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Sul set di Platoon 

Oliver Stone: "I miei primi complicati 40 anni me li ricordo così"

Il regista pubblica per La nave di Teseo la sua autobiografia Cercando la luce in cui racconta la sua vita fino all'Oscar vinto per Platoon
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LOS ANGELES.  "È stato un po' come raccontare le montagne russe dai bassifondi al vertice di Hollywood", dice Oliver Stone, tre volte premio Oscar, come sceneggiatore di Fuga di mezzanotte e come regista di Platoon e Nato il quattro luglio. Sta parlando del suo nuovo libro di memorie Chasing the Light, che sarà pubblicato in Italia il 27 agosto con La Nave di Teseo col titolo Cercando la luce.
Nel libro Stone, 74 anni il 15 settembre, parla della sua infanzia a New York, dei genitori e del loro divorzio, del Vietnam, dell'università a Yale e della passione per regia e sceneggiatura sviluppate poi alla New York University. Le memorie si concludono col giorno dell'Oscar vinto per Platoon, quando Stone aveva 40 anni.

Come mai la decisione di concludere il libro nel 1986?
"Perché volevo analizzare la mia crescita come autore di cinema, e la realizzazione del sogno di diventare regista che avevo dall'età di 23 anni. Ma…
LOS ANGELES.  "È stato un po' come raccontare le montagne russe dai bassifondi al vertice di Hollywood", dice Oliver Stone, tre volte premio Oscar, come sceneggiatore di Fuga di mezzanotte e come regista di Platoon e Nato il quattro luglio. Sta parlando del suo nuovo libro di memorie Chasing the Light, che sarà pubblicato in Italia il 27 agosto con La Nave di Teseo col titolo Cercando la luce.
Nel libro Stone, 74 anni il 15 settembre, parla della sua infanzia a New York, dei genitori e del loro divorzio, del Vietnam, dell'università a Yale e della passione per regia e sceneggiatura sviluppate poi alla New York University. Le memorie si concludono col giorno dell'Oscar vinto per Platoon, quando Stone aveva 40 anni.

Come mai la decisione di concludere il libro nel 1986?
"Perché volevo analizzare la mia crescita come autore di cinema, e la realizzazione del sogno di diventare regista che avevo dall'età di 23 anni. Magari sarà divertente andare oltre con un altro libro di memorie".

Come ha fatto a ricostruire tanti dettagli? Conservava un diario?
"Certo, io sono un maniaco di appunti e libretti. Conservo i miei diari dal 1970, ho sempre scritto fin da ragazzino, anche su incoraggiamento di mio padre, ma la mia vita è stata turbolenta, i miei stessi diari frammentati. È solo dal 1982 che ho cominciato a conservarli in maniera continuativa, tutti i giorni. Ho migliaia di pagine, meno male, perché sarebbe stato difficile ricordare. Quando giro un film riempio quotidianamente libretti di appunti e note".

Oliver Stone con la seconda moglie Elizabeth Burkit Cox con cui ha avuto i figli Sean e Michael Jack 


Quindi ci sarà un seguito?
"Non ci sto pensando. Non volevo dilungarmi troppo con questo libro di memorie, perché so che è dura leggere libri troppo lunghi. Ma anche se non ne scriverò altri credo che questo dica molto di me e dei miei primi 40 anni. È stato molto catartico e di grande soddisfazione per me".

Perché ha sentito l'esigenza di scrivere del rapporto coi suoi genitori?
"L'essere figlio è forse la parte più importante del tragitto esistenziale. Autoanalizzandomi ho scoperto che da giovane ero fondamentalmente diviso fra mamma e papà. Mia madre era una ribelle, uno spirito libero, una che ha fatto tanti sbagli ma che era anche piena di amore e generosa. Mio padre era più conservatore, era per l'establishment, giocava rispettando le regole, anche se ogni tanto le trasgrediva. Papà insomma era legge e ordine mentre mamma era una hippie per bene. Due persone completamente diverse. Ancora non riesco a capire perché, ma la loro è stata una bella storia romantica, anche se finita in divorzio. Una strana dicotomia che forse mi ha formato come cineasta e intellettuale".

Un modo per capire la sua vita sentimentale?
"Succede spesso ai figli di una coppia divorziata, si interrogano sugli errori dei genitori, si chiedono se succederà anche a loro e così via. Io ho divorziato due volte, ho avuto un figlio con la mia seconda moglie, e ho avuto un'altra figlia con la terza moglie, con cui stiamo insieme da più di venti anni, cosa che credo abbia fatto bene a nostra figlia".

Cosa ha imparato nei suoi primi 40 anni di cui ha scritto?
"I rischi da me intrapresi sono forse l'essenza della mia vita: sono andato da solo a 19 anni nella sconosciuta Asia per insegnare a Saigon, poi ci sono tornato a 22 anni come soldato, affrontando rischi enormi che non molti affronterebbero. Poi ho trovato la comodità della vita borghese nel mio primo matrimonio, ma sentivo che il mio sogno moriva, e all'età di 30 anni, dopo la morte di mia nonna, ho capito che non stavo vivendo la vita che volevo. A 39 anni mi sentivo come su una montagna russa, pensavo che la mia carriera a Hollywood fosse morta, e ho rischiato tutto per fare Salvador, compresa la mia salute. Platoon è stata un'altra terribile lotta in cui ogni giorno mi sembrava di rischiare la vita o la salute mentale. Ma sono stati i due film che mi hanno formato come regista e che hanno dato forma a questo libro".

Oliver Stone, James Woods e John Savage sul set di Salvador nel 1985 


Sente ancora quella voglia di fare film come nel passato?
"Sì, la voglia è ancora lì, ma dipende dal soggetto. Ho sentito quella fame quando ho fatto Snowden nel 2016, un film difficile e doloroso, che solo la Germania, la Francia e l'Italia hanno voluto finanziare, perché qui in America, a Hollywood, nessuno voleva, e che credo sia stato uno dei miei migliori film".

Pensa che quello che lei ha raccontato nei suoi film e nel suo documentario "Usa, la storia mai raccontata" spieghi i semi che l'America ha gettato per portare a quello che stiamo vivendo oggi nel mondo?
"La storia è fatta di causa e effetto, e purtroppo non le riconosciamo la giusta importanza. Gli Stati Uniti avrebbero potuto creare un altro corso dopo la Seconda guerra mondiale, non c'era bisogno di creare altri nemici, come l'Unione Sovietica. Ma Truman si è lasciato convincere che se volevamo mandare avanti questo Paese dal punto di vista economico avevamo bisogno di seguire una politica basata sulla paura, dovevamo creare un'economia militare. Poi quando è caduto il regime comunista avremmo potuto demilitarizzarci, ma abbiamo puntato su Iran e Iraq perché avevamo bisogno di un nemico. E purtroppo è dove siamo ora. Abbiamo creato un incubo e costruito un esercito per combattere quell'incubo. Avremmo potuto essere un grande Paese, avremmo potuto avere l'energia necessaria se avessimo usato meglio il nucleare - che è il soggetto del documentario su cui sto lavorando adesso - e avremmo potuto avere una società molto più giusta".