Willem Dafoe: "Che sfida per l’autostima vivere in Italia"
Arianna Finos
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di ARIANNA FINOS
L'attore, da anni residente a Roma, è il protagonista del film Siberia diretto da Abel Ferrara, in uscita in sala il 20 agosto
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"Sono in Puglia, a Otranto, in un posto bellissimo", racconta Willem Dafoe con la voce che sorride. Lo spunto della conversazione con l'attore newyorkese, 65 anni, è l'arrivo nelle sale di Siberia, nuovo film girato con Abel Ferrara, presentato alla scorsa Berlinale e in sala il 20 agosto. È il racconto di un uomo tormentato che gestisce un piccolo locale tra i ghiacci che una sera, con slitta e cani, si mette in viaggio per affrontare se stesso, in un mondo popolato di sogni, ricordi, visioni, alla ricerca della sua natura.
A fine febbraio eravate con il vostro film al Palast di Berlino, sembra un secolo fa.
"È buffo perché a volte il tempo vola, a volte si dilata enormemente. Oggi dopo tutte le esperienze del periodo della quarantena che ho vissuto a Roma e che è stato molto speciale per me, mi sento pronto per ricominciare, anzi non vedo l'ora. Ma, malgrado il tempo passato, Siberia mi sembra un film vicinissimo".
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"Sono in Puglia, a Otranto, in un posto bellissimo", racconta Willem Dafoe con la voce che sorride. Lo spunto della conversazione con l'attore newyorkese, 65 anni, è l'arrivo nelle sale di Siberia, nuovo film girato con Abel Ferrara, presentato alla scorsa Berlinale e in sala il 20 agosto. È il racconto di un uomo tormentato che gestisce un piccolo locale tra i ghiacci che una sera, con slitta e cani, si mette in viaggio per affrontare se stesso, in un mondo popolato di sogni, ricordi, visioni, alla ricerca della sua natura.
A fine febbraio eravate con il vostro film al Palast di Berlino, sembra un secolo fa.
"È buffo perché a volte il tempo vola, a volte si dilata enormemente. Oggi dopo tutte le esperienze del periodo della quarantena che ho vissuto a Roma e che è stato molto speciale per me, mi sento pronto per ricominciare, anzi non vedo l'ora. Ma, malgrado il tempo passato, Siberia mi sembra un film vicinissimo".
Il tema del film è ancora più rilevante oggi, dopo la clausura dovuta all'emergenza.
"È vero. Il mio personaggio si allontana dalla società per scelta, va in un luogo sperduto per capire la sua vita, ma neanche questo basta, il viaggio diventa interiore e credo che somigli molto a ciò che abbiamo sperimentato durante il lockdown, quando le nostre routine sono state stravolte e siamo stati costretti a interrogarci sulla nostra vita. Quesiti di tipo metafisico che nascono quando si è costretti a stare con se stessi, un impulso che il nostro film esplora".
Cosa ha imparato su se stesso?
"Ero a New York a marzo e mia moglie a Roma, ero preoccupato che non potesse venire a trovarmi e mi mancavano gli affetti romani. Quindi in controtendenza e malgrado in molti tentassero di dissuadermi perché allora l'epidemia era più grave in Italia, sono voluto rientrare e sono felice di averlo fatto. Dopo mi sono ritrovato a essere preoccupato invece per quel che succedeva e succede nel mio paese. È difficile ogni giorno leggere non solo della gravità della situazione del Covid ma anche dello smantellamento della democrazia attuato dall'attuale presidente, il momento è difficile anche da questo punto di vista. Conosco anche persone che sono morte, non è facile. Ma d'altra parte, personalmente, il Covid è stato anche un momento di grande riflessione, anche se forzata, in cui ho studiato molto. Ho cercato di trarre il meglio dalla situazione sfavorevole".
Questi anni vissuti in Italia hanno cambiato il suo carattere?
"Penso di sì. Devo dire che non sono qui tanto quanto vorrei perché viaggio molto per lavoro e ho una casa ancora con mia moglie a New York. Ma vivo a Roma ormai da quasi quindici anni anche se non in modo continuativo. Sono venuto davvero come un immigrato, lotto per imparare la lingua, la percezione che qui gli altri hanno di me è diversa. Sono molto attaccato all'Italia perché qui c'è la mia famiglia e gli amici. Comunque sì, stare qui mi cambia anche solo perché mi rende più umile: sono lento a imparare la lingua e quando interagisco con gli altri in italiano a loro arriva una versione di me come fossi un bambino di sei anni e questo ovviamente ti mette in una posizione di umiltà, è una sfida alla tua sicurezza, all'identità consolidata che ti dà autostima, ma mi piace costringermi a mettermi in gioco. Ho messo alla prova il mio italiano doppiando Siberia, esperienza piuttosto difficile, non c'è niente di peggio quando la voce è fuori sincrono rispetto al labiale. Il mio non è un bell'italiano, ma dal momento che il personaggio è uno straniero ci può stare".
Cosa l'ha colpita del comportamento del popolo italiano durante l'emergenza?
"È stato bello vedere, a differenza degli Usa, che le misure di sicurezza sono state prese subito sul serio e in larga parte rispettate".
Una scena di Siberia, il film di Abel Ferrara interpretato da Willem Dafoe
Con Abel Ferrara avete fatto tanti film, siete amici e vicini di casa al quartiere Esquilino.
"È un artista molto profondo che ama lavorare in sinergia. Mi fa collaborare con lui in un modo che pochissimi altri regista fanno, è un processo che facciamo insieme ed è un piacere stimolarci l'uno con l'altro. Mi piace lavorare con registi che hanno bisogno di me, e mi invitano a far parte del processo di realizzazione del film non solo come attore, ma come un collaboratore. In più di Abel mi piace la capacità di fare le cose con pochi mezzi. È sempre un po' caotico, a volte abbiamo problemi a ottenere finanziamenti per le cose che vogliamo fare, ma alla fine ci riusciamo sempre".
Alla Mostra di Venezia ci sarà Sportin' life, girato da Ferrara durante i giorni di Siberia a Berlino.
"Sì, è una sorta di documentario, un ibrido. Abel ha portato una piccola squadra con noi e poi ci ha seguiti a Berlino e poi sono successe tante cose, il Covid iniziava ad affacciarsi ma non era ancora riconosciuta la gravità della minaccia, parte di questa esperienza che abbiamo vissuto è stata incorporata. È una sorta di diario poetico sul mondo che è cambiato. Ma non so se potrò accompagnarlo perché sto per iniziare a girare un nuovo film che era slittato, The northman di Robert Eggers. Anche se ora è tutto più difficile, non so davvero come prevedere cosa accadrà".
Ha fatto film molto diversi, da Platoon a Spider-Man.
"Mi piace moltissimo fare esperienze completamente diverse e non cristallizzarmi mai in una immagine. In questo aiuta molto la mia estrazione teatrale, da 40 anni faccio teatro, con la mia compagnia d'avanguardia, la Olympus, ho viaggiato in luoghi in cui il pubblico neanche sapeva che io ero un attore di cinema. Il teatro ti regala l'energia e la libertà di non avere un'immagine da proteggere".
Un altro potente viaggio spirituale è stato in L'ultima tentazione di Cristo di Scorsese.
"Una delle esperienze più preziose della mia vita, Martin è un maestro, era un progetto fatto per pura passione, con un budget limitato. Martin aveva immaginato così a lungo il film che aveva le idee chiare. Mi ha affidato un ruolo che richiedeva molto, dal punto di vista fisico e mentale, su una figura a cui devi tentare di avvicinarti, immergendoti nei suoi insegnamenti. Ho studiato a lungo la Bibbia. E per di più dovevo vedere Gesù come un uomo... È stata un esperienza forte come attore, ma anche come essere umano".