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Celeste, anima soul: "Grazie a Nina Simone ho vinto le mie paure"

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Incontro con la cantautrice anglo-giamaicana, alla vigilia dell'uscita del suo primo album. Dopo i singoli di successo e le esibizioni nei più importanti festival europei
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L’incertezza di questi tempi, il #metoo e la violenza sulle donne, #blacklivesmatter e il razzismo mai sopito. Celeste, la giovane cantautrice inglese premiata con Bbc e Brit Awards, frettolosamente salutata dai critici pigri come la nuova Billie Holiday (perché non la nuova Joan Armatrading?), esorcizza le paure guardando e riguardando su YouTube un video registrato ad Antibes nel 1969 in cui Nina Simone canta Four women — ritratto di quattro donne sfruttate, abusate, vendute, umiliate. Lo guardiamo insieme in un collegamento via Zoom da Londra; la dipendenza di Celeste dalla papessa del soul è evidente fin dal campionamento di Sinnerman (che la Simone incise nel cuore degli anni 60) nel brano Stop this flame, che l’ha resa famosa anche in Italia.

Celeste, al secolo Celeste Epiphany Waite, 26 anni, non ha ancora pubblicato il primo album ma colleziona recensioni entusiastiche e copertine da due anni. «Nina è la risposta a tutte le mie pau…
L’incertezza di questi tempi, il #metoo e la violenza sulle donne, #blacklivesmatter e il razzismo mai sopito. Celeste, la giovane cantautrice inglese premiata con Bbc e Brit Awards, frettolosamente salutata dai critici pigri come la nuova Billie Holiday (perché non la nuova Joan Armatrading?), esorcizza le paure guardando e riguardando su YouTube un video registrato ad Antibes nel 1969 in cui Nina Simone canta Four women — ritratto di quattro donne sfruttate, abusate, vendute, umiliate. Lo guardiamo insieme in un collegamento via Zoom da Londra; la dipendenza di Celeste dalla papessa del soul è evidente fin dal campionamento di Sinnerman (che la Simone incise nel cuore degli anni 60) nel brano Stop this flame, che l’ha resa famosa anche in Italia.

Celeste, al secolo Celeste Epiphany Waite, 26 anni, non ha ancora pubblicato il primo album ma colleziona recensioni entusiastiche e copertine da due anni. «Nina è la risposta a tutte le mie paure, non ha mai tradito, indifferente al giudizio degli altri, completamente al servizio della musica. Ha sfidato l’industria ed è stata spietatamente ferita», dice Celeste, elegantissima nel suo top bianco e rosso che ricorda il superfotografato look della prima Sade. «Oggi la situazione è diversa, le giovani artiste sono più rispettate, possono farcela anche senza un marito/padre/padrone. Internet ci ha garantito più libertà, puoi registrare una canzone in camera tua e raggiungere una platea enorme. Guardi Billie Eilish, tutto fatto in casa con suo fratello Finneas».

La cantautrice anglo-giamaicana Celeste Epiphany Waite, 26 anni 


A soli 23 anni Finneas è anche un rispettato cantautore e produttore che ci sta liberando degli orpelli delle produzioni ridondanti con un pop acustico, minimal e contagioso. Non meraviglia che in pieno lockdown Celeste abbia spopolato su piattaforme e social con I can see the change, un brano prodotto proprio da Finneas. «Ci siamo conosciuti lo scorso febbraio ai Brit Awards, dove Billie Eilish, che è una mia fan, ha cantato No time to die», racconta. «Siamo rimasti in contatto, ha insistito per fare una canzone insieme, gli ho mandato una base con voce e pianoforte; abbiamo dovuto lavorare a distanza date le circostanze».

Nata in California da padre giamaicano e madre inglese, Celeste si trasferì nel Regno Unito dopo la separazione dei suoi. Aveva tre anni quando fu accolta nella casa dei nonni materni. Scuola di danza in tenera età, una passione per la moda mai sopita («Era il mio piano B») e un nonno che l’ha cresciuta con una dieta di jazz e soul: «I primi ricordi? A cinque anni. C’erano canzoni che mi entusiasmavano. Mia madre era un’appassionata, un’entusiasta direi; mio nonno aveva una vasta collezione di dischi degli anni 50 e 60, dallo swing alla Motown. Le voci che più mi toccarono furono quelle di Ella Fitzgerald e Nina Simone. Con Otis Redding fu amore a prima vista. Cominciai a scoprire il blues di Howlin’Wolf e Muddy Waters, le malinconiche ballate di Billie Holiday e Chet Baker, il jazz spaziale di Alice Coltrane. Mi affascinavano per le loro musiche e il un mondo che ruotava intorno. L’ispirazione, la straordinaria capacità di comunicare, lo spessore delle interpretazioni, anche il carisma,il modo di vestire o di farsi fotografare, le copertine dei loro dischi. Anche il cinema mi ha influenzato, lo stile di certe dive hollywoodiane — pensavo a Hitchcock mentre scrivevo la canzone Strange — o certa letteratura, Dickens ad esempio. Non penso solo ai sentimenti quando immagino il protagonista di una canzone, ce l’ho fisicamente davanti, con i suoi abiti, il taglio dei capelli, una fisionomia precisa, un ricco mondo interiore, le relazioni sociali — tutto costruito con pezzi dei miei idoli. Little Runaway (il brano appena pubblicato, ndr) è ispirato a mio padre, morto quando avevo sedici anni e che ho frequentato decisamente poco», mormora. «Inadempiente? Assente? Mi piace comunque immaginarlo come un angelo custode, qualcuno che non esiste fisicamente ma è da qualche parte nel cosmo, anche qui, ora, mentre parliamo».

L’album è pronto, i discografici aspettano che gli effetti della pandemia vadano scemando per pubblicare questo esordio tanto atteso (su Spotify c’è già molto, compresa una versione de La vie en rose). Il lockdown? Per Celeste è stato un gap e un’opportunità. «In isolamento ho scritto le mie canzoni più belle. Non pensavo di fare vacanze ma ho trovato il tempo di venire in Italia col mio boyfriend, la Costiera, Napoli, Roma. Avevo bisogno di rallentare e riflettere, la pressione era insopportabile. Cavolo, pensavo, non è ancora uscito il primo album! Che ne sarà di me dopo? Lo stop è arrivato nel momento in cui stavo per decollare. Se non ci fosse stata la pandemia, il mio cd sarebbe già in circolazione. Ora è il momento di recuperare le mie, le nostre certezze». Deve essersi persa di vista, stava volando ad alta quota già prima del Covid.