Wellber al Massimo di Palermo: "Siamo in crisi ma è nelle difficoltà che germoglia la cultura"
Leonetta Bentivoglio , di LEONETTA BENTIVOGLIOIntervista al direttore d'orchestra israeliano, guida musicale del teatro siciliano, in scena con il 'Don Giovanni'
«La musica dal vivo è in condizioni spaventose a causa della pandemia?», chiede in partenza l’intervistato all’intervistatrice. «Sì, è così», afferma subito dopo Omer Meir Wellber, rispondendosi da solo. «Nel territorio della musica, e nel mondo in generale, ci stiamo misurando con un’emergenza gigantesca», prosegue il direttore d’orchestra israeliano. «Comunque io resto solido, forse in quanto abituato alle crisi: la situazione in Israele, dove sono cresciuto, ha una temperatura sempre bollente». Caldissima si dimostra pure l’indole di questo maestro del podio riconosciuto a livello internazionale, come testimoniano i suoi incarichi importanti. Nato nell’81 e “allenatosi” come assistente di Daniel Barenboim, Wellber è stato eletto direttore ospite principale dell’Opera di Dresda nel 2018. Nell’anno successivo è divenuto Principal Conduc…
«La musica dal vivo è in condizioni spaventose a causa della pandemia?», chiede in partenza l’intervistato all’intervistatrice. «Sì, è così», afferma subito dopo Omer Meir Wellber, rispondendosi da solo. «Nel territorio della musica, e nel mondo in generale, ci stiamo misurando con un’emergenza gigantesca», prosegue il direttore d’orchestra israeliano. «Comunque io resto solido, forse in quanto abituato alle crisi: la situazione in Israele, dove sono cresciuto, ha una temperatura sempre bollente». Caldissima si dimostra pure l’indole di questo maestro del podio riconosciuto a livello internazionale, come testimoniano i suoi incarichi importanti. Nato nell’81 e “allenatosi” come assistente di Daniel Barenboim, Wellber è stato eletto direttore ospite principale dell’Opera di Dresda nel 2018. Nell’anno successivo è divenuto Principal Conductor di una prestigiosa orchestra inglese come la BBC Philharmonic, e dal 2020 è la guida musicale del Massimo di Palermo, dove nel gennaio scorso ha proposto Parsifal. Scelta sorprendente per un musicista originario di un Paese avverso all’estetica wagneriana, notoriamente colma di rimandi all’antisemitismo (ma il dibattito è aperto). Da ieri, con repliche il 24 e il 26, l’empatico Omer dirige a Palermo il Don Giovanni di Mozart in forma semiscenica, con la regia di Marco Gandini. Interprete rigoroso e appassionato, Wellber è anche un personaggio incline agli slanci umanitari: impegnatissimo socialmente, crede fermamente nell’arte come strumento di trasformazione collettiva.
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Maestro: quando ha preso l’incarico al Massimo si è dovuto confrontare subito col collasso delle esecuzioni.
«Però noi, qui a Palermo, abbiamo reagito al blocco con energia immediata e inventando soluzioni nuove. Gli ostacoli hanno fatto emergere la qualità del teatro e del pubblico, oltre che del nostro lavoro, e da giugno siamo riusciti a presentare diversi appuntamenti al Teatro di Verdura e non solo. Spesso la cultura germoglia nel dramma: il lusso e la quiete non sollecitano la creatività. Alcuni tra i massimi autori novecenteschi sono emersi dalla Russia sovietica e dal fascismo: agli artisti piace superare i limiti imposti dalla politica o dalle circostanze».
Al Massimo è appena andato in scena “Don Giovanni”. L’allestimento si adatta alle norme di distanziamento sociale?
«Sì. L’orchestra suona in platea e i cantanti si muovono in vari punti dello spazio teatrale, tra schermi che accolgono film preregistrati e video-installazioni live. Gli spettatori sono seduti nei palchi. Questo Don Giovanni è il cuore di un periodo intensamente musicale a Palermo: il 25 dirigerò una serata beethoveniana a cui partecipa la violinista giapponese Midori, con il concerto per violino e orchestra e la Settima Sinfonia. E il 26, ancora con Midori, suonerò come pianista insieme ad altri strumentisti in un concerto da camera. Musiche di Bach, Schnittke e Haydn».
Sembra che in Sicilia lei si sia ambientato benissimo.
«Questa è una città frenetica e fantastica, dove il clima sociale cambia in continuazione. Il pubblico non è quello tradizionale della Scala, che lavora molto per i turisti. A Palermo ci si può permettere di non essere convenzionali perché tutto è in mutazione perenne. Inoltre lavorare qui significa sfidare trascorsi difficilissimi, e anche questo è stimolante. Non si può accusare il passato della mancanza di un futuro, e infatti abbiamo bandito dal teatro la nostalgia, vivendo proiettati nel domani».
Come organizzate i programmi a venire in questo clima d’incertezza?
«Andiamo avanti decidendo le cose di mese in mese. Speriamo di poter confermare l’Elektra in novembre, con la direzione di Gabriele Ferro. E per l’apertura di stagione, nel gennaio 2021, è prevista l’opera Onegin di Cajkovskij con la regia di Johannes Erath, famoso nell’Europa centrale. Per le sue riletture provocanti, o dirottate in altri tempi storici rispetto a quelli dettati dai libretti, viene considerato il Michieletto tedesco».
Lei è tuttora attivo in Israele?
«Certo. Vi dirigo la Raanana Symphonette Orchestra, che educa decine di migliaia di bambini ai valori della tolleranza, e vi ho fondato un’orchestra che porta l’educazione musicale ai bambini beduini del Negev, uno dei luoghi più svantaggiati e discriminati del Paese. Sono convinto che la musica rappresenti un profondo ed efficace veicolo di dialogo anche o soprattutto in contesti conflittuali».
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Maestro: quando ha preso l’incarico al Massimo si è dovuto confrontare subito col collasso delle esecuzioni.
«Però noi, qui a Palermo, abbiamo reagito al blocco con energia immediata e inventando soluzioni nuove. Gli ostacoli hanno fatto emergere la qualità del teatro e del pubblico, oltre che del nostro lavoro, e da giugno siamo riusciti a presentare diversi appuntamenti al Teatro di Verdura e non solo. Spesso la cultura germoglia nel dramma: il lusso e la quiete non sollecitano la creatività. Alcuni tra i massimi autori novecenteschi sono emersi dalla Russia sovietica e dal fascismo: agli artisti piace superare i limiti imposti dalla politica o dalle circostanze».
Al Massimo è appena andato in scena “Don Giovanni”. L’allestimento si adatta alle norme di distanziamento sociale?
«Sì. L’orchestra suona in platea e i cantanti si muovono in vari punti dello spazio teatrale, tra schermi che accolgono film preregistrati e video-installazioni live. Gli spettatori sono seduti nei palchi. Questo Don Giovanni è il cuore di un periodo intensamente musicale a Palermo: il 25 dirigerò una serata beethoveniana a cui partecipa la violinista giapponese Midori, con il concerto per violino e orchestra e la Settima Sinfonia. E il 26, ancora con Midori, suonerò come pianista insieme ad altri strumentisti in un concerto da camera. Musiche di Bach, Schnittke e Haydn».
Sembra che in Sicilia lei si sia ambientato benissimo.
«Questa è una città frenetica e fantastica, dove il clima sociale cambia in continuazione. Il pubblico non è quello tradizionale della Scala, che lavora molto per i turisti. A Palermo ci si può permettere di non essere convenzionali perché tutto è in mutazione perenne. Inoltre lavorare qui significa sfidare trascorsi difficilissimi, e anche questo è stimolante. Non si può accusare il passato della mancanza di un futuro, e infatti abbiamo bandito dal teatro la nostalgia, vivendo proiettati nel domani».
Come organizzate i programmi a venire in questo clima d’incertezza?
«Andiamo avanti decidendo le cose di mese in mese. Speriamo di poter confermare l’Elektra in novembre, con la direzione di Gabriele Ferro. E per l’apertura di stagione, nel gennaio 2021, è prevista l’opera Onegin di Cajkovskij con la regia di Johannes Erath, famoso nell’Europa centrale. Per le sue riletture provocanti, o dirottate in altri tempi storici rispetto a quelli dettati dai libretti, viene considerato il Michieletto tedesco».
Lei è tuttora attivo in Israele?
«Certo. Vi dirigo la Raanana Symphonette Orchestra, che educa decine di migliaia di bambini ai valori della tolleranza, e vi ho fondato un’orchestra che porta l’educazione musicale ai bambini beduini del Negev, uno dei luoghi più svantaggiati e discriminati del Paese. Sono convinto che la musica rappresenti un profondo ed efficace veicolo di dialogo anche o soprattutto in contesti conflittuali».