Pappano - Morricone: "Maestro, le affidiamo gli spartiti di papà"
Gregorio Moppi
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di GREGORIO MOPPI
La famiglia del compositore concede le partiture delle musiche per il cinema
Aggiornato alle 3 minuti di lettura
Escono per la prima volta sole, da casa loro, le partiture di Ennio Morricone per il cinema. Tranne l’autore, che ne era gelosissimo, nessun altro finora le ha mai maneggiate. Perlomeno fino a pochi giorni fa, quando alcune, con l’assenso della famiglia del Maestro, sono planate sul leggìo di Antonio Pappano, il primo direttore d’orchestra a poterle vedere, sfogliare, studiare. Giovedì le eseguirà al Parco della musica di Roma con coro e orchestra dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia. Sono quelle per i film di Sergio Leone e Giuseppe Tornatore, per pellicole di Petri, Pontecorvo, De Palma, Faenza. Occasione per ricordare il compositore a due mesi dalla scomparsa. Opportunità unica d’ascoltare queste colonne sonore come Morricone stesso le aveva riviste e limate proprio per portarle in concerto.
«Papà cominciò a dirigerle negli anni Ottanta in ogni parte del mondo. Fino al 2019, ultima sua data sul podi…
Escono per la prima volta sole, da casa loro, le partiture di Ennio Morricone per il cinema. Tranne l’autore, che ne era gelosissimo, nessun altro finora le ha mai maneggiate. Perlomeno fino a pochi giorni fa, quando alcune, con l’assenso della famiglia del Maestro, sono planate sul leggìo di Antonio Pappano, il primo direttore d’orchestra a poterle vedere, sfogliare, studiare. Giovedì le eseguirà al Parco della musica di Roma con coro e orchestra dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia. Sono quelle per i film di Sergio Leone e Giuseppe Tornatore, per pellicole di Petri, Pontecorvo, De Palma, Faenza. Occasione per ricordare il compositore a due mesi dalla scomparsa. Opportunità unica d’ascoltare queste colonne sonore come Morricone stesso le aveva riviste e limate proprio per portarle in concerto.
«Papà cominciò a dirigerle negli anni Ottanta in ogni parte del mondo. Fino al 2019, ultima sua data sul podio, a Lucca», ricorda il figlio primogenito Marco che, pur senza fare il musicista, del lascito paterno è custode devoto. «Quanti palazzetti dello sport strapieni. Sempre e soltanto con le sue note, nient’altro: lui che direttore non era, solo a quelle sentiva di potersi avvicinare senza tradirle, dato che le aveva generate. E più venivano suonate, più si accorgeva di quanto avessero un’esistenza indipendente rispetto alle immagini». Eppure, commenta Pappano durante questo dialogo a due voci, «in pagine dall’impulso narrativo tanto prorompente, un direttore d’opera come me non può non scorgere la miriade di storie evocate dal canto dei violini e dalla ritmica puntuta delle percussioni: il deserto, New York, le vendette, l’amore, la nostalgia del passato».
Ennio Morricone in concerto. IN alto, il compsitore con il maestro Antonio Pappano
Ma qual è la particolarità di queste versioni rispetto a quelle finora ascoltate anche senza il compositore sul podio?
Marco Morricone: «Queste sole appartengono a papà, al suo rigore artistico, in ogni singolo aspetto. Le altre sono arrangiamenti non approvati, difformi della sua volontà».
Come componeva suo padre?
«Sempre a penna, perché sapeva che non sarebbero servite correzioni. D’abitudine scriveva su un grande tavolo da lavoro: disordinatissimo per un occhio estraneo, lui ci trovava le cose a colpo sicuro. Ma se un motivo gli nasceva in testa d’improvviso, capace se l’appuntasse di notte su un foglietto qualsiasi, a letto, senza accendere la luce. Invece non andava d’accordo con il pc, così di trascrivervi e stampare le musiche si occupavano collaboratori che gli sono stati accanto per mezzo secolo».
Maestro Pappano, lei Morricone l’ha frequentato, vero?
«Abbiamo pure registrato una trasmissione per la Bbc tra le scenografie storiche di Cinecittà, conversando di Puccini che lui conosceva a menadito. Un’altra volta ci siamo trovati insieme al Quirinale per ricevere una onorificenza. Però allora mi sembrò sottotono rispetto a quando stavamo a tu per tu».
Morricone: «In situazioni del genere il suo ossequio per le istituzioni lo rivestiva di un aspetto austero. Lo stesso che mostrava sempre a noi figli. Comunque quando con qualcuno rompeva il ghiaccio, diventava estroverso».
Una fisionomia doppia rintracciabile perfino nella sua attività compositiva: da una parte il cinema, dall’altra i lavori sperimentali.
Morricone: «Tra questi, che gli erano i più cari, a casa se ne conservano tuttora di ineseguiti».
Pappano: «Di tali opere d’avanguardia conosco bene il valore, visto che ho diretto Voci dal silenzio. Ma tornando al cinema, sono commosso che mi abbiate affidato le partiture. Forse non le farò come Ennio, tuttavia credo di poterle rendere con quell’agilità consentita dall’essere cresciuto nel mondo anglosassone, quindi senza le preclusioni ideologiche di un italiano verso la presunta subalternità della musica da film al repertorio colto. Da pianista di cocktail lounge quale sono stato in gioventù, accetto che l’arte possa coniugarsi allo show business senza perdere in rispettabilità. Perciò, ad esempio, mi fa piacere quando Santa Cecilia suona la colonna sonora di Fantasia per accompagnare le immagini del film Disney davanti a una platea di bimbi a bocca aperta, che magari, grazie a questo, un giorno diverranno nostri abbonati».
Lei, Maestro, è un cinefilo?
«Adoro i vecchi film americani in bianco e nero, quelli con colonne sonore dove gli archi dell’orchestra riversano un empito melodico seducente, sentimentale. Mentre di Morricone conosco solo i titoli più celebri, tipo Mission, Nuovo Cinema Paradiso, C’era una volta in America. Altri ne sto man mano conoscendo nel corso delle prove. Ma ha lavorato a mezzo migliaio di film, chi può averli visti tutti?».
Morricone: «Sono tanti, sì. Comunque li amava tutti allo stesso modo, dato che ciascuno gli era costato tempo, fatica, discussioni con il regista, compromessi».
Neppure lei ne ha uno prediletto, Marco?
«C’era una volta in America, per i suoi valori positivi. In rete ho ripescato il video di un’intervista di Gianni Minà a Leone e Robert De Niro durante la lavorazione. Papà in secondo in piano, io ancora più defilato. Che batticuore ripensarci».