trama vendette, è la prima signora intrufolatasi nella Casa regnante a ribellarsi al cappello! La prima a rinverdire i gossip che non siano i commossi annunci di figliolanza reale, procreata dall’erede in seconda del trono, il principe William: con l‘intervento della sua amata sposa, inimitabile portatrice di cappelli e quindi degna del trono, la ragazza Kate Middleton, accettata si immagina con calmanti dalla regina, in quanto neanche una goccia di sangue plantageneta, però sin dalla nascita allevata da se stessa al mestiere di regina.
Meghan Markle e Kate Middleton 

Oltre alla amabile Rachel Zane di ‘Suits’ diventata in un baleno duchessa di Sussex a fianco del duca di Sussex, l’innamoratissimo Harry, non si sa cosa potrebbe capitare alla povera Elisabetta in fatto di donne rovinamonarchie. È una immagine di rinuncia, di resa, di basta lasciatemi in pace, quella recente di lei abbigliata di azzurro accanto all’eroico marito Filippo e a qualche metro di distanza covidiana (tutti senza mascherina), la sposa Beatrice di York col marito Edoardo Mapelli Mozzi (imprenditore, divorziato, con figli, inglese di origine italiana).

Una specie di pentimento: la sposa indossava un vestito del guardaroba della nonna quando la nonna era la metà, e addirittura in testa la tiara della trisnonna Mary, portata dalla stessa Elisabetta al suo matrimonio, non ancora regina, nel 1947. Foto ufficiali senza mamma Sarah e soprattutto babbo Andrew, e neppure  mamma e figlio di lui, presenti in forma fantasma. Dal deserto familiare che l’essere regina ha creato attorno alla figlia, moglie, madre, nonna, bisnonna Elisabetta, non potrà mai essere cancellata quella ragazza Diana, per sempre nella storia d’Inghilterra, principessa del popolo, dolente, offesa, abbandonata, combattiva, in cerca di amore, amata e indimenticata dai figli, soprattutto da Harry che era piccolissimo al tempo della tragedia; e forse non ha mai perdonato nessuno di quel tempo orribile.
Elisabetta con il marito Filippo e i freschi sposi: Beatrice di York e  
Time del marzo scorso è dedicata alle cento donne più importanti degli ultimi cent’anni, dalle suffragette del 1920 a Greta Thunberg del 2019. Il settimanale americano nominò Elisabetta Donna dell’anno nel 1952, mentre a 26 anni saliva sul trono di un impero in liquidazione; alla stessa età la principessa Diana, dalla vita già molto infelice, divenne la donna dell’anno 1987, per la sua dedizione sincera e commossa agli ammalati del diabolico Aids, quella peste allora ancora misteriosa,  che colpiva soprattutto le persone che le erano più amiche, come i gay, i ballerini, gli stilisti, i mercanti d’arte, molti uomini dello staff di palazzo.
La principessa Diana sulla copertina di Time 


Fu invitata quell’anno a inaugurare il primo reparto in un ospedale londinese per l’assistenza a malati di un male ancora senza cura. Tutti la sconsigliarono, lei ci andò e fece qualcosa a quel tempo di coraggioso: il personale medico indossava i guanti, come dovremmo fare noi adesso per toccare tutto, lei li rifiutò e strinse con calore le mani dei morenti, fermandosi a parlare con  loro. Un gesto epocale allora che aiutò a eliminare, o attenuare, lo stigma verso chi veniva considerato un peccaminoso untore giustamente punito.

Sulla copertina di questo recente Time non ci sono scienziate, dive, pioniere, politiche, femministe, rivoluzionarie, eroine di guerra, pioniere dei diritti civili e di genere, degli ultimi cent’anni: non c’è neppure la regina d’Inghiterra, ma c’è lei, la Principessa del Popolo, in ricordo non dei suoi amori e della sua morte, ma di quel semplice gesto  generoso e spontaneo che ha poi contribuito a salvare tante vite.   
 



Una cara amicizia

Fotografia ritratta nello studiolo d'anticamera del presidente Giorgio Napolitano a Palazzo Giustiniani
  

Conversazione con il presidente emerito Giorgio Napolitano

Audio inedito registrato nel 2015

La lettera inviata dalla regina Elisabetta II al presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, datata 23 dicembre 2014
Per gentile concessione del presidente emerito Giorgio Napolitano 
3 Aprile 2014. Elisabetta II al Quirinale per una colazione privata con il presidente Giorgio Napolitano e la moglie Clio 

Il 6 febbraio del 1952, 115 anni dopo l’incoronazione della regina Vittoria, una donna torna a salire sul trono di Gran Bretagna. Con un nome portato quattro secoli prima di lei, in epoca Tudor, dalla celebre figlia di Enrico VIII. Elisabetta. È la sesta donna a salire sul trono di Sant’Edoardo e quando di ritorno dal Kenya, richiamata a casa dalla morte di suo padre, i britannici cominciano a conoscerla, ne vengono incantati dalla bellezza, dalla giovinezza, dall’eleganza del portamento e dalla semplicità dei suoi gesti. Ancora non lo sanno, ma quella donna traghetterà il Regno Unito attraverso una stagione di profonde trasformazioni, sociali ed economiche.

Il 9 settembre del 2015 Elisabetta supera i 63 anni e sette mesi del regno della regina Vittoria dalla cui stessa casa reale tedesca, Sassonia–Coburgo–Gotha, discende. Quando la sua ava regnava, l’Impero britannico raggiungeva il suo momento di massima espansione. Governava su un quarto delle terre emerse e dei popoli del pianeta. All’attuale regina è invece toccato il compito di firmare i decreti di indipendenza di 38 colonie assistendo e governando la graduale dissoluzione dell’impero, trasformatosi in un’organizzazione intergovernativa di stati: il Commonwealth Britannico.

La sfida del suo regno è stata misurarsi con il continuo confronto modernità-tradizione e nel dover ripensare la Corona al servizio, prima di una popolazione che doveva ricostruirsi dopo le miserie e le angosce della guerra, poi di una generazione di individui che fu l’avanguardia in occidente di un’epoca di ribellione, contestazione e dissacrazione. Incarnando la tradizione e rafforzandola nell’adattarla e non nell’allontanarla dalla modernità, Elisabetta II vince la sfida.

La monarchia è salda e con lei la stabilità del regno. Supera difficili prove, traumi familiari, minacce belliche e politiche all’integrità del Regno Unito. Così come promesso solennemente nel discorso radiofonico del 21 aprile 1947, in cui si impegnò a dedicare la propria vita al servizio della gente del Commonwealth e dell’Impero, il suo regno ha rappresentato la stabilità di un’istituzione le cui peculiarità sono ben descritte da Richard Newbury, saggista e storico britannico, nel suo “Elisabetta II”:
Città del Capo, 21 aprile 1947. La principessa Elisabetta pronuncia il discorso radiofonico indirizzato al Commonwealth britannico e all'Impero britannico 
La stabilità si basa sulla consapevolezza che in precedenza si è sempre adattata ai cambiamenti. Di fatto rappresenta la continuità che collega la discontinuità della politica partitica. Per quasi trecento anni ci sono stati il governo di Sua Maestà e l’opposizione di Sua Maestà. La politica riguarda il confronto e gli interessi particolari. Il Parlamento istituzionalizza la divisione e il conflitto. La Corona rappresenta l’unità nazionale e istituzionalizza la sua cooperazione e il suo consenso. È comprensibile, in quanto ognuno può capire e identificarsi con una famiglia sul trono. 

Al vostro servizio

Il discorso radiofonico della Principessa Elisabetta pronunciato il 21 aprile 1947 dal Sudafrica, nel giorno del compimento del suo ventunesimo anno di età. Elisabetta svolgeva la sua prima visita ufficiale oltremare, accompagnando i suoi genitori in Sudafrica e Rhodesia del Sud. La voce italiana è di Beatrice Caggiula, doppiatrice della Regina Elisabetta II nella serie televisiva di Netflix, “The Crown”, che racconta la vita della sovrana del Regno Unito e le vicende della Famiglia Reale dei Windsor.

Il primo discorso di Elisabetta alla nazione, dal Sudafrica, nel 1947

 

 

Lilibeth

Londra, Regno Unito, 94 anni fa

Elisabetta Alessandra Maria Windsor viene messa al mondo il 21 aprile 1926 da Elisabetta Bowes-Lyon, moglie del principe Albert, duca di York e conte di Inverness. Alla primogenita di colui che sarebbe salito al trono con il nome di Giorgio VI, viene imposto il nome della madre, seguito da quello della bisnonna paterna, la regina Alessandra di Danimarca e della nonna, la regina Maria.

Nasce al civico 17 di Bruton Street, nel quartiere londinese di Mayfair, una zona centrale così chiamata per l’antica Fiera che nei mesi di maggio qui si teneva dal 1686. Oggi quell’appartamento non esiste più, distrutto dai bombardamenti tedeschi durante la Seconda guerra mondiale. Una targa segnala quel luogo dove oggi sorge un palazzo dalla caratteristica facciata di mattoni rossi, vicino alla deliziosa Berkeley Square. La principessa viene battezzata il 29 maggio 1926 nella cappella privata reale a Buckingham Palace con acqua del Fiume Giordano fatta arrivare appositamente dalla Palestina. Dopo solo otto mesi, rimane sola con le sue balie, perché la giovane duchessa di York, obbligata dai doveri imperiali, parte per un viaggio di Stato in Australia e Nuova Zelanda: sei mesi per una traversata per mare di 50 mila chilometri.

La principessa Margaret e la principessa Elisabetta con la mamma in una foto del 1931 
La giovane principessa cresce con il soprannome di «Lilibeth», educata in casa. Adora i cani e i cavalli. E l’allora Cancelliere dello Scacchiere, Winston Churchill, così la descrive all’età di due anni: «Che carattere... Ha un’aria di autorità e riflessività stupefacente per una bambina». Elisabetta, per volontà della famiglia, non cresce nel lusso, e il suo corredo viene confezionato a mano e ricamato personalmente dalle nonne e dalla mamma. Di prezioso, sin da piccola, porta solo una collana dono del nonno (che a ogni compleanno le regala due perle) e un braccialetto d’argento, regalo dei genitori. Il giorno del suo terzo compleanno è sulla prima pagina di Time, benché il padre non sia neppure erede al trono.

A quattro anni comincia a godere della compagnia della sorella Margaret Rose, con cui di lì in avanti condividerà in ogni occasione pubblica, il fatto di indossare gli stessi abiti. Chi si occupa a tempo pieno delle loro giornate, è la governante Marion Crawford, che rimane a Palazzo fino al 1948, vigilia delle nozze di Elisabetta con Filippo.

 «Lilibeth era ordinatissima, aveva un forte autocontrollo, anche se un caratterino più spiccato della sorella Margaret. Con lei trascorreva ore giocando», scriverà la Crawford anni dopo nel libro The Little Princesses, il racconto dei giorni trascorsi con loro. Una pubblicazione che nel 1950 le permette di guadagnare ben 85 mila sterline, ma che le costa il bando dalla famiglia reale. Il libro è vendutissimo, ma la reazione della regina Elisabetta è furiosa: «Non possiamo che pensare che l’ultima e la più fidata tra le nostre governanti, sia andata fuori di testa. Aveva promesso per iscritto che non avrebbe mai pubblicato nulla». 

Il Lord ciambellano, consigliere privato del re, è in quel momento un diplomatico, Rowland Thomas Baring, II conte di Cromer, reduce della Prima guerra mondiale. Si narra che un giorno rivolgendosi alla piccola principessa Elisabetta, le chieda: «Come sta la piccola lady?». E che Elisabetta risponda: «Non sono una piccola lady, ma una piccola principessa». La storia ha un seguito: il ciambellano riferisce il dialogo a sua nonna, la regina Maria, che decide allora di riportare «Lilibeth» alla presenza del Lord ciambellano per farle dire: «Sono una principessa, ma devo ancora imparare a comportarmi da signora». Si racconta ancora che, in un’altra occasione, a teatro, sempre con sua nonna regina Maria, la bambina non si comportasse bene e che, minacciata di essere subito riportata a casa, avrebbe detto: «Non lo farete c’è tanta gente che vuole vedermi». Cosa che bastò perché la Regina la fecesse tornare subito a casa.
Durham, 23 ottobre 1947. La principessa Elisabetta visita il nuovo St.Mary's College 
La principessa studia matematica, geografia e storia, le vengono insegnate lingue straniere, tra cui il francese. Alle lezioni quotidiane di un’ora e trenta minuti di inglese, si aggiungono quelle di Geografia imperiale e di Storia europea della viscontessa Bellaigue. La signorina Mabel Lander è invece la sua tutor per le lezioni di pianoforte. Dal 1938, comincia ad apprendere le prime nozioni di Storia Costituzionale con Sir Clarence Henry Kennett Marten, il vice prevosto del celebre collegio di Eton, la più famosa e prestigiosa scuola del Regno Unito con sede nel Berkshire dal lontano 1440 per volere di Enrico VI. Il suo testo Storia d’Inghilterra era allora utilizzato dagli studenti nelle scuole e il professore insegna alla futura regina la storia di quella monarchia britannica che risaliva a più di mille anni prima, superata in antichità solo dal Papato.

Prende lezioni di danza, canto, arte e il suo “svago” sono le visite istruttive alla Zecca Reale, alla Torre di Londra o all’Osservatorio di Greenwich, le lezioni di nuoto in piscina, le gite in metropolitana o autobus per Londra, le ricreazioni negli Hamilton Gardens della City di Westminster. Molti i pomeriggi dedicati alla lettura. Mentre è l’arcivescovo di Canterbury, Cosmo Gordon Lang, 1º Barone Lang di Lambeth, che l’ha battezzata da arcivescovo di York, ad avvicinarla alla Chiesa d’Inghilterra.


La figlia del Re

Londra, 1936

La vita di Elisabetta è segnata dal destino della Corona. Quando suo zio Edoardo rinuncia al trono, accontentandosi di riprendere il titolo di duca di Windsor, per sposare Wallis Simpson, la donna che ama, Giorgio VI, padre di Elisabetta, diventa Re. La sua tenacia, il senso del dovere, l’enorme lavoro compiuto sul proprio carattere e la forza dimostrata nel superare il limite della balbuzie, sono di esempio per lei, che è erede al trono. Seppur in famiglia non si parli dei problemi legati e conseguenti all’abdicazione, Elisabetta intuisce il sacrificio e lo sforzo del padre. Re Giorgio le trasmette il suo modo di immaginare la figura e il ruolo di un monarca. Mentre la madre, la sorridente e bonaria regina Elisabetta, non smette di ripeterle che la ragione di Stato deve avere il sopravvento sui sentimenti privati di re e regine.

L'atto di abdicazione di re Edoardo VIII 
Alle 11.15 del 3 settembre 1939, il Primo Ministro Neville Chamberlain, è negli studi della radio nazionale per annunciare che il Paese è in guerra con la Germania. Qualche ora dopo, anche la Francia fa altrettanto. Ha inizio il più grande conflitto armato della storia, la Seconda guerra mondiale. Sei anni di atroci sofferenze, distruzioni e massacri che costeranno 60 milioni di morti.

Giorgio VI, quella stessa sera, si rivolge dai microfoni della BBC agli inglesi: “Siamo stati costretti a un conflitto, perché ci viene richiesto di affrontare la sfida a un principio che, se dovesse prevalere, sarebbe fatale per ogni ordine civile del mondo. È il principio che permette a uno stato, nel perseguimento egoistico del potere, di ignorare i trattati e gli impegni assunti solennemente; che sancisce l’uso della forza, o la minaccia della forza, contro la sovranità e l’indipendenza dei nostri stati. Se tale principio, la mera primitiva dottrina che la ragione è del più forte, dovesse affermarsi nel mondo, la libertà del nostro paese e di tutto il Commonwealth sarebbe in pericolo. Questa è la posta in gioco. Per amore di tutto quello che ci è caro, è impensabile che possiamo rifiutare tale sfida”. 

Il discorso sulla vittoria di re Giorgio VI, 8 maggio 1945

Sono anni bui e difficili. L’Inghilterra vive nell’incubo dei bombardamenti e di possibili attacchi chimici dei nazisti. Elisabetta ha tredici anni e con sua sorella Margaret allo scoppio della guerra si trova nel Castello di Balmoral nell’Aberdeenshire, in Scozia. Il castello è così freddo che, appena sveglia, Elisabetta trova congelata l’acqua della caraffa che ha sul comodino per la notte. Il suo primo natale di guerra lo trascorrerà a Sandringham House, per poi essere evacuata per un fine settimana per ragioni di sicurezza al Castello di Windsor. Ci rimane per cinque anni, riparandosi durante i bombardamenti nei sotterranei. In quei giorni Lord Haisham of St. Marylebone, scrive al primo ministro Winston Churchill per consigliare il trasferimento delle principesse in Canada.

Winston Churchill con il re e la regina d'Inghilterra tra le macerie del bombardamento nazista del 1940 
La risposta della regina Elisabetta passerà ai libri di storia: «Le ragazze non partono senza di me. Io non abbandono il re e il re certamente non parte». Nel 1940, la principessa Elisabetta pronuncia il suo primo messaggio radiofonico. Destinato a tutti quei bambini che sono stati evacuati. «Stiamo tentando di fare il nostro meglio per aiutare i nostri coraggiosi marinai, soldati e aviatori... stiamo provando a sopportare il pericolo e la tristezza della guerra», dice, «ma sappiamo che alla fine tutto andrà bene». A Windsor, le due principesse rispettano il razionamento di cibo e si adattano alle regole: le vasche da bagno non possono essere riempite oltre i 5 pollici -10 cm. – è ammessa una sola lampadina per stanza e non c’è il riscaldamento.

Il primo discorso della regina Elisabetta II, da dolescente, per i bambini migranti

Alle 15 dell’8 maggio 1945, è Churchill a parlare al Paese: la Germania ha firmato la resa incondizionata. Per tutta la notte Londra vivrà la più grande festa che avesse mai conosciuto. Suonano le campane della cattedrale di St. Paul, tutte le case sono adornate da bandiere e coccarde. La gente si accalca ai cancelli di Buckingham Palace, il re Giorgio esce con la sua famiglia al completo per raccogliere gli applausi. Con lui e la regina, per la prima volta in pubblico, le principesse Elisabetta e Margaret. Implorano i genitori di farle uscire tra la folla a festeggiare. Il permesso è accordato. «Povere piccole, fino a oggi non si sono mai divertite», avrebbe scritto il re sul suo diario.
Escono in incognito e, scortate da guardie reali in borghese, vivono quella notte come tutti gli altri londinesi, senza che nessuno le riconosca. Elisabetta indossa una divisa militare. «Ero terrorizzata dall’idea che potessero riconoscermi» dirà in una delle sue rarissime interviste, «ma non potrò mai dimenticare quella marea di felicità e sollievo».
Londra 8 maggio 1945. Al centro il primo ministro Winston Churchill (1874 - 1965) con Elisabetta, Re Giorgio VI (1895 - 1952), la principessa Elisabetta (a sinistra) e la principessa Margaret Rose (1930 - 2002) dal balcone Buckingham Palace 

 

“Non guarderò più un uomo”

 Dartmouth (Inghilterra), Contea del Devon. 1939, poco prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale.

La famiglia reale al completo a bordo del Royal Yacht Victoria and Albert si recano al Royal Naval College di Dartmouth. Elisabetta ha 13 anni e sua sorella Margaret 9. Li accompagna il capitano Lord Louis Mountbatten, l’aiutante di campo navale del re. Quell’estate si è diffusa una grande epidemia di orecchioni a Dartmouth e non è il caso di rischiare che le principesse ne siano contagiate. È per questo che Mountbatten ha invitato a casa del comandante suo nipote perché si occupi di loro. È il diciottenne principe Filippo di Grecia, figlio del principe Andrea di Grecia e Danimarca e della principessa inglese Alice di Battenberg, appena diplomatosi come miglior cadetto del suo corso. È alto e molto bello ed Elisabetta ne rimane colpita. Da quel giorno – dirà – non guarderà più un uomo. Sposerà Filippo il 20 novembre del 1947.

Londra, 5 giugno 1952. La regina Elisabetta II partecipa il suo primo Trooping the Colour 
Alla vigilia delle nozze un furgoncino verde scarica davanti a Buckingham Palace uno scatolone di cartone bianco lungo un metro e venti, chiuso con due nastri voluminosi: contiene l’abito nuziale. È di satin color perla ricamato di cristalli e perle vere, con una scollatura a cuore. Maniche lunghe, strette, e una fasciatura al petto che ricade a punta sulla vita con una gonna amplissima rasoterra. Un ricamo di ghirlande di rose in perle corre lungo tutta la stoffa, dove spiccano spighe di grano in cristallo e diverse stelle e fiori d’arancio in tulle, cuciti sul raso dell’abito.

Da appuntare alle spalle, uno strascico a tre cascate di tulle, lungo tre metri e anch’esso laboriosamente ricamato. Un diadema di perle e diamanti per sollevare il velo nuziale di tulle di seta, in modo da lasciare scoperto il viso, privilegio a quel tempo delle spose reali in Inghilterra. Quella mattina, Elisabetta prova anche le scarpe a sandalo di satin bianco drappeggiato, con le punte aperte e i tacchi di tre centimetri e mezzo, chiuse da fibbie d’argento incastonate di perle.
Il matrimonio di Elisabetta e Filippo nell'Abbazia di Westminster 
Il Regno Unito, in quel momento, è alle prese con un enorme debito postbellico, carenze di materie prime e generi alimentari di prima necessità. Il tutto, aggravato dalla mancanza di dollari che comporta un grave deficit della bilancia commerciale con gli USA.
È una fase delicata anche per la Corona. Giorgio VI vive con preoccupazione le spinte repubblicane, mentre l’Impero, che ha concesso l’indipendenza a India e Pakistan, vive la sua ultima fase di esistenza. L’aristocrazia perde i suoi possedimenti, tassati al 90 per cento per costruire il welfare e i danni, subiti da castelli e palazzi, vengono considerati di secondaria importanza rispetto alle abitazioni di milioni di cittadini britannici distrutte dai bombardamenti.

A Ronald Aubrey, il cuoco del re, viene ordinato un buffet freddo per il banchetto reale. Non sa darsi pace, era dal ’39 che sognava il pranzo per le future nozze di Elisabetta. Alle 7.45 del mattino del royal wedding, l’erede al trono viene svegliata per l’ultima volta nella sua stanza da nubile nel Palazzo di Buckingham. Alle 9, con tutta la sua famiglia è a tavola per il breakfast. Un’ultima conversazione da nubile con sua mamma la regina e la sorella Margaret e poi la lunga vestizione. Mister Joachim, detto «Henry», il parrucchiere, aspetta la sposa per l’ultimo ritocco. Il giorno prima le ha fissato i capelli in una lunga seduta, ora in meno di venti minuti il tocco finale.

Hanno deciso insieme per la pettinatura che Elisabetta aveva il giorno del genetliaco di suo padre, quando cavalca accanto al re, con la divisa da colonnello delle Grenadier Guards. Le lascia scoperta la fronte e i cortigiani apprezzano: «Le sta a meraviglia». Sul viso della futura regina una crema color pesca pallido, il rouge delle guance rosa inglese e le labbra disegnate con un colore, per i tempi nuovissimo, chiamato «Balmoral», dal nome del castello scozzese dove la famiglia reale suole andare in vacanza e in cui Filippo Mountbatten aveva fatto la corte a Elisabetta.
Set ufficiale di nozze 
 
Emozionatissima alle 11.16 in punto, parte da Buckingham Palace con suo padre nella carrozza reale dorata e sottobraccio a lui fa ingresso alle 11.28 nell'Abbazia di Wstminster, decorata di grandi vasi di pietra con rose ophelia profumatissime, salutata da tre squilli di tromba. Tra le mani, la principessa porta un mazzo di orchidee bianche molto rare. Le damigelle d’onore che l’accompagnano sino ai gradini dell’altare, vestite con abiti di tulle color avorio, portano tra le braccia grandi fasci di orchidee, mughetti, gardenie, rose, gelsomini e gigli.

Qualche minuto prima, ha fatto il suo ingresso lo sposo, il duca di Edimburgo e Barone di Greenwich Filippo Mountbatten. La madre della sposa, la regina Elisabetta, è entrata in chiesa con l’altra figlia Margaret. Dalle splendide vetrate, alcune ancora da ricostruire dopo i bombardamenti, entra il dolce suono delle campane di Westminster, mentre l’organo suona le suggestive note delle musiche di Elgar, Bach, Haendel e Parry. L’arcivescovo Geoffrey Francis Fisher formula le domande rituali: «Obbedirà a quest’uomo Filippo?», «I will», «Obbedirò», risponde la principessa con voce ferma e chiara. «Filippo ed Elisabetta Alessandra Maria hanno convenuto di unirsi in matrimonio... li dichiaro marito e moglie in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo».
La cerimonia durerà meno di un‘ora, l’organo intona la tradizionale marcia nuziale di Mendelssohn. I presenti, come da cerimoniale, rimangono tutti ai loro posti sino a quando tutte le carrozze non sono ripartite. Gli sposi salgono nella carrozza di cristallo trainata da due cavalli grigi e scortati da un plotone di Horse Guards, dietro di loro seguono il re e la regina nel crocchio detto «l’irlandese».


Regina su un albero

Kenia, inizio di febbraio del 1952

La principessa Elisabetta e suo marito Filippo duca di Edimburgo sono alla prima tappa di un lungo viaggio ufficiale. Viaggiano tra incantevoli colline, esplorano brughiere, altipiani e boschi, attraversando fiumi popolati di trote. Superata la città coloniale di Nyeri, pernottano nel famoso Treetops. Questo incantevole lodge nell’Aberdare National Park, nato nel 1932 da un’idea di Eric Sherbrooke Walker, proprietario di terre nella zona, che aveva voluto costruire per sua moglie una casa su di un albero. Si tratta di un enorme fico di 300 anni d’età, nelle vicinanze di una pozza d’acqua dove gli animali della savana si abbeverarano. Elisabetta e Filippo vi trascorrono quella notte.
 
Prima di addormentarsi, con grande eccitazione e coinvolgimento, Elisabetta e Filippo, assistono a una lunga processione di elefanti, bufali e rinoceronti, che prima di ritirarsi passano a dissetarsi. Quello stesso giorno a Sandringham in Inghilterra, dopo una giornata fredda, ma asciutta e soleggiata, il re, «sereno e felice come non l’avevamo mai visto», scriverà il suo biografo, era andato prima a caccia con il suo amico Lord Fermoy. E quindi aveva trascorso il tempo giocando con i suoi due nipotini, Carlo e Anna. Dopo una cena tranquilla, si era ritirato nella sua stanza per addormentarsi a mezzanotte circa.

La mattina del 6 febbraio, in Kenya, la 25enne principessa Elisabetta si sveglia molto presto. Assiste dalla sua stanza sull’albero a un combattimento tra due rinoceronti e poi invitata da Michael Parker, il segretario privato di suo marito Filippo, sale su una torre di vedetta, pronta per osservare l’alba. Con le prime luci, un’aquila solitaria passa tra gli alberi, volando basso sopra le loro teste.

La regina Elisabetta alla sua prima visita ufficiale in Kenya accompagnata dal marito Filippo nel 1952
  
In quelle stesse ore, in Inghilterra, re Giorgio VI all’età di 56 anni, passa a miglior vita durante il sonno. La principessa Elisabetta diventava regina. Nel libro dei visitatori del Treetops, Jim Corbett scriverà: «Per la prima volta nella storia del mondo, un giorno una giovane ragazza che si era arrampicata su di un albero da principessa, dopo aver descritto questa sua esperienza come emozionante, il giorno successivo scese dall’albero da regina. Che Dio la benedica».

Alle 11.14, del mattino dopo le trasmissioni radiofoniche della BBC vengono interrotte. Dopo un breve silenzio, una voce maschile profonda e chiara scandisce queste parole: «Questa è Londra. È con il più profondo cordoglio che diamo il seguente annuncio: alle 10.45 di stamane è stato comunicato da Sandringham che il Re, che si è recato a riposare ieri sera nelle sue abituali condizioni di salute, è spirato in pace nel sonno durante la notte». A Londra le bandiere a mezz’asta compaiono subito sugli edifici pubblici. I palazzi reali nella capitale e dappertutto oscurano le loro finestre. Nelle scuole, bambine e bambini cantano God save the King!  Londra perde con il passare delle ore la sua frenesia.
 
Sir Winston Churchill, allora Primo Ministro, viene informato immediatamente da uno dei segretari privati del re, Edoardo Ford. «Primo ministro ho una cattiva notizia. Sua Maestà è morto la notte scorsa. Non so dirle altro». Churchill risponde: «Una cattiva notizia? È il peggio che potesse succedere». John Colville, segretario privato di Churchill, ricorderà: «Quando entrai nella camera da letto del Primo Ministro, lo vidi seduto da solo con le lacrime agli occhi. Guardava dritto davanti a sé, senza leggere né i documenti ufficiali né i giornali del mattino. Non avevo capito quanto il re significasse per lui. Cercai di rincuorarlo dicendogli che le cose sarebbero andate avanti e bene con la nuova regina, ma rispose che non sapeva nulla di lei e che era solo una ragazzina».
Visita ufficiale in Kenya, 1952
  
La regina Elisabetta e suo marito, tagliati fuori dalle comunicazioni, apprendono la notizia in ritardo. Quando arrivano al Savana Lodge, nella città di Kiganjo ai piedi del Monte Kenya. È Filippo a dirglielo, dopo averle proposto una passeggiata nel parco. Il maggiore Charteris raggiungerà poi la regina nella sua stanza, trovandola «seduta in modo perfettamente eretto, con l’aria di chi era pronta ad accettare il suo destino». Sarà lui a chiederle: «Quale nome prenderà Maestà?». E lei: «Il mio, naturalmente... Elisabetta».
 
Ci sono 32 giornalisti al seguito della famiglia reale. Molti vengono svegliati e convinti a partecipare a una conferenza stampa presso l’Hotel Outspan. Quando viene data la notizia, nessuno in sala riesce a dire una parola. Ai fotografi che avevano intanto raggiunto il Savana Lodge, nella speranza di scattare la prima immagine della regina Elisabetta in partenza per Londra, un funzionario reale comunica che la sovrana ha espresso il desiderio di non essere fotografata. In un silenzio irreale, Elisabetta II, lascia il lodge in automobile. «Mentre andava via, prima di sparire in una nuvola di polvere» – racconterà uno dei cine-operatori presenti – «senza che nessuno di noi provasse a immortalare quel momento storico, riuscii a guardare in quel viso di giovane ragazza, quello della regina del Regno Unito, sentendo la sua tristezza. Alzò leggermente la mano per salutare noi che stavamo lì, in silenzio, in piedi, con le nostre telecamere per terra».
 
Dopo un volo di circa seimila chilometri, durato ventidue ore sull’aereo Atalanta, la regina Elisabetta atterra a Londra alle 16.30 del 7 febbraio ’52. «Il cielo era grigio e l’aria fredda all’aeroporto », avrebbero scritto i giornali, «quando per la prima volta nella storia del Regno, una nuova Regina arrivò dal cielo». Elisabetta, che indossa un abito nero che le è stato portato a bordo, incontra per primo lo zio, duca di Gloucester, salito sull’aeroplano appena atterrato. Scendendo le scalette dell’aereo guarda il primo ministro Winston Churchill e tutti i membri del Consiglio della Corona in fila per salutarla. All’aeroporto poche decine di persone. L’appello di Churchill, perché l’arrivo di Elisabetta avvenisse in forma privata, è stato accolto. Elisabetta è pallida, visibilmente commossa, ma non piange. Sale in auto per recarsi a casa e dai finestrini vede una Londra in lutto.
 

La corona

Londra. Poco più di un anno dopo

«Good Morning, Buon Giorno,...ma non è esattamente la giornata che avremmo sperato di avere, c’è un cielo cupo e coperto che minaccia pioggia e sullo sfondo di questo cielo il vessillo reale sventola dall’alto di Buckingham Palace». Queste le prime parole di Richard Dimbleby, noto giornalista della BBC, a cui venne affidato il commento alle immagini di quel giorno storico: l’incoronazione della regina Elisabetta II. La notte è stata gelida, tra schiarite, folate di pioggia e vento pungente, ma non ha scoraggiato i britannici in attesa della loro sovrana.

Londra, maggio 1953. La regina Elisabetta II e il principe Filippo di Edimburgo al loro arrivo a Westminster Abbey per le prove della cerimonia di incoronazione della sovrana. Accanto a loro il duca di Norfolk
  
Sono tre milioni nelle strade del centro di Londra, impassibili, sotto una pioggia che a tratti cade a rovesci e senza ombrelli, come ha consigliato il Coronation Accommodation Bureau. Quella gente è il cuore dell’evento. Un’attesa paziente ed estenuante solo per catturare un attimo: il sorriso della loro regina mentre attraversa il centro di Londra nella sua carrozza da fiaba. Sicuramente i più comodi sono quanti sono riusciti ad accaparrarsi un posto nelle tribune color oro e azzurro, spendendo sino a 50 ghinee, circa centomila lire di allora.

Elisabetta II è il trentanovesimo monarca incoronato nell’abbazia di Westminster, realizzando così il desiderio di re Enrico III, che l’aveva fatta costruire specificatamente come «chiesa per le incoronazioni», dotandola per questo di lunghi transetti, così da permettere a molte persone di assistere agli eventi.

Incoronazione della regina Elisabetta II

L’abbazia di Westminster che aveva aperto alle 6 del mattino per accogliere i circa 8 mila invitati, alle 8 è già piena. Quasi ogni  Paese del mondo è rappresentato. Fuori, intanto, la moltitudine di spettatori ha ormai preso posto su tutte le tribune, a tutte le finestre, su tutti i balconcini, coprendo ogni spazio dei marciapiedi. Davanti a Buckingham Palace, di fronte ai cancelli neri con le punte e gli stemmi dorati, dopo qualche minuto comincia a crearsi una perfetta geometria di guardie reali, schierate a ventaglio in attesa della Regina. Vista dall’alto è una macchia di colore rosso intenso che contrasta gradevolmente con il dorato del monumento alla regina Vittoria. Un grande silenzio comunica l’attesa l’imminente della regina.

Alle 10.26 in punto, dai cancelli esce il Coach Gold State, la carrozza reale, con Sua Maestà la regina Elisabetta e suo marito il duca di Edimburgo, trainata da otto cavalli grigi, i famosi Windsor Greys. Percorrendo l’asfalto rosa del Mall, si dirige verso Westminster Abbey. In quella berlina d’oro, interamente scolpita in stile barocco, Elisabetta sorride e saluta. Sul suo capo il Diadema di Stato di Giorgio IV, per l’incoronazione del re, con le sue 169 perle e i suoi 1.333 diamanti. Prima di lei, è stata la regina Vittoria a utilizzarlo nel recarsi a Westminster Abbey per l’incoronazione.
 
Il canto all’unisono del coro Vivat Regina! accoglie Elisabetta. Dritta, solenne, con le mani giunte all’altezza del cuore, portava sull’abito un lungo mantello porpora ricamato finemente in oro. Sei damigelle sorreggono con grazia lo strascico di quasi sette metri, permettendole di attraversare tutta la navata, su di un soffice tappeto giallo oro, per raggiungere il «Teatro» dell’incoronazione. La cerimonia può cominciare. Geoffrey Francis Fisher, arcivescovo di Canterbury, dà inizio al rito del riconoscimento. Con voce autorevole chiede ai convenuti: «Signori io sto qui a presentarVi Elisabetta, la nostra indiscussa Regina. Pensate forse Voi diversamente?».
Londra, 2 giugno 1953. Incoronazione a Westminster Abbey della regina Elisabetta II
  
La platea risponde decisa: «God Save Queen Elizabeth»! La domanda viene ripetuta verso tutte le quattro navate dell’abbazia e la regina alzandosi volge il proprio sguardo in ogni parte. «Promette di osservare le leggi di Dio, di rispettare i diritti dei Vescovi inglesi e, a capo della Chiesa d’Inghilterra di difendere la fede, preservando il governo della Chiesa di Scozia e mantenendo nel Regno Unito la Religione Protestante Riformata? Giura di governare i popoli del Regno Unito di Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord e gli altri suoi territori, secondo la legge e il costume»?

Elisabetta con voce ferma, ma che tradiva emozione risponde: «Prometto solennemente di farlo».Poi accompagnata dai vescovi sale a ripetere quel giuramento dinnanzi all’altare, confermandolo una terza volta con la firma apposta sulla pergamena che riportava queste parole: «Unico contratto scritto esistente tra la Regina e il suo Paese». Il Moderatore dell’Assemblea Generale della Chiesa di Scozia le dona una copia della Bibbia dicendole: «Questo è quanto di più prezioso il mondo possieda».
 
Dopo la comunione, la Regina viene svestita del cremisi maestoso e si siede sulla Sedia di re Edoardo, un oggetto ricco di simbologia religiosa. Alla base della sedia d’incoronazione britannica, quattro leoni dorati a memoria del trono di re Salomone e lo schienale che ricorda la punta della Stella di Davide. Al suo interno, la Pietra del Destino, dal peso di 152 chilogrammi, alla quale la leggenda attribuisce origini bibliche. L’abbazia di Westminster avvolta da un incantevole silenzio. La regina venne unta sulle mani, sulla fronte e sul petto dall’arcivescovo.
Londra, 3 novembre 1953. La regina Elisabetta II si reca a Westminster per la Cerimonia di apertura del Parlamento, è fotografata nella Irish State Coach. Accanto a lei il principe Filippo di Edimburgo 
Il decano di Westminster intinse le dita e declamò: «E come Salomone fu unto re da Zadok il prelato e da Nathan il profeta, così tu sei unta, benedetta e consacrata regina». L’arcivescovo di Canterbury unge le mani, il petto e la testa del Sovrano inglese, esattamente come fa il Sacerdote con i Re d’Israele. Durante l’Unzione, il coro dell’abbazia di Westminster intona il celebre Zadok the Priest composto da Hendel. Dopo aver ricevuto i simboli del potere regio, alle 12.33 con gesto solenne, Geoffrey Francis Fisher, presa dal cuscino la corona di Sant’Edoardo, la solleva in alto e la depone sul capo della sovrana. La forma circolare della corona indica la perfezione che la regina deve avere nel governare. In quel momento, principesse, principi, ladies e lord si pongono sul capo le loro coroncine e nelle navate di Westminster si sente il grido: «God Save the Queen!... God Save the Queen!... God Save the Queen!».
Squillano le trombe e dalla Torre di Londra, costruita secoli prima dai Normanni per difendere la monarchia, sparano i cannoni. La regina si avvia verso il trono, dignitari e prelati si stringono attorno a lei. Elisabetta II sale lentamente i cinque gradini che la separano dal trono, si volge leggermente per sedersi e il suo sguardo si dirige di nuovo verso l’altare. Si siede, immobile. Sul suo capo la corona di Sant’Edoardo e nella mano destra, lo scettro con in cima la croce, nella mano sinistra quello con la colomba, il suo corpo coperto da paramenti sacri e mantelli di tessuto dorato.

Per primo si inginocchia davanti a lei l’arcivescovo di Canterbury, si alza, bacia la mano destra della regina e si ritira. Tocca ora a suo marito, il duca di Edimburgo e primo dei pari secolari. Si alza dalla sua poltrona, davanti al transetto di destra. Il suo mantello di pari gli si apre lasciando intravedere la divisa da ammiraglio. Lascia la corona a un paggio, sale i cinque gradini che lo separano dal trono e raggiuntolo si inginocchia davanti alla sovrana. Mette le mani tra quelle della regina e dice: «Io, Filippo, duca di Edimburgo, divento in tutto e per tutto il tuo fedelissimo e con terrena venerazione, in fede e verità prometto davanti a te di vivere o morire contro chiunque».
Londra, 27 ottobre 1955. La regina Elisabetta II al suo arrivo alla Royal Opera House a Covent Garden
  


La Principessa del popolo

Quarantaquattro anni dopo, Westminster Abbey
 
In quello stesso luogo in cui era stata incoronata, la regina Elisabetta II avrebbe vissuto uno dei momenti più tristi di quella che sarà la più grande crisi del suo regno. Ma facciamo un passo indietro.

Nel tardo pomeriggio di sabato 1º luglio 1961, in un’incantevole zona del Norfolk, a Sandringham, nella magione vittoriana di campagna chiamata Park House, nasce Diana Spencer. È la quarta dei cinque figli del Visconte e della Viscontessa Althorp e appartiene a una delle più antiche ed importanti famiglie del Regno Unito, gli Spencer. Carlo, principe di Galles ed erede al trono britannico ha a quel tempo quasi 13 anni e vive a Buckingham Palace. A sedici anni, durante una battuta di caccia, Diana conosce Carlo che allora frequenta sua sorella maggiore, Lady Sarah. Da subito cominciano a prestarsi quelle attenzioni di cui avevano avuto sempre bisogno. L’inizio di quella relazione sembra colmare le insicurezze e le debolezze che accompagnano Carlo e Diana.

Nel giro di qualche anno, viene annunciato il loro fidanzamento e il 29 luglio del 1981, 2.600 invitati e più di un milione di persone per strada, fanno da cornice alla celebrazione del loro matrimonio. Il Royal Wedding viene raccontato come “il matrimonio del secolo” e la cerimonia nella cattedrale di St. Paul, trasmessa in mondovisione, seguita da 750 milioni di telespettatori. Segue una romantica luna di miele a bordo del Britannia in una crociera nel Mediterraneo. Tornati in Inghilterra, l’erede al trono e Lady Diana tengono una conferenza stampa. Sono l’immagine della felicità. Diana parla di un viaggio di nozze favoloso e, invitando le ragazze a sposarsi, confessa: “La vita è meravigliosa”. Solo qualche mese dopo, però il loro matrimonio è già in crisi.

Lo scrittore inglese Nicholas Davies nel saggio “Lady Diana. La Principessa tradita” ricostruisce così la crisi del loro rapporto. I maggiori conflitti nella coppia reale erano causati dalle loro divergenti vedute in materia di doveri: Diana era convinta che per Carlo la famiglia dovesse essere messa davanti a ogni altra cosa, mentre per lui era il dovere verso la Corona e il popolo britannico ad avere la priorità. In quei primi anni di matrimonio, Diana non riuscì mai ad accettarlo. Pensava che dopo la nascita dei bambini, Carlo avrebbe cominciato a capire quanto fosse importante occuparsi di una famiglia, ma sbagliava; e si sentiva ogni giorno più amareggiata e frustrata. Ogni tanto i loro litigi si trasformavano in vere e proprie scenate, fatte di urla e insulti (…) e non c’è da meravigliarsi se Carlo e Diana presero a vivere vite separate.
 
Il 21 giugno 1982, in un’ala riservata del St Mary’s Hospital, nel quartiere di Paddington a Londra, Diana dà alla luce William Arthur Philip Louis. Per scelta della madre, è il primo erede al trono a nascere in un ospedale pubblico anziché a Palazzo. Due anni dopo, il 15 settembre 1984, mette al mondo Harry Charles Albert David. Sarà il primo ministro britannico John Major ad annunciare, il 9 dicembre 1992, alla Camera dei Comuni che il principe e la principessa di Galles hanno deciso di comune accordo di separarsi. La loro unione, passata alla storia con un “matrimonio da favola”, finita per sempre.
1 agosto 1981. Il principe Carlo e Diana, sulla riva del fiume River Dee a Balmoral, in Scozia, alla fine della loro luna di miele 
La principessa di Galles aveva iniziato una relazione con il suo istruttore di equitazione, il maggiore James Hewitt, e il principe era tornato dalla sua vecchia e devota fiamma, Camilla Parker-Bowles, oggi sua moglie. Trascorsi due anni Carlo concederà un’intervista televisiva in cui confesserà il suo tradimento con Camilla, precisando però che la relazione era iniziata solamente nel 1986, quando il matrimonio con Diana era ormai “inevitabilmente naufragato”. Oltre un anno dopo, la BBC trasmetterà, all’interno del programma d’attualità Panorama, l’intervista di Martin Bashir alla principessa di Galles. Diana rivelerà la sua relazione con Hewitt. Per Buckingham Palace la misura è colma. La Corte di San Giacomo annuncia pubblicamente che la Regina ha spedito al principe e alla principessa di Galles una lettera in cui pretende il divorzio della coppia, che sarà poi ufficializzato il 28 agosto 1996.
 
Un anno dopo, la tragedia. Il 31 agosto del ’97, Diana, insieme al suo ultimo compagno Dodi al–Fayed, rimane vittima di un terribile incidente automobilistico sotto il tunnel del Pont de l’Alma a Parigi. La loro Mercedes guidata dall’autista Henri Paul, che fa uso di alcolici e psicofarmaci, seguita da un cronista e dei fotografi, si infrange contro un pilastro della galleria de l’Alma. “È una vittima della stampa” scriverà il giorno dopo il New York Times. Quella stampa che Diana nella sua ultima intervista a Annick Cojean per Le Monde aveva così accusato.
 
“La stampa è feroce, non mi perdona alcunché, non registra che l’errore. Ogni intenzione viene deturpata, ogni gesto criticato. Credo che all’estero sia un po’ diverso. Mi si accoglie con gentilezza, mi si prende come sono, senza preconcetti, senza aspettare il passo falso. In Gran Bretagna è l’opposto. E penso che, al mio posto, chiunque sano di mente se ne sarebbe andato da parecchio. Ma io non posso. Ho i miei figli. (…) Nel corso degli anni ho imparato a collocarmi al di sopra delle critiche. Ma l’ironia è che queste mi sono state utili, dandomi una forza che io ero lontana da possedere. Questo non vuol dire che non mi abbiano ferito. Al contrario. Ma questo mi ha dato la forza di perseverare sulla strada che mi ero prefissata”. 
 
La morte improvvisa di Diana Spencer, lascia costernato il popolo britannico e attonita la famiglia reale. Su Repubblica, Ezio Mauro, aprì così il suo editoriale del 1 settembre 1997: "Lady Diana è morta ieri nelle televisioni di tutto il mondo, commemorata in tutte le lingue, ricordata dai potenti di ogni Paese, compianta dalla gente comune che conosceva ogni cosa di lei attraverso i rotocalchi, dal sorriso triste agli abiti di Versace, gli umori e i furori, il protagonismo e la solitudine. Alla fine di una vita inquieta e totalmente pubblica, una monarchia universale, come una volta toccava in sorte ai re e agli eroi, e oggi soltanto ai divi. Una morte modernissima, dunque, nello schianto di tre giovani vite che ha scioccato l’Inghilterra e il mondo: una morte, quella della principessa, che diventa subito notizia totale, senza confini, e per questa sua forza esemplare, quasi simbolica di tutti i veri e falsi miti della nostra epoca, può aiutarci a riflettere. Forse non sulla realtà che stiamo vivendo. Ma almeno, sulla sua rappresentazione". 
 
Natalia Aspesi quello stesso giorno su Repubblica scrive: "La morte orribile e crudele di Diana principessa di Galles pare nella sua fatalità, quella che nei film e nei romanzi viene assegnata ai personaggi romantici per toglierli di mezzo, perché l’autore non sa più come concludere una storia. (…) Sotto la sua bella faccia dal sorriso malinconico, i corti capelli biondi, gli occhi azzurri, lo schermo televisivo rimandava ieri le date della sua breve vita: 1961-1997, così ricca, così povera, così infelice, così luminosa, così sfortunata, così strana, così disordinata, così invidiata, così spezzata".
 
Il giorno prima, sulla Stampa, Lietta Tornabuoni, firmava l’editoriale “La più famosa e discussa”: "Tutti erano curiosi di lei, simbolo del conflitto tra libertà e doveri di status. Non tutti la apprezzavano. Si diceva: non è all’altezza del ruolo né del rango, non sa stare al suo posto, pretende d’essere principessa e insieme di fare i suoi comodi, non si preoccupa dei figli né del decoro della famiglia reale inglese, ha troppi amori, è esibizionista come una star o una modella, non ha stile, è una smaniosa maleducata. Ma si diceva pure: è anticonvenzionale, non è lei a mettersi in mostra ma sono i media a darle la caccia, ha saputo porre fine nonostante ogni conseguenza negativa a un matrimonio umiliante con il principe ereditario legato a un’altra donna, non è ipocrita e certo non è lei a poter ledere l’immagine d’una famiglia reale nella cui storia non sono mancati adulteri, perversioni, assassinii, poligamia, follie. Le opinioni diverse, specchio di mentalità differenti, la sceglievano come oggetto d’un quotidiano confronto di idee meno frivolo di quanto possa apparire, interessante, persino utile".
 
Quando Diana muore, Carlo è a Balmoral, in quel castello dove Diana aveva posato per i fotografi accanto a lui, come promessa sposa dell’erede al trono del Regno Unito. Rimane al telefono tutta la notte. Poco prima delle cinque del mattino, anche i principini William e Harry sanno che la loro mamma era morta. “Solo per loro”, aveva dichiarato Diana proprio una settimana prima a Le Monde, “solo per amor loro continuo a rimanere in Inghilterra”. Dopo qualche ora, parteciparno con la nonna, la Regina Elisabetta, il padre, principe di Galles, il nonno, principe Filippo di Edimburgo e la Regina Madre, alla messa nella piccola chiesetta di Crathie vicina a Balmoral. Terminata la cerimonia, il principe Carlo con le due sorelle di Diana, Lady Sarah McCorquodale e Lady Jane Fellowes, raggiunge l’aeroporto di Aberdeen e di lì, con l’aereo della Famiglia Reale, vola a Parigi, a prendere la bara di Diana per riportarla a casa.

Sarebbero ripartiti per Londra 90 minuti dopo. La notte del 31 agosto Dodi Al Fayed viene invece sepolto nel cimitero di Brooklands, nel Surrey, Sud-Ovest di Londra, dopo una cerimonia religiosa nella principale moschea londinese di Regent’s Park. Dodi Al Fayed ha alle spalle un padre laboriosissimo, il sessantaquattrenne Mohammed Al Fayed. Possedeva un impero stimato in 4.500 miliardi, con due grandi simboli l’Hotel Rits di Parigi e i magazzini Harrods di Londra e una casa di produzione hollywoodiana, la Allied Star. “Un self-made troppo spregiudicato” per tanti, che procurava imbarazzo ai manager della City e per questo mai accettato dai vip londinesi. Per due volte gli era stata negata la cittadinanza britannica e lui aveva reagito: “Ho corrotto diversi deputati conservatori”. Non gli era mai stato perdonato il modo con il quale era riuscito nell’85 a mettere le mani sulla conglomerata House of Fraser a cui facevano capo Harrods e altri grandi magazzini. L’operazione gli era costata 573 milioni di sterline e aveva rappresentato l’ingresso in grande stile della sua famiglia egiziana nella scena finanziaria britannica.   
 
La tragica scomparsa di colei che dopo qualche mese, secondo la stampa britannica, sarebbe potuta diventare la nuora di Mohammed Al Fayed, oltre che coinvolgere emotivamente e politicamente il governo inglese e il neoeletto Primo Ministro Tony Blair, mette a dura prova il protocollo “di Corte” e sembra travolgere la popolarità stessa della Corona. Elisabetta II, erede della tradizione vittoriana, che aveva subito con sofferenza la separazione di Diana dal principe Carlo e la controversa storia della principessa con Dodi Al Fayed.
1 settembre 1997. I fiori per la morte di Diana davanti a  
Mentre una processione interminabile di gente comune deposita mazzi di fiori per Diana davanti ai cancelli di Buckingham Palace e attende in coda, per ore e ore, pur di firmare a St. James Palace i libri di condoglianze, la regina sceglie di vivere quei momenti nel lontano castello scozzese di Balmoral. Elisabetta, incapace di esprimere pubblicamente il proprio cordoglio, non riesce neanche a far esibire la bandiera a mezz’asta sul Palazzo Reale, secondo la tradizione che vuole che la bandiera non sia innalzata se la regina non è presente.

In quelle ore, Elisabetta, per la prima volta, sembra subire la forza di quella tradizione, che finisce per congelarne i comportamenti e i sentimenti. Quei valori monarchici, così veri e imprescindibili per lei, sembrano per la prima volta, per tanti britannici, inadeguati. Quanto accaduto in quel tunnel a Parigi, rappresenta il punto più critico del regno della sovrana di Windsor. La perdita della “Principessa del popolo”, come l’aveva definita Blair, viene cavalcata dalla stampa per sottolineare la lontananza della regina dai suoi sudditi.
“Dov’è la regina?”, si chiede con un titolone in prima pagina il Sun.

«La tua gente sta soffrendo. Parlaci, regina », supplica il Mirror, mentre l’Express sollecita la sovrana a mostrare più partecipazione. Il Mail, da sempre baluardo della monarchia e dell’Impero, la invita a mettere perlomeno la bandiera a mezz’asta. Anche la BBC si unisce. Paul Reynolds, il corrispondente storico della televisione pubblica da Buckingham Palace, ammonisce: « Credo che ci si debbano porre molti interrogativi sul futuro della monarchia e sul suo stile ».
7 giugno 1984. La regina Elisabetta parla con Lady Diana  al Polo Club di Windsor 
Buckingham Palace comunica che la Regina sarebbe rientrata a Londra, avrebbe presenziato ai funerali che sarebbero stati pubblici, come Blair aveva più volte consigliato, ma non di Stato, e che la bandiera reale, nonostante la tradizione, sarebbe sventolata a mezz’asta sul pennone più alto di Buckingham Palace. Si chiarisce nell’occasione che il funerale di Stato, massima onorificenza funebre prevista nel Regno Unito, è appannaggio solo dei sovrani, degli eredi al trono e degli “eroi nazionali”.

Elisabetta II ha optato per quello che il protocollo chiama “funerale reale cerimoniale”, di norma riservato ai membri della Famiglia Reale, da cui Diana è stata formalmente estromessa dopo il divorzio da Carlo, facendole perdere l’appellativo di “Altezza Reale”. Anche Lord Robert Norman William Blake, Baron Blake, storico costituzionalista inglese, suggerisce alla sovrana di parlare alla tv alla sua gente. E così accade.

Queste le sue parole in diretta televisiva il 5 settembre 1997, alla vigilia dei funerali della principessa: "Dalla terribile notizia di domenica scorsa abbiamo assistito in Gran Bretagna e in tutto il mondo alla travolgente espressione di tristezza per la morte di Diana. Tutti noi abbiamo cercato, nei nostri differenti modi, di affrontare la vicenda. Non è facile esprimere il significato di una perdita, dato che la prima sensazione di shock è spesso seguita da un misto di sensazioni differenti: incredulità, incomprensione, ira e preoccupazione per coloro che restano. Noi tutti abbiamo provato queste emozioni in questi ultimi giorni, quindi ciò che vi dico ora, in quanto vostra regina e in quanto nonna, lo dico dal profondo del mio cuore. Prima di tutto voglio rendere io stessa omaggio a Diana".
 
"Era un essere umano eccezionale e piena di doti. Nei momenti belli e in quelli brutti non ha mai perso la capacità di sorridere o di ispirare gli altri con il suo calore e la sua gentilezza. Io l’ammiravo e la rispettavo per la sua energia e il suo impegno verso gli altri e – specialmente – per la devozione verso i suoi due ragazzi. Questa settimana a Balmoral abbiamo cercato di aiutare William e Harry ad affrontare la devastante perdita che essi, come tutti noi, hanno subito. Chiunque abbia conosciuto Diana non potrà dimenticarla. I milioni che non l’hanno conosciuta ma che pensavano di conoscerla la ricorderanno. Io, per parte mia, credo che ci sia una lezione da trarre dalla sua vita e dalle straordinarie e commoventi reazioni alla sua morte. Questa è anche un’occasione per me, in rappresentanza della mia famiglia – specialmente del principe Carlo, di William e Harry – per ringraziare tutti voi che avete portato fiori, mandato messaggi e reso omaggio in tanti modi a una persona notevole". 

"Questi atti di cortesia sono stati un’enorme fonte di aiuto e di forza. Il mio pensiero va anche alla famiglia di Diana e alle famiglie di coloro che sono morti con lei. So che anche loro hanno tratto forza da ciò che è successo dallo scorso fine settimana, mentre cercano sollievo al loro dolore e di affrontare il futuro senza i loro cari. Spero che domani tutti noi, dovunque ci troviamo, possiamo unirci per esprimere il dolore per la perdita di Diana e la gratitudine per la sua troppo breve vita. È una occasione per mostrare a tutto il mondo la nazione britannica unita nel dolore e nel rispetto. Possano coloro che sono morti riposare in pace che ciascuno di noi possa ringraziare Dio per una donna che ha reso molte, molte persone felici".
                                                         
Nell’abbazia di Westminster, il 6 settembre del 1997, vengono celebrate le esequie della principessa. Seguiti in tv da oltre due miliardi di persone, i funerali di “Lady Di” sono uno degli eventi televisivi più visti della storia. Tre milioni di persone per le strade di Londra, con le tv di tutto il mondo a dar voce a quella gente: “Era una santa, non solo una principessa”, “Era una stella, diventerà un angelo”, “Ho il cuore spezzato, davvero”, “Ho pianto tutta la notte”, “Dal paradiso, sono sicura, ci sta guardando”, “Vorrei che i suoi figli crescessero come lei, ai miei insegnerò la sua vita”, “Mi manca…”, “Dopo tutto il bene che ha fatto, la morte l’ha rapita”.
Tra i 1.900 invitati una navata dell’abbazia piena di star: dall’ex re di Grecia Costantino, alla regina Noor di Giordania, dalla sorella del re di Spagna alla principessa Margherita d’Olanda a Henry Kissinger. Un posto speciale riservato a Mohammed Al Fayed, il padre di Dodi, e alla moglie. Nutrito il gruppo delle star di Hollywood: Tom Cruise con Nicole Kidman, Tom Hanks con la consorte, i registi Steven Spielberg e Richard Attenborough, e poi Luciano Pavarotti. Uno dei momenti più commoventi della funzione è quando Elton John intona Candle in the Wind, una versione, modificata per l’occasione, della celebre canzone dedicata a Marilyn Monroe dopo la sua morte. Le prime lacrime solcano le guance dell’elegante quindicenne principe William e quelle di suo fratello Harry.
 
Addio, rosa d’Inghilterra, possa tu crescere sempre nei nostri cuori.
Eri la grazia che si posava dove le vite erano straziate.
Esortavi il nostro paese e sussurravi agli afflitti.
Ora appartieni al cielo e le stelle pronunciano il tuo nome.
E mi sembra che tu abbia vissuto la tua vita come una candela nel vento
mai evanescente nel tramonto quando scendeva la pioggia.
E i tuoi passi si poseranno sempre qui, sulle più verdi colline d’Inghilterra.
La tua candela si è spenta molto prima di quanto mai farà la tua leggenda.
 
“Questa è la morte più tragica e senza senso che io abbia mai visto”, sono le parole della rock star. “Il mondo ha perso una delle persone più affettuose, affidabili e umanitarie, ed io ho perso una amica molto speciale”.

Diana giace oggi ad Althorp, in Northamptonshire, fra gli alberi, su un’isoletta chiamata Round Oval, nel mezzo di un laghetto. Nella cripta di famiglia, nella chiesetta di St. Mary the Virgin, le riposa accanto suo padre.

 
The Troubles

Normandia, costa settentrionale della Francia, 6 giugno del 2014

“La nostra pace e prosperità non possono essere date per scontate e devono sempre essere curate, di modo che non dobbiamo più costruire monumenti alla nostra gioventù caduta”. Queste le parole pronunciate da Elisabetta sulle spiagge dello sbarco in Normandia, durante le celebrazioni del 70° anniversario della più grande operazione anfibia della storia della guerra. Formatasi caratterialmente anche attraverso l’esempio dei suoi genitori e del suo popolo durante i giorni della Seconda Guerra Mondiale, per l’attuale sovrana, l’esperienza bellica si ripresenterà con il conflitto nordirlandese, con la Guerra delle Falkland e la lotta al terrorismo, oltreché con il coinvolgimento del Regno Unito negli interventi internazionali in Iraq e Afghanistan.

Con il termine The Troubles è ricordata nel regno la cosiddetta “guerra a bassa intensità” svoltasi tra la fine degli anni sessanta e la fine degli anni novanta in Irlanda del Nord, i cui effetti si allargarono anche all’Inghilterra e alla Repubblica d’Irlanda causando oltre 3 mila morti. Tutto aveva avuto inizio nel lontano 1922, quando con la nascita della Repubblica d’Irlanda, 6 contee del Nord – Atrim, Armagh, Down, Fermanagh, Londonderry e Tyrone – restano parte integrante del territorio della Gran Bretagna, anziché essere incluse nell’Eire. La vera esplosione del conflitto avviene, però, negli anni ’60, quando l’ondata di rinnovamento sociale e culturale che si diffonde in occidente, investe anche i giovani cattolici nord-irlandesi, una minoranza discriminata all’interno del proprio Paese che rivendica l’unione all’Eire.

La polizia di Londra fuori dall’Old Bailey, a Londra dopo un’attentato dell’Ira (1989) 
La comunità cattolica inizia ad avvalersi dell’aiuto dell’I.R.A., Irish Republic Army, che in quelle circostanze sembra essere la sola forza in grado di proteggere i cittadini cattolici dalle violenze della polizia. A partire dal 1968, e per i successivi venti anni, i disordini, i troubles appunto, infiammano le strade delle sei Contee. All’inizio degli anni ’70, il governo di Londra decide l’invio dei militari inglesi con il compito di riportare l’ordine ed il controllo, ma non raggiunge l’obiettivo sperato.

Sono gli anni degli scontri più violenti, degli attentati dell’I.R.A. e degli scioperi della fame, che portano alla morte di 10 detenuti, in seguito alla decisione della Gran Bretagna di abolire lo status di “prigioniero politico” per i detenuti paramilitari. Il 30 gennaio del 1972 avviene l’episodio più noto e tragico della storia dell’intero conflitto, quando la polizia uccide a Londonderry 13 manifestanti cattolici. Nel 1992 inizia, finalmente, il processo di pace e fu così che, tra sporadici episodi di violenza, si giunge all’accordo di Belfast del 10 aprile 1998, l’Accordo del Venerdì Santo, che porta alla pacificazione delle due comunità nord-irlandesi.

È la tragica morte di Lord Mountbatten – zio del Principe Filippo di Edimburgo,  lontano cugino e figura paterna per la Regina Elisabetta, un vero e proprio secondo padre per il Principe Carlo – a legare in maniera drammatica le sorti del conflitto con quelle della famiglia reale. Louis Francis Albert Victor Nicholas Mountbatten, I Conte Mountbatten di Birmania, è un ammiraglio e uomo di Stato britannico, noto per essere stato l’ultimo viceré dell’Impero anglo-indiano e il primo Governatore Generale dell’India indipendente.

Dal 1954 al 1959 è stato Capo di Stato Maggiore della Marina britannica. Dickie, com’era chiamato da famigliari e amici, nell’agosto del 1979, è in vacanza con la famiglia nella sua casa irlandese a Warren Point, nella contea di Down. Ha settantanove anni e quel giorno, il 27 agosto, ha voluto fare un giro sulla sua barca a vela di legno, la Shadow Y, a caccia di aragoste. L’I.R.A. piazza nel motore del vecchio peschereccio una bomba radio-comandata da 50 libbre che viene fatta detonare prima che l’imbarcazione raggiunga la baia di Donegal. E’ un massacro. Lord Mountbatten viene ritrovato galleggiante a faccia in giù fra i rottami della barca. Erano a bordo, e resteranno dilaniati, il nipote quattordicenne Nicholas Knatchbull e Paul Maxwell, un ragazzo quindicenne membro dell’equipaggio.
Gli affetti di una bomba dell'Ira a Londra, 8 marzo 1973 
La Baronessa Brabourne, ferita gravemente nell’incidente, muore l’indomani per le ferite riportate, il padre e la madre di Nicholas Knatchbull, assieme al gemello Timothy, riescono a sopravvivere all’esplosione, ma riportano ferite gravissime. Nello stesso giorno l’I.R.A. rivendica “l’esecuzione” e a Warrenpoint, nella contea di Down, fa esplodere due bombe, a distanza di circa mezz’ora l’una dall’altra, uccidendo diciotto soldati britannici. Carlo è quel giorno a pesca in Islanda.

Così il biografo Nicholas Davies ricorda nel suo “Lady Diana. La Principessa tradita” cosa significò per l’erede al trono quel momento: "Non c’era cosa per cui Carlo non consultasse Mountbatten (…), scioccato e distrutto dal dolore, saputa la notizia, si allontanò in solitudine, per una passeggiata. Un amico lo trovò seduto davanti a un fiordo, che singhiozzava come un bambino. Mai prima di allora aveva subito una perdita affettiva così grave. Tornato in Gran Bretagna, Carlo passò settimane di lutto profondo, alternato a scatti di rabbia e desiderio di vendetta. 'Riunirò un esercito e distruggerò quei bastardi!', dichiarò una volta, accecato dalla disperazione. Ma naturalmente si trattava di uno sfogo. Mise comunque in moto ogni sorta di provvedimenti per difendere il Paese dagli attacchi dei terroristi, impegnando il Primo Ministro Margaret Thatcher a fare tutto quel che era in suo potere e garantendo personale protezione ai membri della famiglia Mountbatten. In una lettera a John Barratt, il segretario privato di Lord Mountbatten, dichiarò: 'Mi ritengo fortunato a essere stato per tanti anni vicino allo zio Dickie. Da lui ho imparato moltissime cose'. Durante le esequie, pronunciò le seguenti parole: 'Senza l’eroismo di persone come lord Mountbatten, questo Paese e molti altri simili a questo potrebbero essere ancora oggi soggetti al potere straniero, privi della libertà che oggi ci sembra tanto scontata. Forse il modo in cui lui è morto servirà a renderci consapevoli delle vulnerabilità delle democrazie civilizzate nei confronti di estremismi che nulla hanno di umano e che si divertono a far saltare per aria la gente quando e come gli aggrada”.
Elisabetta II in visita di Stato in Irlanda il 17 maggio 2011 
Oltre a essere una perdita strettamente personale, l’assassinio di lord Mountbatten fece capire a Carlo quanto fosse vulnerabile anche la monarchia inglese. La sua vita poteva essere spazzata via con estrema facilità, e senza che avesse ancora avuto modo di provvedere a un successore. Capì che era suo dovere, ormai, trovare una moglie adatta a dare un erede alla Corona.
 
Trentadue anni dopo,  Elisabetta sarebbe stata il primo monarca britannico a mettere piede in Irlanda negli ultimo cento anni, per la prima volta dall’indipendenza del 1922. Quella visita storica suscita molte proteste e polemiche. Poche ore prima dell’arrivo della regina a Dublino, l’esercito irlandese disinnesca una bomba trovata nel bagagliaio di un autobus proveniente dalla città di Ballina e diretto alla capitale e, sempre a Dublino, la polizia ritrova un finto dispositivo che sembrava una bomba in una stazione dei tram. Il partito indipendentista Sinn Fein si schiera contro la visita reale definendola prematura e insensibile e organizza presidi repubblicani in ogni città che ospita la regina. Per il presidente irlandese, Mary McAleese, invece la visita è “un momento straordinario nella storia dell’Irlanda. Un segno incredibile del successo del processo di pace e il momento giusto per accogliere sul suolo irlandese la Regina, il capo di stato dei nostri vicini di casa, gente con cui stiamo costruendo un nuovo futuro molto diverso dal passato”.

 
Le Falkland

Arcipelago delle isole Falkland, Atlantico meridionale, 2 aprile 1982

A circa metà del regno di Elisabetta, sulle Isole Falkland, le truppe da sbarco argentine, a bordo di mezzi anfibi, diedero inizio a quella che sarebbe stata la prima guerra tra nazioni occidentali dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Su quello che era territorio britannico aveva cominciato a sventolare la bandiera bianco celeste dell’Argentina. Gli invasori arrivarono convinti di liberare le Falkland dall’oppressione coloniale, ma la reazione della popolazione locale sarebbe stata di segno opposto.

La giunta militare guidata dal generale golpista Galtieri, che in patria aveva messo in atto un meccanismo di repressione senza precedenti, era in forte crisi di popolarità e tentò di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni, con un improbabile colpo di mano militare contro le Falkland, spinto dalla certezza che il Regno Unito non avrebbe reagito. La risposta del governo di Margaret Thatcher fu tanto dura quanto inattesa: “Le Falkland erano e restano britanniche, guai a chi le tocca”.

La regina Elisabetta II saluta all’arrivo alla Cattedrale di St Paul, prima di partecipare alla cerimonia per ricordare la fine della Guerra delle Falkland (Londra, 26 luglio 1982) 
Alcuni parlarono di un conflitto anacronistico ed inutile, ma l’intervento britannico ebbe successo nel ristabilire lo status quo e la Thatcher godette a casa di un’impennata di popolarità. “Giusto e sbagliato non si misurano dal numero di coloro che hanno subito ciò che è sbagliato”, disse la Lady di Ferro per legittimare l’intervento. Fu una guerra di 74 giorni in cui morirono 255 soldati britannici ed oltre 650 argentini. In quel periodo, il terzogenito di Elisabetta, Andrea, duca di York, effettuava la formazione di pilota presso la Royal Air Force e nel 1982 venne assegnato all’820 Naval Air Squadron della Fleet Air Arm a bordo della HMS Invincible impegnata nel conflitto. La possibilità che un principe reale potesse essere ucciso in battaglia preoccupava il governo, che spingeva per un suo ritiro dalla prima linea.

Fu sua madre a volere che Andrea restasse al suo posto e il duca finì per partecipare alle operazioni come pilota durante tutte le ostilità, operando nel recupero dei superstiti dell’Atlantic Conveyor, oltre che in missioni antisommergibile e antinave. Dopo la cessazione delle ostilità, la Invincible fece ritorno a Portsmouth, dove la regina e il principe Filippo si unirono alle altre famiglie per dare il benvenuto al ritorno del vascello e dei suoi marinai a bordo. Nel libro del comandante, il principe Andrea - oggi costretto a lasciare le associazioni benefiche che rappresentava e il ruolo ufficiale nella Famiglia Reale perché invischiato in un’ancora non chiara storia di sesso a pagamento con minori - viene descritto come “un pilota eccellente e un promettente ufficiale”.

Oggi il piccolo arcipelago, occupato dagli inglesi dal 1883, è abitato da 3.100 persone in maggioranza di discendenza inglese, godendo della piena cittadinanza britannica in virtù del British Nationality Falkland Islands Act del 1983. Nel referendum del 10 marzo 2013, è stato chiesto loro se restare fedeli a Sua Maestà Elisabetta II o passare allo storico nemico argentino. Per gli elettori di quelle sperdute isole distanti 8.000 miglia dalla Gran Bretagna, nessun dubbio. Con il 99.8 per cento delle preferenze, la conferma della volontà di rimanere sotto la tutela della Corona britannica.
La regina Elisabetta II e il principe Filippo, duca di Edinburgo, scendono dalla scaletta della passerella della fregata Invincibile dopo avere dato il bentornato al Duca di York dalla Guerra delle Falklands (1982) 
La regina dedicò al mare, quell’anno, il tradizionale discorso natalizio, a 50 anni dal primo Queen’s Christmas Broadcast Earlier, che era stato di suo nonno Giorgio V. Lo registrò per la prima volta dalla libreria del Castello di Windsor, da “una stanza che un tempo era occupata dalla regina Elisabetta I. Questa è la mia casa”, disse la sovrana, “dove per molti anni la mia famiglia ed io abbiamo festeggiato il Natale, un castello che fino ad oggi è stata la casa di Re e Regine”. Un passaggio del messaggio di Natale fu dedicato a quanto accaduto qualche mese prima nelle Falkland: “Quest’anno, nell’Atlantico meridionale, la flotta della Royal Navy e quella commerciale hanno permesso ai nostri marinai, soldati e aviatori di andare in soccorso degli abitanti delle Falkland, 8 mila miglia lontano da qui, e di rivelare la capacità professionale e il coraggio di cui potremmo avvalerci in difesa delle libertà fondamentali”. 
 

Annus Horribilis

City of London, 24 novembre 1992

In un discorso passato alla storia alla presenza del Lord Mayor di Londra in occasione dell’anniversario dei suoi 40 anni di regno, Elisabetta dice: “Lord Mayor, in questa sala ho vissuto alcuni degli eventi più memorabili della mia vita. L’ospitalità della City di Londra è famosa in tutto il mondo, ma nessuno la apprezza di più dei membri della mia famiglia. Sono profondamente grata a lei, Lord Mayor e alla Corporation, che hanno considerato opportuno celebrare il quarantesimo anniversario della mia ascesa al trono con questo splendido pranzo e donandomi un quadro che conserverò con grande cura. (...)".

"Il 1992 non è un anno al quale guarderò con puro piacere. Riprendendo le parole di uno dei miei corrispondenti più comprensivi, si è rivelato un 'Annus Horribilis'. Sospetto di non essere la sola a pensarlo. Invero, sospetto che vi siano pochissime persone o istituzioni non toccate da questi ultimi mesi di inquietudine e incertezza nel mondo. La generosità e la squisita gentilezza dimostrate dalla Corporation della City nei confronti miei e del Principe Filippo sarebbero benvenute in ogni occasione, ma in questo momento particolare, dopo il tragico incendio di venerdì scorso a Windsor, lo sono in modo speciale. (...) Talvolta mi chiedo in che modo le generazioni future giudicheranno gli eventi di quest’anno tumultuoso".

"Oserei dire che la storia avrà una visione leggermente più benigna rispetto a quella di alcuni opinionisti contemporanei. Si sa bene che la distanza aggiunge fascino, anche alle visioni meno attraenti. Dopo tutto, ha l’inestimabile vantaggio del senno di poi. Ma il tempo può anche fornire una dimensione supplementare a un giudizio, decantando i fatti con moderazione e compassione, o persino con saggezza, che talvolta mancano nelle reazioni di coloro che devono  fornire opinioni immediate su eventi piccoli e grandi. Nessuna parte della comunità ha il monopolio di tutte le virtù, o di tutti i vizi".

"Sono sicura che la maggior parte delle persone cerca di fare il proprio lavoro al meglio, anche se il risultato non è sempre dei più riusciti. Colui che non ha mai mancato di raggiungere la perfezione ha il diritto di essere il critico più severo. Non possono esservi dubbi che le critiche sono positive per la gente e le istituzioni che fanno parte della vita pubblica. Nessuna istituzione, che si parli della City, della Monarchia o di qualsiasi altra, dovrebbe essere priva dello scrutinio di coloro che le concedono lealtà e sostegno, per non parlare di coloro che non gliene concedono affatto. Ma facciamo tutti parte del tessuto della nostra società nazionale, e lo scrutinio svolto da alcuni su altri può essere altrettanto efficace se viene effettuato con un tocco di delicatezza, buon umore e comprensione”.
 
1992, un anno orribile appunto, non c’è che dire. Ebbe fine il matrimonio tra l’erede al trono Carlo e la principessa Diana e ci fu il divorzio della secondogenita Anna da Mark Philips, rotture spesso accompagnate da scandali, che le causarono dolore e imbarazzo. Ma soprattutto prese fuoco il castello di Windsor. Nel più grande castello abitato del mondo, il 20 novembre, un incendio divampò nella cappella privata della regina. Venne presto arginato, ma distrusse ben nove delle sale di stato, danneggiando oltre cento ambienti in gran parte della corte alta. Paolo Filo Della Torre, decano dei giornalisti italiani nella capitale britannica, aprì a Londra nella sede del Financial Times l’ufficio di corrispondenza de La Repubblica, subito dopo la nascita del quotidiano di cui fu uno dei fondatori. Scomparso nel 2014 all’età di 80 anni dopo una lunga malattia, con grande trasporto e coinvolgimento, così aveva raccontato sul suo giornale quella notte terribile al Castello di Windsor.

20 novembre 1992, l'incendio che divampò nella cappella privata della regina e distrusse nove sale e 100 ambienti della corte alta a Buckingam Palace 
"LONDRA - La regina Elisabetta, educata a controllare le sue emozioni, aveva le lacrime agli occhi quando si è trovata dinnanzi all’infernale spettacolo del castello di Windsor, devastato dalle fiamme. È stata la catastrofe più grande nella storia moderna della famiglia reale britannica. L’incendio è iniziato poco prima di mezzogiorno nella Brunswick Tower che è situata sul lato nord-occidentale dell’area del maniero e ben presto si è esteso ai saloni del palazzo, prima di tutto alla splendida St. George Hall che era abbellita da opere d’arte di inestimabile valore compresi i Canaletto, i Rubens, i Rembrandt e i Van Dyck, ma soprattutto da arazzi favolosi del Seicento".

"Altre sale con i preziosi contenuti sono state devastate come è il caso della 'Waterloo Room', spesso definita 'il salotto più bello del mondo'. La stessa Brunswick Tower in serata minacciava di crollare. Le fiamme dopo otto ore continuavano ad essere altissime interessando almeno un terzo di tutto il castello. Centinaia di vigili del fuoco, con le più moderne tecnologie hanno tentato disperatamente di domarle. Ma l’incendio ha continuato a divampare in maniera feroce. Le fiamme erano alte alcuni metri e ben visibili a grande distanza. Il fumo ha completamente avvolto la cittadina di Windsor e buona parte della zona". Una grande nuvola nera si è estesa fino a Londra. I danni sono calcolati in migliaia di miliardi che nessuna assicurazione al mondo potrà rimborsare. Sir Roy Strong, uno dei grandi direttori dei musei britannici, ha detto: 'La regina possedeva la più grande collezione del mondo di opere d’arte e la maggior parte di questi tesori erano contenuti nel castello di Windsor'. Ma il disastro non si può quantificare in termini di valore monetario".

"A fare le spese dell’incendio è la nazione britannica, anzi l’umanità intera perché nessuno potrà più ammirare le favolose opere d’arte andate distrutte e c’è il rischio che nessuno potrà più avvalersi dell’ importantissimo archivio di Windsor che contiene lettere e documenti fondamentali per chi vuole ricostruire episodi della storia nei quali ci sia stata una influenza britannica. (...) Al momento le fiamme hanno cominciato ad alzarsi, nel castello l’unico personaggio della famiglia reale era il principe Andrea che ha detto: 'Se l’incendio fosse avvenuto di notte ci sarebbe stato anche il rischio di vittime mortali. Molte persone che lavorano qui sarebbero potute essere bruciate vive'. Il marito di Fergie attendeva i genitori per il banchetto di celebrazione dei loro 45 anni di matrimonio. Il principe è stato uno dei primi a mettersi in azione. Ha cominciato con il fare sgombrare l’intera area. Poi insieme con i soldati che avevano partecipato alla cerimonia del cambio della guardia e insieme ad un buon numero di guardiani e di dirigenti della struttura interna, si è precipitato a tentare di salvare le opere d’arte".

"Si è creata una specie di “catena umana”. Incurante del fumo e dell’immenso calore, Andrea ha passato ad ognuno degli uomini che componevano questa catena, lunga all’incirca duecento metri, i quadri, le statue e i piccoli oggetti che riusciva a rubare alle fiamme. In questo modo sono state messe in salvo decine e decine di opere d’arte. Ma è molto difficile poter fare un bilancio di tutto quello che manca proprio perché Windsor conteneva un numero immenso di tesori. (...) È qui che sono sepolti grandi re e regine fin dall’epoca nella quale i sassoni vennero a dominare questo paese. (...) Un’altra zona devastata è quella della cappella di San Giorgio dove sono sempre avvenute da circa 600 anni le cerimonie dell’ Ordine della Giarrettiera. Londra è in lacrime come la sua regina. Il giornale Windsor and Eton Observer ha pubblicato una edizione straordinaria chiamandola “del fuoco” e distribuendo le copie gratuitamente sulle quali dominava il titolo “Windsor, l’Inghilterra e il mondo non hanno mai subito un tale disastro”.

La più banale delle cause, una lampada a contatto con una tenda, fu la causa accertata dell’incendio, che causò danni per 60 milioni di sterline. I lavori di restauro vennero completati solo nel 1997, e fu presa nel contempo la decisione di aprire al pubblico per la prima volta le Sale di Stato. Questa scelta, che rappresentò un enorme cambiamento rispetto alla tradizione, fu fatta in seguito anche per Buckingham Palace, utilizzando gli introiti ricavati dalle visite per coprire una parte dei costi di ristrutturazione. Erano stati la Regina Vittoria ed il principe Alberto a fare del castello di Windsor la loro principale residenza reale. Dalla scomparsa di Alberto sino alla sua morte nel 1901, continuò ad essere una delle residenze di Vittoria, che fece mantenere la stanza del principe esattamente come si trovava al momento della sua morte, conservandone quell’aspetto melanconico ottocentesco. Oggi la Regina Vittoria ed il principe Alberto riposano nel Mausoleo Reale di Frogmore House, una residenza di campagna del XVII secolo, situato tra incantevoli giardini a circa un chilometro a sud del castello di Windsor, nella contea inglese del Berkshire.
 

 
La sicurezza di Sua Maestà

Londra, Buckingham Palace, City of Westminster

A vigilare sulla sicurezza dei membri della Famiglia Reale e sulla residenza di Buckingham Palace è la SO14 Royalty Protection Group del Metropolitan Police Service, una  squadra di élite di Scotland Yard formatisi nel 1983 che si prende cura 24 ore su 24 della regina e dei suoi famigliari. Se la Regina Vittoria subì diversi attentati, nessuno dei quali fortunatamente con serie conseguenze, Elisabetta II ha corso pericoli per la sua incolumità in almeno due occasioni. Dimostrò un gran sangue freddo, quando durante il Trooping the Colour del 13 giugno 1981, mentre montava a cavallo, un giovane le sparò tra la folla dei colpi di pistola a salve. Riuscì a mantenere un controllo perfetto dell’animale, trovando anche la forza di sorridere e salutare con la mano la Regina Madre e l’allora lady Diana, pochi secondi dopo passando sotto la finestra dell’ammiragliato.

L’anno dopo, uno squilibrato di nome Michael Fagan, riuscì ad entrare per ben tre volte a Buckingham Palace. Se la prima volta fu bloccato nell’atto di degustare un bicchiere di vino francese nello studio del Principe Filippo e, tre settimane dopo, fermato da un maggiordomo a pochi passi dalla camera reale, il 20 luglio del 1982, Fagan, riuscì a penetrare nella camera da letto della Regina mentre stava dormendo. Questo il racconto della vicenda, dalla penna di Bertrand Meyer, in “La vie quotidienne a Buckingham de Victoria a Elisabeth II”.
“Perseverante, Michael Fagan, che viene lasciato in libertà in attesa del processo, tenta un’ultima volta di parlare con la sovrana. Michael si arrampica ancora una volta lungo una grondaia, scavalca la balaustra della terrazza, e s’intrufola nella camera della regina attraverso la finestra socchiusa, si siede in fondo al grande letto e, senza neppure abbozzare un gesto, s’immerge nella contemplazione silenziosa della dormiente.

Elisabetta II, che, emergendo dal sonno alle 7 e 18, si accorge bruscamente di condividere la camera da letto con un visitatore inaspettato (“a 1 metro e 80 dal viso della Sua Graziosa Maestà”, secondo il verbale) darà prova di notevole sangue freddo. Scoprendo, invece della sua cameriera che le porta abitualmente il tè e i giornali, un intruso, intavola con lui un prudente dialogo sui figli. “Così il Principe Carlo ha un anno meno di lei”, osserva la sovrana, domandandosi come avvertire con discrezione il servizio di sicurezza. Preme il pulsante che trasmette l’allarme alla sala di controllo della polizia, ma il sistema non funziona.

E suona anche il campanello del corridoio, ma la cameriera e il domestico, sapendo che di solito la regina non si sveglia prima delle 7 e 45, non ci sono. Quando Michael Fagan le domanda se non abbia un pacco di sigarette nel cassetto del comodino, Elisabetta coglie l’occasione: “Qui non ho sigarette, ma posso andare in corridoio” risponde con calma “a farmele prestare da un cameriere”. Con tutta naturalezza si alza ed esce nel corridoio, dove si imbatte finalmente nella sua cameriera. Due minuti dopo, un minuscolo ciambellano, preceduto dai funzionari del servizio di sicurezza, afferra per la vita l’ammiratore”.
 
L’episodio susciterà scandalo. La stampa raddoppierà le tirature e le redazioni dei giornali saranno sommerse da una valanga di lettere di protesta. Alla Camera dei Comuni, il ministro dell’Interno, William Whitelaw, tenterà invano di placare la tempesta, scatenata dalla constatazione della palese incompetenza dei servizi di sicurezza. Il ministro, il direttore della polizia municipale e il Maestro della Casa rassegneranno le dimissioni.

 

La mia regina

Conversazione con Jill Morris CMG. Ambasciatore britannico in Italia e San Marino

 

Da 25 mila giorni alla guida del Regno    

Londra, Buckingham Palace, City of Westminster

«Per tutta la mia vita e con tutto il mio cuore cercherò di meritarmi la vostra fiducia», così promise Elisabetta nel giorno della sua incoronazione. Ma dove trascorre la sovrana i suoi giorni? Dove dedica le sue ore al servizio dei suoi sudditi? A eccezione dei mesi di agosto e settembre, fine dicembre e gennaio – in cui risiede rispettivamente a Sandringham, la sua tenuta privata nella contea di Norfolk, e a Balmoral, nelle Highland scozzesi – la regina Elisabetta II conduce i propri impegni ufficiali e cerimoniali di capo di Stato del Regno Unito e capo del Commonwealth in uno degli edifici più conosciuti al mondo: Buckingham Palace.

 «Tutti i giorni, molti passanti si fermano davanti al palazzo e alzano gli occhi verso le sue finestre, con la vaga speranza di cogliere qualcosa della realtà che vi si cela. E spesso, in quel momento, la regina li osserva a sua volta da dietro le tende, come volesse lei stessa penetrare nel loro mondo». Così Bertrand Meyer nel suo La vie quotidienne à Buckingham de Victoria à Elisabeth II, descrive la magia e il fascino di Buckingham Palace, residenza reale e studio della regina Elisabetta II. Diversamente da molti famosi edifici storici di Londra, Buckingham Palace non è un museo, bensì la sede amministrativa centrale della monarchia.

È qui, dove attualmente sono in corso rilevanti lavori di ristrutturazione, che Sua Maestà la Regina svolge le sue funzioni per il regno, sempre più vicine, rispetto al passato, alle esigenze e alle aspirazioni del popolo britannico. I suoi sudditi continuano a riconoscerle il diritto a una vita da monarca, nelle sue incantevoli residenze, assistita dai membri della Casa, all’insegna di leggi che nessuno osa trasgredire. Fu l’architetto William Winde tra il 1702 e il 1705 a ricostruire Buckingham House per John Sheffield, primo duca di Buckingham, poeta e importante politico tory vissuto nella tarda epoca degli Stuart. In quel tempo era più una villa di campagna alla periferia di Londra che una residenza cittadina, tra il parco di St. James e Hyde Park.

Era stata edificata su terreni della Corona, dove re Giacomo I aveva fatto piantare un giardino di gelsi, e questo permise a re Giorgio III di acquisirla nel 1731 come residenza privata. Fu poi la regina Vittoria, 106 anni dopo, a trasferirsi lì, quando il palazzo era ancora fresco di vernice, ma risultò troppo piccolo, sia per le funzioni di stato che per la vita di famiglia e dunque ingrandito. Con il progetto di Aston Webb, Buckingham Palace divenne la reggia che conosciamo e oggi nel suo complesso conta 775 stanze, tra queste 19 sale di rappresentanza, 52 camere da letto reali e per foresteria, 188 camere da letto per il personale, 92 uffici e 78 stanze da bagno. Nella reggia lavorano circa 450 dipendenti e ogni anno vengono ricevute oltre 50.000 persone. Ci sono 1.514 porte e 760 finestre, pulite ogni sei settimane, oltre 40 mila lampadine e più di 350 orologi che ne fanno una delle più grandi collezioni esistenti al mondo, affidati alle cure di due orologiai a tempo pieno.

Negli splendidi giardini più di 30 differenti specie di uccelli e più di 350 diversi fiori selvatici, alcuni estremamente rari. È qui che si tengono i famosi garden parties, dalla fine di giugno alla metà di luglio, proprio in quei giardini dove da bambine Elisabetta e sua sorella Margaret salivano su una piccola collinetta dalla quale riuscivano a guardare e curiosare fuori dalle mura del palazzo, per le strade chiassose e animate di Londra. Buckingham Palace ha la sua cappella, un ufficio postale, una caffetteria, un ambulatorio medico e il suo cinema. A cominciare da un bimbo di 7 anni, si chiamava Wolfgang Amadeus Mozart, centinaia di personaggi storici illustri hanno visitato Buckingham Palace. Felix Mendelssohn, Johann Strauss, Charles Dickens, Alfred Lord Tennyson, presidenti degli Stati Uniti d’America come Woodrow Wilson e J.F. Kennedy, Mahatma Ghandi, Neil Armstrong, Laurence Olivier e Nelson Mandela, per citarne solo qualcuno. Come confidò, allo storico francese Meyer-Stabley, un vecchio cameriere: «Fuori non ci sono che ingorghi e cacofonia, mentre il palazzo pare meravigliosamente tranquillo e silenzioso…».
 

L’agenda della Regina

Le sue giornate cominciano di primo mattino, quando una dama apre le tende nella sua stanza da letto. A colazione, pane tostato con marmellata e una tazza di Earl Grey, una varietà di tè che prende il nome da Charles Grey, II conte Grey, primo ministro del Regno Unito dal 1830 al 1834, che ricevette in dono un tè aromatizzato con l’olio estratto dalla scorza del bergamotto. Le prime notizie da una piccola radio a pile sintonizzata su Radio 4 della BBC e uno sguardo ai giornali, con il Racing Post, popolare giornale dedicato alle corse dei cavalli, in cima alla mazzetta.

Alle 10 Elisabetta II entra nel suo studio, fa telefonate e inizia a leggere alcune delle tantissime lettere che quotidianamente riceve posate su vassoi d’argento. Quelle concernenti questioni politiche e amministrative vengono trasmesse ai relativi dipartimenti del governo, mentre per quelle comuni, dà istruzioni per come rispondere agli addetti alla corrispondenza privata. La maggior parte delle ore della mattinata trascorrono alla scrivania, per prendere visione dei documenti governativi nell’immancabile valigetta rossa. Edward Young, CVO, PC, attuale segretario privato di Elisabetta, è il primo visitatore a essere ammesso nello studio. Compito del Private Secretary, pianificare il programma della regina, organizzare le visite reali nel Regno Unito e all’estero, preparare i discorsi, organizzare gli archivi reali, la segreteria del palazzo e il servizio stampa.

La regina Elisabetta con la sua dama di compagnia Fortune FitzRoy, duchessa di Grafton 
È l’uomo con maggiore influenza sulla sovrana, predispone il suo calendario, provvede a informarla su tutto e consigliarla. Funge da intermediario tra la regina e il governo e si occupa degli appuntamenti e delle questioni costituzionali e politiche. Re Giorgio V, del suo Segretario Privato, Lord Stamfordham, diceva: «Mi ha insegnato a fare il re». Dopo di lui è il turno del Maestro della Casa, che fa il suo ingresso dopo un inchino. Super amministratore, è l’uomo di riferimento per il personale e il grande organizzatore dei ricevimenti, una carica che risale al 1539 ed è oggi coperta dal vice ammiraglio Charles Anthony Johnstone-Burt, pluridecorato ufficiale della Royal Navy.

Il Master of the Household ha con se il menù book, in pelle rossa con una matita segnalibro. La regina semplicemente cancella quello che non desidera. Per il pranzo a Elisabetta piace adoperare un semplice servizio da tavola, sostituito per le grandi occasioni o nelle cene ufficiali, da uno splendido vasellame in oro con gli stemmi reali. Pomeriggio dedicato alle visite ufficiali, oramai sempre più rare, in compagnia della sua dama d’onore.


L’ora del tè

Alle 16.30 è il momento di un tè pomeridiano, accompagnato da dolcetti caserecci, biscotti, torte e focaccine calde, che spesso la Regina non manca di far gustare ai suoi adorati corgi. Il pomeriggio alle 18.30 arriverà da Westminster un rapporto sugli atti parlamentari della giornata. Ogni settimana, quando il Parlamento è in sessione, la Regina riceve a Buckingham Palace in udienza privata il Primo Ministro. Un tempo l’orario previsto dall’agenda era quello delle 17.30, ma quando Elisabetta salì al trono, i principi Carlo e Anna avevano rispettivamente quattro e due anni e la regina non voleva mancare al loro bagnetto.

Chiese a Winston Churchill, allora premier, che fu per lei quasi un padre adottivo, se fosse possibile posticipare l’incontro di un ora. Churchill acconsentì senza problemi e da allora tutti i primi ministri che seguirono si adeguarono al cambiamento d’orario. Non si tratta di una semplice formalità e il primo ministro solitamente si presenta ben preparato per il colloquio, dopo aver letto a fondo gli incartamenti. L’ex premier laburista, Tony Blair, disse un giorno: «Nei numerosi incontri che ho avuto con Sua Maestà dal 1997, ho sempre avuto modo, come i miei predecessori, di esserle grato per la sua saggezza, il buon senso e l’esperienza, con cui affronta i temi all’ordine del giorno».

Quando la giornata volge al termine, la sovrana sale nella sua camera, fa un bagno e si cambia d’abito per la cena, per poi trascorrere la serata in famiglia davanti alla tv o più raramente guardando un film nella sala cinematografica del palazzo. Verso lo scoccare della mezzanotte, prima di coricarsi, annota su un quaderno rilegato le impressioni della giornata. Troppo lavoro per Elisabetta? Lo storico e biografo britannico, Robert Lacey, risponde nel suo Majesty: «È possibile che si esageri, quando si parla della gran pena che la regina si dà per svolgere il suo lavoro. Il suo orario londinese è certo carico di impegni, ma vi sono lunghi momenti in cui Elisabetta può sospendere ogni appuntamento ufficiale.

E, sebbene sia dovunque braccata dalla corrispondenza di Stato, spesso ha modo di abbandonarsi al piacere supremo di fare quello che le è più gradito». In vacanza, tra Sandringham e Balmoral, nei periodi di Natale, Pasqua e tra fine estate e inizio autunno, la Regina si rilassa per davvero: picnic, lunghe passeggiate a cavallo e a piedi accompagnata dai suo cani. Del resto per ogni suddito la condotta e il sistema di vita del proprio re deve rispecchiare i tre valori supremi degli inglesi: l’aristocrazia, la vita di famiglia tradizionale e la vita in campagna.
 

Il team di Sua Maestà

Ma occupiamoci dei suoi collaboratori più stretti. Il Segretario Particolare, il Maestro della Casa, con il controllore dell’Ufficio del Lord Ciambellano, il Guardiano della Borsa Privata e del Tesoro della Regina e il direttore della Royal Collection, sono alle dipendenze del Lord Chamberlain, il Lord ciambellano, l’amministratore della Casa Reale. Attualmente la carica è ricoperta da William James Robert Peel, 3rd Earl Peel, GCVO, PC, DL, III conte Peel, discendente del famoso Primo Ministro inglese Sir Robert Peel. Il baronetto fu segretario di Stato durante il regno di Giorgio IV e per due volte Primo Ministro all’epoca della regina Vittoria. Nel 1829 creò la Civilian Metropolitan Force, i cui componenti sono noti come Bobbies, proprio in virtù del suo nome, Robert.

Conservatore, attuò una riforma della Giustizia, che prevedeva una drastica riduzione delle pene, tempi rapidi dei procedimenti e limitava la pena capitale al solo reato di omicidio. Si deve a lui la repressione del crimine sul principio della certezza della pena, piuttosto che sull’asprezza della detenzione. Sir Michael John Stevens KCVO è oggi il Keeper of the Privy Purse, gestisce le finanze reali, la manutenzione della proprietà e il personale di Casa Windsor. È il membro del personale di Sua Maestà più remunerato ed è l’unica persona al mondo, a parte Elisabetta, che conosce tutta la misura della sua ricchezza. Neanche al Duca di Edimburgo è dato conoscere i dettagli precisi della fortuna di sua moglie.

Lo storico dell’arte Timothy Aidan John Knox, FSA è il direttore della Royal Collection. Responsabile della cura delle 20.000 opere d’arte che vanta Buckingham Palace, gestisce le disposizioni di apertura del Palazzo, delle Scuderie Reali e della Galleria della Regina. Figure di grande importanza nell’establishment della monarca sono poi le Dame di Compagnia. La prima di queste, The Senior Ladies-in-Waiting, è la Mistress of the Robes, una dama d’onore di alto rango, all’interno della Casa Reale, responsabile dei vestiti e dei gioielli della regina. Dal 1967 lo è la nobildonna Ann Fortune FitzRoy, Dowager Duchess of Grafton, GCVO, prima di allora, dal 1953, Lady of the Bedchamber di Elisabetta II.

Appartiene alla cerchia degli amici della Regina e tre dei suoi figli hanno membri della Famiglia Reale come padrini. Talvolta Ann Fortune Smith si reca a Euston Hall, nel Suffolk, incantevole casale dei duchi di Grafton. È la vedova di Hugh Denis Charles FitzRoy, XI duca di Grafton, discendente di un’antica famiglia dell’alta nobiltà britannica, quella di Henry FitzRoy, I duca di Grafton, figlio illegittimo del re Carlo II d’Inghilterra. Il titolo della duchessa comportava un tempo la responsabilità di tutto il guardaroba, oggi curato dalle dame vestiariste. Osserva Bertrand Meyer che nel passato, quando la Mistress of the Robes era una nomina politica, «in un certo senso il loro compito era più interessante: invece di occuparsi, come fanno ora, dei diplomatici e dei servitori, di scrivere lettere personali, di mettere alla porta i fotografi, esse dovevano allora regolare problemi di ogni genere, e mostrarsi delle vere e proprie confidenti».

Oltre agli stessi collaboratori della regina che contribuiscono direttamente alla gestione del suo programma ufficiale, a Palazzo sono impiegati i responsabili della manutenzione dell’edificio e dei giardini, i responsabili finanziari, delle comunicazioni, della tecnologia informatica, risorse umane, del personale, della sicurezza antincendio e dell’apertura al pubblico delle residenze ufficiali. Inoltre permangono dei ruoli peculiarmente reali, quali valletti, paggi e yeomen delle dispense (responsabili di porcellane, cristalli e argenti) e quelli ormai inconsueti, quali il fendersmith (che ha il compito di accendere il fuoco reale) o il pipe major (il suonatore di cornamusa personale della Regina). Per il personale di casa reale, oggi come ieri, la regola d’oro rimane quella della discrezione.

Del resto chi ha prestato servizio per anni, una volta giunto alla pensione, potrà contare su un alloggio della Famiglia Reale in uno dei cottage disseminati nelle terre del regno. Si rischia il licenziamento solo per trasgressione della legge o per offese sessuali. Si racconta che un giorno il duca di Edimburgo cercasse con insistenza il suo paggio. «È stato licenziato Vostra Altezza», gli fu risposto. «Ma perché? Cosa ha fatto?», «Ebbene…è stato sorpreso a letto con una delle cameriere, Vostra Altezza». «Ed è stato mandato via?...», esclamò Filippo sorpreso, «avrebbero dovuto decorarlo!».


Vita di Corte

Le Sale di Rappresentanza sono il fulcro delle attività di Buckingham Palace e ne occupano il corpo principale antistante i giardini. Qui si svolgono le numerose funzioni ufficiali, dagli eventi sontuosi, quali i banchetti e le investiture ufficiali, alle udienze private con gli ambasciatori e i capi di Stato stranieri. Ogni anno, la Sala del Ballo – alta 14 metri, lunga 34 e larga 18 – ospita ventuno cerimonie di investitura, durante le quali le persone insignite di onorificenze, ricevono le insegne onorifiche dalla sovrana, sostituita a volte dal principe di Galles.

La regina Elisabetta osserva l'esterno da una delle finestre di Buckingham Palace 
Tramite questi conferimenti la monarchia riconosce a individui e il servizio alla nazione, affermando così i loro valori per la comunità. L’Ordine della Giarrettiera (fondato nel 1348), l’Ordine del Cardo (ripristinato nel 1687), l’Ordine del Merito (fondato nel 1902), l’Ordine Reale di Vittoria (fondato nel 1896) e la Catena Reale di Vittoria appartengono ai regali personali della Regina. Altre onorificenze – tra cui le nomine all’Ordine del Bagno (1725), di San Michele e San Giorgio (1818) e all’Ordine dell’Impero Britannico (1917) – vengono conferite su suggerimento dei ministri. Nel sistema dei titoli onorifici britannici, la nomina a cavaliere o dama, permette di avvalersi del titolo di Sir o di Dame, nella maggior parte dei casi, di utilizzare l’acronimo OBE («Officer of the British Empire») dopo il proprio nome.

La sera del primo giorno di una visita di Stato, la regina intrattiene il capo di Stato ospite con un banchetto reale che si tiene nella Sala del Ballo. Qui 160 invitati siedono a un tavolo disposto a ferro di cavallo. Queste occasioni, a cui si partecipa in abito da sera, appartengono alla tradizione dell’ospitalità reale, antica quanto l’istituzione della monarchia stessa. I tavoli sono ornati con il servizio più raffinato in argento dorato proveniente dalla Collezione Reale. Una visita di Stato è prevista con 12mesi di anticipo. Il Paese ospite è scelto dal Governo, la lista degli ospiti è redatta in collaborazione tra la Casa Reale e il Foreign and Commonwealth Office e gli inviti della regina sono inviati due mesi prima del banchetto.

Lo staff del Maestro della Casa, a conferme avvenute, può cominciare a pianificare la disposizione degli ospiti a tavola. Con quattro mesi di anticipo inizia la lucidatura dei 5.500 pezzi d’argento e 2.500 pezzi di vetro, mentre cinque giorni prima della cena comincia la preparazione e l’apparecchiamento della tavola. Un’antica tradizione medievale – per rispetto degli ospiti si mettevano in mostra i migliori oggetti della casa – è il motivo del magnifico buffet di piatti, tazze e candelieri impressi a rilievo disposto su lunghe credenze a entrambi i lati della sala. Sono parte del meraviglioso Grand Service, commissionato 200 anni fa, alla ditta Bridge & Rundell, da re Giorgio IV. È composto da 5 mila oggetti tra piatti, posate, candelabri e vasi di inestimabile valore. «Credo che tenendo tutto in ordine», dice Anna Reynolds, curatrice del Royal Collection Trust, «abbiamo un ruolo nella storia».
15 febbraio 2006. La regina Elisabetta II e il principe Filippo, in un incontro ufficiale a  
Mentre i primi e i secondi piatti – di solito pesce seguiti da carne – sono serviti su piatti d’argento dorato, i budini preparati dal Pasticciere Reale sono serviti su un antico servizio di porcellana. Il direttore delle Cantine Reali provvede alla scelta dei vini, cinque diversi a partire dallo champagne. La cena richiede solitamente un’ora e venti minuti e al termine dodici zampognari – una tradizione cominciata con la regina Vittoria – accompagnano gli ospiti nelle State Rooms per il caffè. Prima che tutto cominci, la regina Elisabetta II, conserva l’abitudine di un controllo finale della tavola imbandita. Lady Elizabeth Anson, una cugina della Sovrana, rivela: «La gente potrebbe pensare che la Regina non abbia il tempo di preoccuparsi per i menù, le degustazioni e dell’organizzazione, ma lei è una padrona di casa meticolosa».

Se dovesse capitarvi di dover incontrare la regina Elisabetta II, non vi resterà che ripassare le regole e i codici di comportamento da rispettare per la grande occasione. Buckingham Palace ufficialmente fa sapere che «non esistono codici di comportamento obbligatori, anche se molte persone vogliono osservare le forme tradizionali: leggera flessione del capo per gli uomini, piccolo inchino per le donne». Ma nella realtà il mondo del galateo reale è ricco di abitudini e leggi di comportamento non scritte, infrante a volte anche da personaggi di spicco. «Incontrare la regina non potrà mai più essere lo stesso», scrisse il «Daily Telegraph» nel 2009 dopo che la First Lady americana Michelle Obama abbracciò Elisabetta II. Mai toccare un monarca! Non andò meglio a suo marito, il presidente Barack, che propose un brindisi alzando il calice e iniziando un discorso, quando stavano per partire le note di God Save the Queen.

Nel Regno Unito l’inno si ascolta in silenzio, invece l’ignaro presidente americano continuò a parlare. La regina Elisabetta posò il bicchiere sul tavolo alquanto imbarazzata, mentre Obama continuava a tenere alto il calice e a rivolgerlo verso la sovrana. Il siparietto raccontato, si svolse in un banchetto reale, un vero e proprio campo minato per gaffe ed errori. Cominciamo col dire che non si può non accettare un invito ufficiale a pranzo da parte della regina e chi ha il privilegio di riceverlo, – un cartoncino che reca vergate in oro le cifre della Sovrana, EIIR – dovrà attenersi a regole da non trasgredire. Sarà seduto alla sua destra, se è un ospite d’onore, e la padrona di casa rivolgerà a lui la prima parola.

La conversazione durerà sino al termine della prima portata e sarà solo quando comincerà a essere servita la seconda, che la regina comincerà a conversare con l’ospite alla sua sinistra. Questa regola dovrebbe essere seguita da tutte le altre donne al tavolo. Sarà il caso di evitare discorsi di natura politica e religiosa, ma soprattutto, ogni argomento trattato, non dovrà essere divulgato alla stampa. Attenzione poi durante il convivio a non prendere del pane dal piatto apposito dei reali, all’accortezza nel sollevare il calice di vino dal gambo e ad appoggiare la tazza, sul piattino, dopo ogni sorso di tè.

Si avrà comunque meno possibilità di sbagliare seguendo i comportamenti della sovrana, per esempio mettendosi a sedere dopo di lei, smettendo di mangiare quando lo fa lei o bere solo dopo che lo abbia fatto la regina. Impegnativo, ma nulla rispetto al passato. Ai tempi della regina Vittoria era dura la vita per i commensali. La sovrana era in grado di mangiare così velocemente, che le bastavano meno di trenta minuti per sette portate. Visto che quando la regina terminava, tutti i piatti dei presenti erano ritirati, spesso l’ultima persona al tavolo terminava la cena a digiuno. All’epoca dei Tudor invece, Enrico VIII sfogava la sua noia a tavola, lanciando prugne zuccherate verso gli ospiti. Ma tornando ai Windsor, un’altra raccomandazione è utile per i cani di sua maestà, gli amati corgi.

Come tradizione, dal diciassettesimo secolo in poi, i sovrani britannici considerano gli animali domestici membri di famiglia e potrebbe capitare di fare il loro incontro mentre si è a tavola. Bisogna evitare di accarezzarli, potrebbero mordere. Una volta Elisabetta II, durante un pranzo informale, disse a un ospite: «Li lasci in pace per favore, sono i miei cani e non amano essere accarezzati da altri». Nessun pericolo comunque, chi serve in tavola è ben preparato ad allontanarli con bombolette di seltz per proteggere le caviglie dei commensali ed è munito di carta assorbente per riparare a spiacevoli incidenti. Norme comportamentali precise anche per un incontro più breve con la regina. Non la si baci, non la si tocchi, ci si inchini anche più volte, se è il caso.

Toccherà a lei la prima parola, il più delle volte con il classico «viene da lontano?», la frase più usata da Elisabetta. Per risponderle, la prima volta, si utilizzi la forma «Sua Altezza Reale», successivamente la si può chiamare «Signora». Occhio alla sua borsetta, la regina la utilizza per indicare alle sue dame di essere annoiata dal suo interlocutore, manifestando il desiderio di procedere ad altro incontro. Ma hanno ancora un significato norme comportamentali arrivate sino a noi da un periodo storico in cui si riteneva che i monarchi fossero nominati direttamente da Dio e in cui chiedevano di essere trattati come tali?

Per David Miller, direttore del Debrett, la più importante guida inglese al bon ton, da 250 anni punto di riferimento per la upper class, «sono codici avvolti nella storia e nella tradizione, ma anche pratici e universali, che esistono per evitare imbarazzi». William Hanson, responsabile del protocollo nel transatlantico di lusso Queen Mary II, non ha dubbi: «Con queste regole noi rispettiamo la nostra regina, tutto quello che ha vissuto e la sua posizione nella storia della nostra nazione. Lei merita il rispetto che le viene concesso, perché, rispettando lei, rispettiamo quello che rappresenta, ovvero tutto quel che vi è di grande nella società britannica».

Le celebrazioni per i 90 anni della regina Elisabetta II

 

 
Quel giorno il Royal Standard
non sventolerà a mezz’asta

Londra, Buckingham Palace, City of Westminster

“Quando morirà la Regina si assisterà a un dolore come mai accaduto prima nella Storia. Il popolo britannico sarà addolorato per la scomparsa di una persona che ha rappresentato un punto di riferimento della loro vita”. Così in “The Royal House of Windsor”, documentario prodotto dal Canale inglese Channel 4, lo storico e scrittore Piers Brendon immagina l’epilogo dell’epoca che ricorderemo come “nuova età Elisabettiana”.  

La Corte di San Giacomo darà il via a “The Bridge”, il nome in codice con cui è definito il protocollo di quanto va fatto in caso di morte del sovrano, dall’accertamento del decesso sino all’incoronazione del successore. Presso la residenza reale di St. James’s Palace, il Privy Council Office riunirà l’Accession Council, che proclamerà ufficialmente il nuovo re con il nome di regno da lui scelto. Le Camere e la borsa saranno chiuse, le televisioni modificheranno i loro palinsesti e tutti avranno modo di salutare la Regina per l’ultima volta a Westminster Hall. Dopo dodici giorni la cattedrale di Westminster ospiterà quello che sarà ricordato come il funerale più seguito della storia, officiato dall’ Arcivescovo di Canterbury. Elisabetta sarà poi sepolta nel luogo da lei stabilito per tempo, potrebbe essere accanto a suo padre, nella St George’s Chapel del Castello di Windsor, a Sadringham o a Balmoral in Scozia.

Nella tradizione il Regno non può mai essere senza sovrano, Carlo sarebbe Re dal momento preciso della morte di sua madre. È questo il motivo per cui il Royal Standard non ha mai sventolato a mezz’asta. Carlo giurerà fedeltà al Parlamento e dopo un lungo periodo di lutto sarà incoronato. Sarà il nuovo governatore supremo della Chiesa d’Inghilterra, mentre suo figlio William, il nuovo Principe di Galles, l’erede al trono. Comincerà per il Regno Unito una fase di numerosissimi cambiamenti tra l’altro costosissimi, che «Business Insider» stima in miliardi di sterline. Una nuova moneta sarà stampata e coniata, i ritratti del nuovo sovrano, già pronti, cominceranno a circolare, saranno emessi nuovi francobolli, corrette le parole dell’inno nazionale da “God Save the Queen” a “God Save the King”, modificati i passaporti, le insegne, le cassette postali, le cabine telefoniche, le mostrine dell’esercito e della polizia, tutto quanto insomma oggi reca le cifre EIIR.

La scomparsa di Elisabetta potrebbe persino significare la fine del Commonwealth come lo conosciamo oggi, un’organizzazione che non solo ha un grande valore simbolico, ma abbraccia il mondo comprendendo economie avanzate e in via di sviluppo, con una popolazione complessiva di 2,2 miliardi e un PIL combinato di 6,9 miliardi di sterline. Ai britannici Elisabetta II mancherà terribilmente, la sua perdita un grande shock vissuto con la speranza che il nuovo Re possa riuscire a raccogliere quella pesante eredità. Il 2 giugno 1969 il principe Carlo concede la sua prima intervista televisiva a David Frost, famosissimo presentatore inglese. In quell’occasione si disse convinto che “Il servizio alla patria significa concedersi al popolo, specialmente se sei ben accetto, ma anche quando non lo sei.

Se senti di poter fare qualcosa, anche se il popolo pensa che il tuo intervento non sia utile, ma tu ti credi nel giusto, allora sei al servizio della patria”  Le trasformazioni della Corona a cui potremmo assistere in un possibile regno di Carlo III, ipotesi basate su esternazioni e comportamenti del principe di Galles in più di sessant’anni, non sembrerebbero entusiasmare la Regina, che teme una reggenza più invasiva della cosa pubblica, che si allontani dal solco neo-elisabettiano preferito dai britannici. “L’unione giuridica e spirituale degli uomini di razze, credi e classi differenti che chiamiamo una nazione, pur se talvolta la diamo per scontata, è un miracolo più straordinario del più grande ritrovato scientifico. Il suo simbolo è la Corona.

Permette a milioni di persone che non si sono mai visti di agire insieme in una collaborazione pacifica e reciproca e li rende contenti e orgogliosi di farlo. Non può esserci un servizio più vero per l’umanità di preservare una tale unione”. Così scrisse il celebre storico inglese Sir Arthur Wynne Morgan Bryant, editorialista de «The Illustrated London News», nei giorni che precedevano l’incoronazione della Regina Elisabetta II. Che Dio salvi il Re!
 

Una giovane Elisabetta, prima di una registrazione ufficiale