Mezzo secolo di 'American Pie'. Don McLean: "Diventò un inno ma era nata per caso"
Silvia Bizio
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di SILVIA BIZIO
Intervista all'autore di uno dei brani più celebri della tradizione americana, tra le molte cover anche quella di Madonna. "E pensare che è solo rime e sillabe giuste..."
Aggiornato alle 2 minuti di lettura
Bye bye, Miss American Pie. Sono passati cinquant'anni da quando quella canzone di Don McLean, American Pie, divenne una sorta di inno degli eventi degli anni 50 e 60 in America. Una canzone di otto minuti e mezzo, lunghissima, molto semplice, pochi accordi, sei lunghe strofe e relativo ritornello. Una canzone che ancora risuona dentro di noi, e transgenerazionale. E molti si chiedono ancora: ma è un inno alla controcultura o un omaggio alla tradizione americana, di cui la torta del titolo è simbolo e testimone? Don McLean ancora adesso, a 74 anni, si diverte a confonderci, schiva e divaga. Lo abbiamo intervistato in video per il cinquantesimo anniversario del brano e per parlare del documentario The Day the Music Died: The Story Behind Don McLean’s American Pie, che uscirà alla fine del 2021. Sulle canzoni dell'autore faranno perno anche un'opera teatrale e un libro per bambini. “Cercavo un’idea grande per scrivere una canzone grande…
Bye bye, Miss American Pie. Sono passati cinquant'anni da quando quella canzone di Don McLean, American Pie, divenne una sorta di inno degli eventi degli anni 50 e 60 in America. Una canzone di otto minuti e mezzo, lunghissima, molto semplice, pochi accordi, sei lunghe strofe e relativo ritornello. Una canzone che ancora risuona dentro di noi, e transgenerazionale. E molti si chiedono ancora: ma è un inno alla controcultura o un omaggio alla tradizione americana, di cui la torta del titolo è simbolo e testimone? Don McLean ancora adesso, a 74 anni, si diverte a confonderci, schiva e divaga. Lo abbiamo intervistato in video per il cinquantesimo anniversario del brano e per parlare del documentario The Day the Music Died: The Story Behind Don McLean’s American Pie, che uscirà alla fine del 2021. Sulle canzoni dell'autore faranno perno anche un'opera teatrale e un libro per bambini. “Cercavo un’idea grande per scrivere una canzone grande su questo grande paese, l'America" ricorda adesso McLean, “e non volevo scrivere This Land is Your Land di Woody Guthrie o America the Beautiful o cose così. La volevo più semplice, orecchiabile, facile da cantare e suonare alla chitarra. Allora ho avuto l'idea di mescolare politica e musica e lasciarle influenzarsi a vicenda e proseguire in parallelo".
Avrebbe mai immaginato che “American Pie” suonasse ancora 50 anni dopo?
"Non credevo che io stesso sarei stato ancora vivo un anno dopo quella canzone. Avevo fatto molti soldi, ero molto giovane, avevo comprato una casa molto carina, era una festa continua. Ricordo poco di quel periodo...".
Da cosa ha tratto maggior ispirazione?
"Ho sempre adorato Buddy Holly e ascoltavo Ritchie Valens, Buddy Texas e le canzoni messicane come Heartbeat, ma non si parlava molto di Buddy negli anni 60, e nel 1969 scrivevo canzoni per un altro album chiamato Tapestry e cantavo nel registratore. A un certo punto mi misi a ridere perché un momento di quella canzone mi ricordava la passione di Buddy per le auto, e di Ritchie Valens, e la Chevi era un simbolo allora, e feceva rima con "levi", e suonava bene. Come vede non sono un gran poeta, solo rime e sillabe giuste. E qualche idea, certo".
Don McLean ai tempi del successo di 'American Pie'. In alto, durante un concerto a Berlino nel 2018
Le è piaciuta la versione di Madonna?
"Oh, quella sì che è una donna-partito politico. Fa tutto lei. Una forza della natura e un'opinione dietro l'altra. Comunque sì, mi è piaciuta molto la sua versione. Garth Brooks ancora canta American Pie in ogni suo concerto. Madonna l'ha scelta come canzone del millennio, ne sono onorato".
Chi la ispira oggi, musicalmente?
"Forse qualche canzone di Bob Dylan. Ma anche la musica italiana. Sono andato in Italia per la prima volta l'anno scorso, e per me è stata un'epsrienza tardiva ma molto forte. Sono cambiato in questo ultimo anno. Sono un Bucci, mia madre si chiamava Bucci di cognome, un cognome molto comune da voi in Italia, no paisana?".
Lei ha detto di non voler appoggiare nessun candidato per le prossime presidenziali. Perché?
"Il voto me lo tengo per me, in privato. Sono fatti miei. Credo che Donald Trump sia un cafone, come dubitarne. E' un barbaro e forse la persona più sfacciatamente fortunata del pianeta. D'altra parte Joe Biden è un po' rincoglionito. Cercano di coprirlo ma sono entrambi una brutta scelta, a mia opinione. Cioè Trump è quello che è, e Kamala Harris è una radicale e Biden farà quello che dice lei. A me i radicali non piacciono, odio i dogmatismi. Insomma troppo di destra uno e troppo di sinistra l'altro. Preferisco starmi zitto per adesso. Vedremo a novembre. Nel frattempo continuo a strimpellare, e non vedo l'ora che il Covid finisca così riprendo a fare tournée. Londra mi aspetta".