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'I messaggeri' di Emma Dante, una meditazione che incanta

La recensione / Abbiamo visto il nuovo spettacolo dell'autrice proposto al Festival di Spoleto
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Emma Dante chiama "teatro convalescente" l’ideazione, il senso e la realizzazione del suo ultimissimo spettacolo, I messaggeri, proposto al Teatro Romano di Spoleto per il 63mo Festival dei Due Mondi, tredicesimo e conclusivo programma architettato da Giorgio Ferrara. Le potremmo obiettare, con estrema e riconfermata stima, che la sua scrittura scenica inerente a postumi di un contagio, di un’epidemia, ha qui a che fare, in termini iconografici, con l’ouverture del lavoro che ambienta l’avvio in un ospedale con sedie a rotelle, infermi dotati di fasciature, paraventi e camici.

Un guardaroba destinato presto a scoprire un omaggio multicromatico al fantasismo più surreale, che a sua volta - ecco dove inizia la passione, la sostanza evocativa, lo scavo drammatico del teatro di Emma Dante - cede spazio al compianto dei morti, allorché uno dei Fratelli Mancuso, suggestiva colonna portante sonora e canora dell’impresa, ingiunge appunto …
Emma Dante chiama "teatro convalescente" l’ideazione, il senso e la realizzazione del suo ultimissimo spettacolo, I messaggeri, proposto al Teatro Romano di Spoleto per il 63mo Festival dei Due Mondi, tredicesimo e conclusivo programma architettato da Giorgio Ferrara. Le potremmo obiettare, con estrema e riconfermata stima, che la sua scrittura scenica inerente a postumi di un contagio, di un’epidemia, ha qui a che fare, in termini iconografici, con l’ouverture del lavoro che ambienta l’avvio in un ospedale con sedie a rotelle, infermi dotati di fasciature, paraventi e camici.

Un guardaroba destinato presto a scoprire un omaggio multicromatico al fantasismo più surreale, che a sua volta - ecco dove inizia la passione, la sostanza evocativa, lo scavo drammatico del teatro di Emma Dante - cede spazio al compianto dei morti, allorché uno dei Fratelli Mancuso, suggestiva colonna portante sonora e canora dell’impresa, ingiunge appunto di rispettare chi non c’è. Ed eccoci giunti alla dimensione autorialmente più cara a questa teatrante, il chiamare in causa i defunti, i rapporti segreti con un lutto, trovandone una narrazione, una raffigurazione, un’intensità a metà strada tra malinconia, angoscia e orrore. E il contrappasso civile alla pandemia Emma Dante lo trova nei notiziari che quattro messaggeri di altrettante tragedie di Euripide e Sofocle forniscono di stragi, di accanimenti crudeli.

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Le strutture di questa quadrilogia composta come sequenze di una rappresentazione a Charenton nel Marat/Sade di Peter Weiss, rispetta diverse sintassi, differenti modelli cinetici, e per la morte bestiale e da mattatoio di Penteo nelle Baccanti il resoconto (protagoniste Naike Anna Silipo e Sabrina Vicari) include una plasticità scultorea, un velo nero che secerne piedi e mani mozzate, con la testa del nemico di Dioniso in cima al manto circolare che diverrà mantello. Il messaggero che riferirà della morte inferta dagli abiti avvelenati offerti da Medea ha la cadenza siciliana di Sandro Maria Campagna (cui fa da controparte vestita da sposa Elena Borgogni). A dirci dell’autoaccecamento di Edipo Re è un Adriano Di Carlo che mette a segno un trepido linguaggio romano-pasoliniano. E a dar conto della pazzia schiumante e puericida di Eracle che uccide i propri figli è Elena Borgogni in un epilogo multidisciplinare, indisciplinato.

La bellezza profonda da movimento concertistico di questi Messaggeri trova riferimenti emmadanteschi nel coro di donnine nere e curve, in gimnopedie di donne munite di lunghe braccia, in costumi mondani neri, in un ininterrotto moto di portatori e processionisti del dolore, in uno spazio definito per rituali cordogli e sfoghi da Carmine Maringola. Ma oltre all’indiscussa bravura espressiva e fisiognomica di tutti gli interpreti, la malìa sussultoria e alterna di questa incantatoria meditazione sulle perdite umane remote e di sempre ha i tempi segnati dagli strumenti antichi e dalle voci salmodianti e "a ballata" dei magnifici Enzo e Vincenzo Mancuso.

Ancora una volta Emma Dante fonde assieme un’alchimia di angustia e lusinga, e ci racconta attraverso gli abissi del parlato, o il grammelot di un “Deus Meus, Deus Meus”, l’infelicità e la necessità del voltarsi indietro, vedendo vivere i defunti.