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Nella foto da sinistra Luan Amelio, Gianni Amelio e Felice Laudadio, direttore del Bif&st 

Gianni Amelio e il figlio Luan: "Finalmente lavoriamo insieme"

Al Bif&st premio per la fotografia di Hammamet che segna il debutto del direttore albanese adottato dal regista dopo averlo conosciuto ai tempi de Lamerica. E del prossimo progetto dice: "Mi metto in gioco molto, racconto qualcosa che mi è vicino"
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BARI - La felicità per Gianni Amelio è venire al Bif&st di Bari ad accompagnare il vincitore del premio Giuseppe Rotunno per la fotografia di Hammamet, suo figlio Luan Amelio Ujkaj. Eccoli qua, sorridenti sotto le mascherine. Gianni Amelio, 75 anni: "È più emozionante di quando ho ricevuto il primo premio qui al festival di Bari, nel lontano 1989 con I ragazzi di via Panisperna, vinsi il premio per la sceneggiatura. Mi ricordo che c’era un altro film che vinse un premio speciale, era Nuovo cinema paradiso. Bari mi ha sempre coccolato, ci torno sempre volentieri. Ho vinto non so quanti premi Monicelli per la regia, l’ultimo con La tenerezza. La ragione di questa mia grande emozione è che con Hammamet io ho toccato un punto della mia vita alto, che temevo sempre di non raggiungere. Il fatto di fare un film da regista con mio figlio direttore della fotografia. Quando ho visto che lo faceva Ermanno Olmi, che fece debuttare il figlio …
BARI - La felicità per Gianni Amelio è venire al Bif&st di Bari ad accompagnare il vincitore del premio Giuseppe Rotunno per la fotografia di Hammamet, suo figlio Luan Amelio Ujkaj. Eccoli qua, sorridenti sotto le mascherine. Gianni Amelio, 75 anni: "È più emozionante di quando ho ricevuto il primo premio qui al festival di Bari, nel lontano 1989 con I ragazzi di via Panisperna, vinsi il premio per la sceneggiatura. Mi ricordo che c’era un altro film che vinse un premio speciale, era Nuovo cinema paradiso. Bari mi ha sempre coccolato, ci torno sempre volentieri. Ho vinto non so quanti premi Monicelli per la regia, l’ultimo con La tenerezza. La ragione di questa mia grande emozione è che con Hammamet io ho toccato un punto della mia vita alto, che temevo sempre di non raggiungere. Il fatto di fare un film da regista con mio figlio direttore della fotografia. Quando ho visto che lo faceva Ermanno Olmi, che fece debuttare il figlio Fabio, provai una invidia buona. All’epoca non ci pensavo che Luan sarebbe arrivato qui. A diciassette anni, sul set de Lamerica, ha fatto di tutto, l’attore – è l’immagine che conclude il film – ha fatto l’assistente, il capogruppo, qualunque cosa tranne l’interprete perché allora non parlava italiano. Due tre anni dopo io l’ho portato sul set di un film perché vedesse quello che era il cinema e scegliesse una strada. Lui ha scelto la fotografia, ne abbiamo discusso, ma lui voleva la fotografia e ha iniziato dal gradino più basso. Adesso avere un premio intitolato a Giuseppe Rotunno col primo film mi emoziona, perché da ragazzo vedevo quei film".
Luan Amelio, 43 anni: "Per me questo premio è una grandissima soddisfazione nei suoi confronti. So di rendere mio padre molto felice, dargli una grande soddisfazione. Durante le ore lavorative è un grande regista, dopo le ore lavorative torniamo in famiglia".

Luan, sentiva la pressione di questo padre che le ha indicato la strada del cinema e le ha affidato un film che era particolarmente importante per lui?
"Ne abbiamo parlato, prima però mi ha messo alla prova con un corto. Poi mi ha detto che ero pronto e la stessa cosa mi ha detto Luca Bigazzi con cui ho fatto una lunga gavetta in questi anni. Spesso negli ultimi anni mi diceva, ora puoi andare per la tua strada".

Sul set di 'Hammamet' 

Gianni, com’è andata sul set?
"Ci siamo confrontati continuamente, lui mi conosce meglio di chiunque altro e io lo conosco bene. Lui sa che io conosco la luce ma non la fotografia. Ho le idee chiare sull’atmosfera che voglio ma non la saprei realizzare. Lui ci arriva subito perché mi conosce più di ogni altro operatore con cui ho lavorato. Nella vita di tutti i giorni da venticinque anni parliamo di cinema, di tutti gli aspetti di un film. Lui sa il tipo di pastosità di immagini che voglio".

Geloso che un altro regista se lo porti via?
"Lui continuerà la sua attività oltre i film che gli offrirò io. Io tra tutti sceglierò sempre lui, per via della nostra sintonia. Ma vorrei che il suo talento fosse utilizzato anche da altri, che si confrontasse con altri registi. È nell’età giusta per poterlo fare".

Luan, cosa ricorda del primo set, 'Lamerica'?
"La grandezza di vedere le cose, il primo film, la troupe, i grandi mezzi. Per noi era una cosa enorme. A partire dai Tir che in Albania allora non si vedevano, si usavano macchine piccole. Quando c'era il campo base per noi vedere i proiettori accesi era assistere a qualcosa di grande, la notte che diventava giorno, i movimenti, le organizzazioni, le comparse, il senso che non capivamo di ripetere le scene. Io ero solo un ragazzo, un bravo ragazzo. Mai avrei immaginato di essere qui oggi".

Gianni, prima dell’uscita lei raccontava che Hammamet  era atteso al varco per motivi non solo legati alla qualità artistica. Oggi che il film ha avuto il suo viaggio, è andata come si aspettava?
"Io le reazioni me le aspettavo tutte, una a una. Ho potuto indicare prima dell’uscita del film le persone alle quali non sarebbe piaciuto. Perché non si trattava di un fatto estetico, ma di un pregiudizio sul nome Craxi, che adesso si può pronunciare, prima no. Mi piace pensare di aver contribuito con il film a far sì che in questi mesi, sui titoli dei giornali, sia tornato il suo nome. Che per anni non ho visto scritto. Credo di aver rotto un tabù, ma senza l’intenzione di farlo. Io ho raccontato la storia di un potente che per orgoglio e arroganza muore. Paga con la vita tutto. Dopo forse ho capito che Craxi mi era entrato dentro. Facendo il film ho imparato a studiarlo, a capirlo, non a giustificarlo. Cosa che andava fatta, non solo da un cineasta".

È un capitolo chiuso, è pronto a un nuovo progetto?
"Come per tanti del nostro mestiere la pandemia ha bloccato il film che avrei dovuto girare a maggio. Lo girerò ad aprile del prossimo anno. È un film a cui tengo enormemente, un grande argomento, che faccio con una carica passionale. Spero che vada molto più avanti di La tenerezza e Hammamet, mi metto in gioco molto, racconto qualcosa che mi è molto vicino. E chiamerò come direttore Luan, se sarà libero".

Come avete vissuto voi due congiunti il lockdown?
Luan: "Sono rientrato a Roma da Milano l'otto marzo. Mi sono chiuso in un appartamentino dove ho fatto la quarantena".
Gianni: "Io e la moglie lo guardavamo dal portone a vetri, la moglie gli portava cose da mangiare davanti alla porta. Io per quattro mesi non ho visto le sue figlie, lui le ha viste dopo la quarantena".
Luan: "Prima quindici giorni, allungati a diciotto. Non potevo rischiare".

Alcuni artisti hanno avuto il blocco, altri sono stati stimolati dalla clausura. Lei Gianni come l’ha vissuta?
Gianni: "Le dico una cosa che ho detto a Luan forse vent’anni fa. Ricordiamoci che esiste la miniera. E c’è gente che si cala sottoterra e lavora dieci ore. L’unica cosa che mi spaventa del virus è che io possa trasmetterlo. Sento una responsabilità terribile. I dati di oggi fanno spavento, mi rattrista che ci siano persone, anche tra i politici, che mettono in discussione la protezione, dicendo che è una mancanza di libertà: ma quella di infettare un altro? Per questo dico che passare la pandemia in un appartamento fornito di libri, dvd, aria condizionata, cibo portato da volontari, è una cosa che si può sopportare, con la speranza di essere in grado di tornare a una vita normale".