Judith Davis: "Chiedete alla donne 'Cosa resta della rivoluzione'"
di ANTONELLA MATRANGA
L'attrice francese è regista e protagonista della commedia appena uscita in sala. "Quello del Sessantotto è un totem che ha condizionato la nostra generazione"
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«Essere arrabbiati è il presupposto di ogni cambiamento o rivoluzione». Lo afferma con piglio da combattente Judith Davis (38 anni) in collegamento da Parigi. Viso d’angelo, rossetto rosso su labbra carnose, l’attrice e regista francese (Il week-end, I miei giorni più belli) ci racconta il personaggio di Angele, una ragazza cresciuta in una famiglia di ex sessantottini, delusa dalla società e arrabbiata con il mondo per essere nata “troppo tardi”, protagonista di Cosa resta della rivoluzione appena uscito al cinema, di cui è autrice, interprete e regista.
«La storia deriva dallo spettacolo realizzato con il collettivo teatrale L'Avantage du Doubt (Il vantaggio del dubbio) nato insieme a Claire Dumas, Nadir Legrand, Simon Bakhouche e Mélanie Bestel, che sono con me anche nel film – spiega Davis – desideravo confrontarmi con l’ingombrante totem rappresentato dal 68, che ha condizionato la…
«Essere arrabbiati è il presupposto di ogni cambiamento o rivoluzione». Lo afferma con piglio da combattente Judith Davis (38 anni) in collegamento da Parigi. Viso d’angelo, rossetto rosso su labbra carnose, l’attrice e regista francese (Il week-end, I miei giorni più belli) ci racconta il personaggio di Angele, una ragazza cresciuta in una famiglia di ex sessantottini, delusa dalla società e arrabbiata con il mondo per essere nata “troppo tardi”, protagonista di Cosa resta della rivoluzione appena uscito al cinema, di cui è autrice, interprete e regista.
«La storia deriva dallo spettacolo realizzato con il collettivo teatrale L'Avantage du Doubt (Il vantaggio del dubbio) nato insieme a Claire Dumas, Nadir Legrand, Simon Bakhouche e Mélanie Bestel, che sono con me anche nel film – spiega Davis – desideravo confrontarmi con l’ingombrante totem rappresentato dal 68, che ha condizionato la nostra generazione non solo culturalmente ma anche a livello economico e politico.»
Quanto c’è della sua rabbia in Angele?
«Anch’io sono arrabbiata nel vedere le lungaggini burocratiche, le ingiustizie sociali, l’alienazione di un lavoro sempre meno gratificante. E tutto questo perpetrato proprio da chi quella rivoluzione l’ha fatta e poi tradita».
L'attrice e regista francese Judith Davis; in alto, una scena di 'Quel che resta della rivoluzione'
Politica ma anche romanticismo.
«È una commedia che ha in sé tutti i colori della vita: drammatica, divertente, romantica, impegnata. Personalmente sono più intelligente e reattiva quando sono innamorata: senza passione non si può cambiare il mondo».
Ma il suo personaggio vede l’amore come una distrazione.
«Questo perché Angele non vive bene con sé stessa. Evita l’intimità. In più si trascura perché odia quei criteri di bellezza che vogliono la donna perfetta, ben truccata… anch’io sono un po’ così».
E’ stato difficile realizzare questo primo lungometraggio?
«Sì, è stato complicato. Per il tema, per il fatto che sono donna, giovane, alla prima esperienza, e vengo dal teatro. Avevo tutto a mio svantaggio, ma non mi sono fatta abbattere e dopo del tempo, ho incontrato i produttori, Marine Arrighi e Patrick Sobelmain che hanno creduto in questa storia e voilà».
C’è ancora tanto da fare per le donne nel cinema?
«Oggi riusciamo a realizzare progetti che solo qualche anno fa erano impossibili. Ma credo che il cinema possa fare di più. Arricchendo la società con un dibattitto ricco, che insegni alle nuove generazioni a guardare al femminile in modo differente, con rispetto e uguaglianza contro ogni discriminazione di genere».