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Lianne La Havas: "La mia nuova vita grazie ai Radiohead"

Dopo cinque anni un nuovo album per l'artista britannica: "Finalmente mi sento me stessa"
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Viene dal sud di Londra, dove è cresciuta e dove ha imparato ad amare la musica, prima attraverso la madre giamaicana e il padre greco, entrambi musicisti, e poi con Paloma Faith, sua amica, che l’ha chiamata a cantare e collaborare con lei. Lianne La Havas è un’artista unica, sia per la sua storia che per il suo stile che l’ha fatta conoscere a livello internazionale. Due album alle spalle, Is your love big enough? del 2012 e Blood del 2015, tanti concerti, tanti successi, poi una lunghissima pausa di cinque anni, nei quali ha cercato e trovato la sua personale strada nella musica che l’ha portata a realizzare il recentissimo Lianne La Havas, con la collaborazione del bravissimo Matt Hales, conosciuto come Aqualung. In un certo senso è questo il suo vero esordio come autrice e interprete di se stessa. È un disco di soul music moderna e raffinata, in cui la trentenne artista offre il meglio della sua creatività musicale e dell…
Viene dal sud di Londra, dove è cresciuta e dove ha imparato ad amare la musica, prima attraverso la madre giamaicana e il padre greco, entrambi musicisti, e poi con Paloma Faith, sua amica, che l’ha chiamata a cantare e collaborare con lei. Lianne La Havas è un’artista unica, sia per la sua storia che per il suo stile che l’ha fatta conoscere a livello internazionale. Due album alle spalle, Is your love big enough? del 2012 e Blood del 2015, tanti concerti, tanti successi, poi una lunghissima pausa di cinque anni, nei quali ha cercato e trovato la sua personale strada nella musica che l’ha portata a realizzare il recentissimo Lianne La Havas, con la collaborazione del bravissimo Matt Hales, conosciuto come Aqualung. In un certo senso è questo il suo vero esordio come autrice e interprete di se stessa. È un disco di soul music moderna e raffinata, in cui la trentenne artista offre il meglio della sua creatività musicale e delle sue doti di cantante. Soul music, r’n’b, ma anche musica giamaicana, ballate e canzoni, elettronica e jazz, musica brasiliana e pop: «È come se fosse il mio vero debutto», conferma, «ci ho messo tutto quello che volevo, è il frutto di tanti pensieri, tante idee che fino ad ora forse non avevo saputo esprimere».

Cantare se stessa in qualche modo la spaventa?
«Forse dovrebbe? No, in realtà no, quello che sto facendo è esattamente quello che volevo fare e essere me stessa non può spaventarmi. Raccontarsi non è facile, è vero, infatti ci ho messo un bel po’ di tempo per riuscirci».

Come ci è arrivata?
«Ci pensavo da tanto, e non riuscivo letteralmente a trovare le parole. Sentivo il bisogno di arrivarci a modo mio, insomma, volevo scavare più profondamente in me stessa di quanto non avessi fatto cantando canzoni scritte da altri. E sentivo che il momento giusto era arrivato».

Il momento di essere un artista completa…
«Sì, forse ora posso definirmi artista, sento che è quello che faccio davvero, con la mia energia, con la mia anima. Mi sento di poter proporre liberamente le mie idee e i miei progetti ».

I cinque anni passati dal precedente album le hanno fatto accumulare le esperienze necessarie per scrivere?
«È così. Per poter raccontare i sentimenti devi averli provati, devi aver vissuto, servono esperienze vere e questo può prendere molto tempo. Ma non esistono scorciatoie…».

Scrivere le ha fatto affrontare anche la musica in maniera diversa? In cinque anni è cambiato anche il mercato, c’erano ancora i cd e oggi è tutto streaming…
«È cambiata la mia prospettiva, il mio rapporto con la musica e perfino il mio modo di ascoltare. Ma alla fine credo di aver lavorato alla vecchia maniera, perché adoro i dischi, gli album che amo li conservo in vinile o cd e scrivendo non ho certo pensato alla rivoluzione digitale in corso. Spero che chi ascolta il mio album lo riconosca per quello che è: più di una semplice collezione di canzoni».

Sono storie legate alla sua vicenda personale.
«È un disco che racconta un ciclo, come quello delle piante, che fioriscono, appassiscono e poi fioriscono nuovamente, è un’esperienza attraverso la quale passiamo tutti nella nostra vita e che io ho vissuto e ho raccontato attraverso le canzoni».

Però c’è anche una cover , “Weird fishes” dei Radiohead…
«In realtà le registrazioni dell’album sono partite proprio da quella canzone. L’abbiamo suonata a Glastonbury lo scorso anno e abbiamo deciso di registrarla in studio. Ma quelle session sono state così belle che ho deciso che l’intero l’album andava fatto nello stesso modo. E così è cominciato tutto».