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Ray Charles, il ragazzo di campagna che inventò il soul

Si considerava una persona come tante. Ma chi ne conosce vita e carriera, sa che non è esattamente così. È stato il primo a fondere gospel e rhythm'n'blues, è stato tra i padri del rock'n'roll, tra gli "inventori" della soul music, ha predicato la lingua del country e quella del pop, ha dimostrato che l'arte dell'interpretazione è una delle più difficili e personali del mondo (ascoltate la sua versione sanremese di Gli amori di Toto Cutugno, per esempio). All'artista americano scomparso nel 2004 Repubblica dedica una playlist su Apple Music di 18 brani intitolata semplicemente Brother Ray, proprio come sarebbe piaciuto a lui
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“Prima di cominciare, fatemi dire subito che sono un ragazzo di campagna. E guardate che per campagna intendo uno di quei posti verdi alberati lontani da tutto!”. Un ragazzo di campagna. Come se lui, il grande "fratello Ray", l'uomo che ha scritto e cantato alcune delle più belle pagine della storia della musica popolare del secolo appena trascorso, che era in grado di commuovere fino alle lacrime il proprio pubblico, o di travolgerlo nell'estasi del ritmo e della passione, fosse davvero una persona come tante. Eppure inizia così Brother Ray, l'autobiografia che Ray Charles scrisse alla fine degli anni Settanta con l'aiuto di David Ritz. Charles racconta una vita che, per quanto “The Genius” si sforzi di ridurre tutto alla semplicità dell'esistenza, non è stata davvero la vita di un qualsiasi “ragazzo di campagna”, piuttosto la straordinaria avventura di un uomo che, al di là di m…
“Prima di cominciare, fatemi dire subito che sono un ragazzo di campagna. E guardate che per campagna intendo uno di quei posti verdi alberati lontani da tutto!”. Un ragazzo di campagna. Come se lui, il grande "fratello Ray", l'uomo che ha scritto e cantato alcune delle più belle pagine della storia della musica popolare del secolo appena trascorso, che era in grado di commuovere fino alle lacrime il proprio pubblico, o di travolgerlo nell'estasi del ritmo e della passione, fosse davvero una persona come tante. Eppure inizia così Brother Ray, l'autobiografia che Ray Charles scrisse alla fine degli anni Settanta con l'aiuto di David Ritz. Charles racconta una vita che, per quanto “The Genius” si sforzi di ridurre tutto alla semplicità dell'esistenza, non è stata davvero la vita di un qualsiasi “ragazzo di campagna”, piuttosto la straordinaria avventura di un uomo che, al di là di molte disgrazie, ha avuto la fortuna di possedere un talento unico: saper comunicare con il mondo attraverso la musica. Se non ci credete provate ad ascoltare la playlist, intitolata Brother Ray, che Repubblica vi propone su Apple Music per offrire un piccolo ritratto del grande Ray, mettendo insieme diciotto brani, un’ora di musica, che può ben servire come introduzione alla sua grande, straordinaria, complessa, ricca, affascinante storia musicale. 

C’è anche una storia “privata”, al di là e al di fuori delle canzoni, fatta di matrimoni falliti, della drammatica esperienza della droga, di errori artistici e manageriali, di clamorosi sbagli nel campo affettivo, ai quali vanno aggiunti l'egocentrismo, l'infedeltà, l'amore per il denaro. Ma tutto questo non regge il confronto con i pregi, con il suo eccezionale cammino, quello di un musicista che ha contribuito in maniera determinante a definire la musica popolare moderna. È stato il primo a fondere gospel e rhythm'n'blues, è stato tra i padri del rock'n'roll, è stato tra gli "inventori" della soul music, ha predicato la lingua del country e quella del pop, ha dimostrato che l'arte dell'interpretazione è una delle più difficili e personali del mondo. E ha dimostrato che la soul music non era necessariamente un genere ma un "modo" di interpretare la musica e la vita, una vera e propria predisposizione dagli esiti teoricamente illimitati.

Chi lo ha visto suonare e cantare dal vivo almeno una volta ha avuto modo di comprendere che per Ray Charles quello della musica non era un mestiere ma, come diceva lui, "l'essenza": se era sul palco di Sanremo a cantare Good Love Gone Bad, ovvero la versione inglese di Gli amori di Toto Cutugno, come è accaduto davvero nel 1990, era in grado di prendere quella melodia e donargli l'anima, trasformandola profondamente, facendola diventare un gioiello; se era assieme a qualche giovane rampollo della black music era capace di dare lezioni di stile, muovendo le mani sul pianoforte con la sicurezza di chi conosce non tanto la musica quanto la vita. Una vita che avrebbe schiacciato in terra molti, e che invece Ray Charles ha affrontato sempre a testa alta, rialzandosi dopo ogni caduta, salendo sempre un gradino più in sù, senza mai fermarsi, nemmeno negli ultimi anni, quando la vecchiaia aveva tolto smalto e superbia al ragazzino d'un tempo, ma non aveva spento la passione per la musica. 

Provate ad ascoltare uno dei suoi concerti, anzi, provate a rivivere un momento storico, quello del primo concerto europeo di Ray Charles, ad Antibes, nel 1961 (Ray Charles live in France 1961, su YouTube) in un bellissimo filmato diretto da Jean Christophe Averty: ci sono lui e l’orchestra, Charles ha 31 anni, ha già raccolto grandissimi successi in America, ha energia, originalità, passione ed è letteralmente travolgente. E poi, con un salto in avanti nel tempo, andate a vedere il concerto di venti anni dopo (Ray Charles – Full Concert – 1981, sempre su YouTube), per vedere come la voce sia cambiata ma anche cresciuta, e come le doti di showman e quelle di interprete siano nel tempo diventate una cosa sola con la sua creatività. 

Se volete ripercorrere la sua storia vale la pena fare due cose: vedere un documentario come The genius of soul (lo trovate come Ray Charles Documentary su YouTube), ricco di testimonianze, di brani live, di pezzi di storia, quella dell’America degli anni Cinquanta e Sessanta in particolare. E poi è impossibile, davvero, non vedere Ray, film diretto da Taylor Hackford e interpretato da uno straordinario Jamie Foxx, piccolo grande capolavoro nel campo dei biopic e soprattutto in quello dei film musicali, soprattutto per merito del protagonista, che veste alla perfezione i panni di “Brother Ray”.