Pete Davidson, uno sbandato di talento: "Mio padre è morto nelle Torri, da allora ho imparato a far ridere"
Arianna Finos
,
di ARIANNA FINOS
L'attore e comico è il protagonista del film di Judd Apatow che racconta la sua vita
Aggiornato alle 2 minuti di lettura
«Le mie battute sono tra le poche in cui si può ridere delle Torri Gemelle» dice Pete Davidson, 26 anni, nello speciale Pete Davidson: Alive from New York su Netflix. Occhio sgranato, sguardo confuso, sa che è uno dei pochi ad avere questa patente. Aveva 7 anni quando suo padre, pompiere, salì le scale del Marriott World Trade Center poco prima che crollassero. Hanno ritrovato il distintivo. «Sono uno dei fortunati ad avere questo ricordo» ci dice Davidson, che quel numero se l’è tatuato sul braccio sinistro, in un incontro via Zoom. Il trauma gli è costato un disturbo, il morbo di Crohn, ha iniziato usare marijuana che è diventato il tratto distintivo della sua comicità da quando, 16enne piuttosto fatto, fu spinto dagli amici al suo primo stand up in una sala da bowling, un flusso senza filtro di battute, anche volgari, su tutto e tutti a partire da se stesso.
«Le mie battute sono tra le poche in cui si può ridere delle Torri Gemelle» dice Pete Davidson, 26 anni, nello speciale Pete Davidson: Alive from New York su Netflix. Occhio sgranato, sguardo confuso, sa che è uno dei pochi ad avere questa patente. Aveva 7 anni quando suo padre, pompiere, salì le scale del Marriott World Trade Center poco prima che crollassero. Hanno ritrovato il distintivo. «Sono uno dei fortunati ad avere questo ricordo» ci dice Davidson, che quel numero se l’è tatuato sul braccio sinistro, in un incontro via Zoom. Il trauma gli è costato un disturbo, il morbo di Crohn, ha iniziato usare marijuana che è diventato il tratto distintivo della sua comicità da quando, 16enne piuttosto fatto, fu spinto dagli amici al suo primo stand up in una sala da bowling, un flusso senza filtro di battute, anche volgari, su tutto e tutti a partire da se stesso.
'Il re di Staten Island', Pete Davidson nella commedia di Judd Apatow - Il trailer
“Toc toc, chi è? Non tuo padre”, scherza l’amico di Davidson in una delle scene di Il re di Staten Island, la commovente commedia che Judd Apatow ha cucito intorno al comico, star del Saturday Night Live, ora in sala e on demand. Racconta del suo alter ego, 24enne che vive con la madre infermiera a Staten Island, vorrebbe fare il tatuatore ma non ha mano felice, passa le giornate nel sottoscala consumando canne e alcol con gli amici, fa il cameriere in un locale in cui è costretto a tirare di boxe, fa sesso con un’amica, rifiuta ogni responsabilità. Quando la sorella parte per il college e la madre inizia a uscire con un pompiere come suo padre, nel film morto in un incendio, il giovane inizia un percorso di scoperta anche attraverso i colleghi del genitore.
Pete Davidson, 26 anni, in 'Il re di Staten Island', al cinema e on demand; in alto, con Steve Buscemi nel film
«Mentre scrivevamo il film ne ho incontrati molti, quand’ero piccolo mi sembrava che non fosse un lavoro per chi ha famiglia, poi ho capito i loro sacrifici, quanto amano il loro mestiere e quanto lo amasse mio padre. Ora la penso in modo diverso». Nella scena iniziale del film il giovane chiude gli occhi alla guida in uno slancio autodistruttivo, un riferimento a quando Pete confessò, anche sui social, intenti suicidi, allarmando fan e polizia. Sui media c’è stato parecchio per le fidanzate famose, una è Ariana Grande, diventata anche un bersaglio dello show: lei in un’intervista ha dichiarato che era stato un diversivo, lui ha replicato «se lo avessi fatto io, la mia carriera sarebbe finita, immaginate? Ero annoiato e me la scopavo, poi è uscito il nuovo Fortnite...».
Tutto è permesso, tutto vale: «Con i pochi soldi che il governo ci diede per papà, mamma comprò una piscina per me e mia sorella. Un amico disse “sei fortunato”, “sì, sono fortunato ad avere una piscina da riempire di lacrime ogni estate. Sai di essere ricco quando puoi nuotare nel tuo dolore». Su quel dolore Davidson ha costruito un talento. «Questo film ha un valore terapeutico. C’è molto di me, c’è soprattutto come potrebbe essere stata la mia vita se non mi avesse salvato la comicità. Ma c’è anche qualcosa di universale, riguarda chiunque soffra di un disturbo mentale, di una malattia. Credo sia un incoraggiamento ad andare avanti. La sceneggiatura e il set condiviso con Apatow sono stati liberatori. Ho affrontato tutto, ora mi sembra di aver davvero chiuso quel capitolo della vita».