Guillermo Del Toro: "Non abbiate paura, fuori dallo schermo i mostri siamo noi"
Silvia Bizio
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di SILVIA BIZIO
Il regista premio Oscar parla del film 'Antlers', di cui è produttore, pieno di metafore sul presente
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"Il mio è un po' un lavoro da prestigiatore: basta un trucco e lo spettatore crede a qualsiasi cosa". Di trucchi Guillermo del Toro se ne intende, sullo stupore ha fondato gran parte della propria vita professionale dando vita a storie e creature cinematografiche con cui ha prima sfiorato l'Oscar (nel 2007 nomination per la migliore sceneggiatura originale per Il labirinto del fauno) e poi l'ha conquistato, anzi ne ha vinti due, miglior film e regista per La forma dell'acqua, 2018. Non solo da regista: nella sua attività di produttore ci sono titoli come Non avere paura del buio (2010) e Scary stories to tell in the dark (2019) e adesso Antlers, uscita a febbraio 2021, presentato al Comic-Con di San Diego, appuntamento cult per gli appassionati del cinema di genere ma quest'anno online causa emergenza. Dunque è senza caos di sottofondo né cosplayer in abiti da film che del Toro ci parla di Antlers, regia di Scott Cooper, horror…
"Il mio è un po' un lavoro da prestigiatore: basta un trucco e lo spettatore crede a qualsiasi cosa". Di trucchi Guillermo del Toro se ne intende, sullo stupore ha fondato gran parte della propria vita professionale dando vita a storie e creature cinematografiche con cui ha prima sfiorato l'Oscar (nel 2007 nomination per la migliore sceneggiatura originale per Il labirinto del fauno) e poi l'ha conquistato, anzi ne ha vinti due, miglior film e regista per La forma dell'acqua, 2018. Non solo da regista: nella sua attività di produttore ci sono titoli come Non avere paura del buio (2010) e Scary stories to tell in the dark (2019) e adesso Antlers, uscita a febbraio 2021, presentato al Comic-Con di San Diego, appuntamento cult per gli appassionati del cinema di genere ma quest'anno online causa emergenza. Dunque è senza caos di sottofondo né cosplayer in abiti da film che del Toro ci parla di Antlers, regia di Scott Cooper, horror-mistery dalla short story di Antosca The quiet boy. In una cittadina dell'Oregon una insegnante (Keri Russell) e il fratello sceriffo (Jesse Plemons) si ritrovano coinvolti nelle vicende di uno studente, ragazzino taciturno e enigmatico (Jeremy T. Thomas) con qualche segreto di troppo. Si scopriranno i suoi incontri con una terrificante creatura.
"Il labirinto del fauno", poi "Hellboy", "La forma dell'acqua". I personaggi non umani sono la sua passione.
"Le "creature" sono il punto in cui si incrociano il nostro inconscio, i desideri e le paure. Mi hanno allevato con le fiabe e i racconti del mistero. Per noi messicani gli scheletri e i fantasmi del "Dia de los muertos" sono figure rassicuranti. La letteratura del mio paese è tutta trascendenza e orrore. Questo si rispecchia nella vita quotidiana, pensi alla Lucha Libre, il nostro wrestling "mascherato". Ciò che per altri è terrificante, fa parte delle tradizioni cui sono legato".
C'è anche una tradizione cinematografica di riferimento?
"Sono cresciuto con Il mostro della laguna nera, Frankestein, più avanti Mad Max. Film che continuo a rivedere insieme a Duel e Blade Runner, i primi che mi vengono in mente. Penso anche alla Casa stregata di Disneyland, la mia attrazione preferita, a Hitchcock e Buñuel, che nella mia estetica un po' distorta s'intersecano: per me Marnie o Vertigo sono di Buñuel mentre El è un film di Hitchcock... In media vedo tre film al giorno, il mio immaginario viene tutto da lì".
Del cinema contemporaneo chi o che cosa le piace?
"I Coen. Sono i migliori filmmaker viventi. Sanno raccontare storie e per me rappresentano un mistero: alcune loro cose sono "oltre", hanno purezza, fede e poesia. Sono stato in giuria con loro a Cannes, passavo le giornate a "intervistarli", chiedevo di tutto".
Dietro alle sue storie di mostri c'è sempre un significato. E in "Antlers"?
"Quella del film è una creatura che, nella leggenda locale, più mangia e più è affamata e più si indebolisce. È una metafora dell'insaziabilità contemporanea e di tutto ciò che oggi ci manca. I protagonisti soffrono, con rabbia. Sono spezzati e cercano di tenersi insieme".
Veniamo al mostro.
"È per metà una creatura fisica e per metà in digitale, come ho sempre fatto, com'era il mostro de La forma dell'acqua: i suoi occhi, le palpebre, le micro espressioni facciali erano tutte metà e metà. In Antlers c'è il lavoro di un attore e su quello aggiungiamo il digitale. Cito anche l'ottimo lavoro di Scott Cooper, regista che si distingue per la sua unicità. Avevo apprezzato molto il suo Out of the furnace con Christian Bale e Casey Affleck".
Le è mancato dirigere il film?
"La produzione è simile alla regia. Prepari tutto nei minimi dettagli, poi si parte e si salvi chi può. Come il lancio di una navicella spaziale: tre due uno, e tremi al pensiero che tutto esploda. Con la differenza che quel momento si prolunga per settimane".
Come ha vissuto, e vive, questo periodo?
"In modo positivo. Non facevo che mandare messaggi ad amici e colleghi chiedendo loro "Che cosa stai guardando?". Stare in casa, fermo a guardare film e scambiare opinioni con i colleghi è stato come tornare all'università: ti rimetti a studiare un regista, approfondisci il modo in cui usa gli obiettivi, la composizione, i movimenti di macchina, la tecnologia... Ti fai una nuova cassetta degli attrezzi e in futuro ne farai uso. È come scoprire un nuovo trapano, più potente e silenzioso. Non bisogna aver paura della tecnologia".