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Redi Hasa: "Rubare un violoncello mi ha dato la libertà"

Intervista al musicista fuggito dall'Albania. 'The stolen cello' è il suo primo album solista, dopo importanti collaborazioni con i grandi della musica
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Fuggì dall’Albania tenendosi stretto il suo oggetto più irrinunciabile e prezioso: un violoncello rubato. La storia di Redi Hasa potrebbe definirsi una parabola su “Il violoncello rubato”, sigla che pare il titolo di un film o di un romanzo. Perciò lui ha voluto chiamare The stolen cello il suo primo album da solista, edito dalla Decca (esce il 4 settembre) e formato da brani interamente composti ed eseguiti da questo estroso violoncellista albanese, che rappresenta un esempio riuscito e originale di esploratore dei confini tra musica classica e leggera.
«The stolen cello è il mio autoritratto», spiega parlando da Lecce, dove abita da ventidue anni, «il disco racconta la luce e i suoni del mio Paese, i suoi paesaggi, la casa in cui trascorsi l’infanzia». Considera l’album «un diario intimo e profondo, creato per tornare idealmente alla mia terra e ai miei ricordi: le mie strade, i miei amici, le pa…
Fuggì dall’Albania tenendosi stretto il suo oggetto più irrinunciabile e prezioso: un violoncello rubato. La storia di Redi Hasa potrebbe definirsi una parabola su “Il violoncello rubato”, sigla che pare il titolo di un film o di un romanzo. Perciò lui ha voluto chiamare The stolen cello il suo primo album da solista, edito dalla Decca (esce il 4 settembre) e formato da brani interamente composti ed eseguiti da questo estroso violoncellista albanese, che rappresenta un esempio riuscito e originale di esploratore dei confini tra musica classica e leggera.
«The stolen cello è il mio autoritratto», spiega parlando da Lecce, dove abita da ventidue anni, «il disco racconta la luce e i suoni del mio Paese, i suoi paesaggi, la casa in cui trascorsi l’infanzia». Considera l’album «un diario intimo e profondo, creato per tornare idealmente alla mia terra e ai miei ricordi: le mie strade, i miei amici, le partite di calcio prive di un vero pallone… Non avendo i soldi per comprarne uno, costruivamo una tonda matassa coi nostri calzini». C’è anche altro, nel disco: «La mia nuova vita a Lecce, le mie ricerche sulla Taranta e il mio amore per Bach, maestro spirituale di ogni violoncellista».

Ciascuno dei dodici pezzi di The stolen cello riflette contaminazioni e memorie, scavando nelle potenzialità espressive dello strumento. Dajti Mountain è un volo nostalgico e immaginifico nella visione del monte che sorge di fronte a Tirana, mentre Cherry flowers oscilla tra suoni orientaleggianti e asimmetrie sperimentali, ritmate da piccoli colpi percussivi sulla superficie lignea dello strumento. Wave ha una morbida densità e l’andamento evocativo di certe trame bachiane. Autumn Escape richiama le spirali reiterate e magnetiche di Ludovico Einaudi, musicista con cui Redi collabora molto, e The prayer of the moon ha la magia di una poetica meditazione notturna. L’autore-esecutore, nato a Tirana nel 1977, ha realizzato l’impresa senza l’aiuto di nessuno: è lui a suonare i vari violoncelli, registrati e intrecciati in un unico tessuto con effetto polifonico.



Redi Hasa: a chi ha rubato il violoncello?
«Quando studiavo al Conservatorio di Tirana, l’Albania cadde nella guerra civile, che provocò violenze e miseria. L’aria era irrespirabile, tutti avevano paura di uscire e io smisi di andare a scuola. Studiavo a casa col violoncello prestatomi dal Conservatorio. Mio fratello, a quell’epoca già in Italia, mi spinse a raggiungerlo. Partii portando con me lo strumento, e di fatto rubandolo al Conservatorio. Dopo un po’ di tempo lo avrei restituito… per poi ricomprarlo! Rozzo, di fattura rumena, resta per me un emblema di libertà e speranza. In Albania non avevo neanche la sua custodia, e mio padre cucì una sacca per proteggerlo. Ora possiedo un altro violoncello stupendo, settecentesco, costatomi come un appartamento. Ma quello rubato non lo abbandono: è parte di me».

Fu difficile lasciare l’Albania?
«Molto. I miei genitori sacrificarono tutti i loro risparmi per farmi ottenere un visto, e la pratica fu spaventosamente laboriosa. Sbarcai a Bari nel ’98 e fui ammesso al Conservatorio di Lecce, dove ho terminato gli studi. Poi la mia carriera ha preso il via. Ora anche i miei vivono in Puglia, e la prima persona a cui faccio ascoltare la musica che compongo è mia madre, ottima violoncellista. Sono cresciuto in una famiglia musicale: mio padre era ballerino all’Opera di Tirana, mio fratello è un pianista».

Cosa cerca nella musica?
«Un suono personale ottenuto grazie al violoncello, che nel timbro si avvicina in modo entusiasmante e commovente alla voce umana. Mi piace sperimentare generi diversi, dall’elettronica al rock, dal jazz al minimal e alla balcanica, evadendo dai limiti della classica, che resta comunque un riferimento forte. È bello stabilire nessi fra Bach e la musica arcaica e polifonica albanese, navigare fra i repertori delle due sponde adriatiche ed edificare ponti fra i Balcani e il sud d’Italia».

Lei lavora spesso con altri musicisti. Quali sono le sue collaborazioni più significative?
«È stato nutriente il mio rapporto con la tradizione del Salento e della Taranta, e hanno arricchito la mia esperienza intese con artisti e gruppi come la Kocani Orkestar, Boban Markovic, Ambrogio Sparagna, Bobby McFerrin, Paolo Fresu, Goran Bregovic, Giovanni Sollima... Nel 2017 ho partecipato al disco Carry Fire di Robert Plant, voce dei Led Zeppelin, e dal 2012 suono con Ludovico Einaudi, incidendo album e viaggiando in tournée. Col progetto di Einaudi Seven Days Walking siamo stati nelle migliori sale del mondo, e solo l’emergenza sanitaria ha interrotto il nostro giro del pianeta. Ma riprenderemo!».