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I sette di Chicago, viaggio in un passato così simile al presente

Incontro con il regista Aaron Sorkin e con l'attore Eddie Redmayne per il film, dal 30 settembre in sala e dal 16 ottobre su Netflix, sul gruppo di giovani attivisti processati nel 1969
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In principio fu, come accade con certe pagine dimenticate di storia democratica americana, Steven Spielberg. «Mi convoca a casa sua un sabato pomeriggio di tredici anni fa — racconta Aaron Sorkin — e mi dice che vuole fare un film su “questo assurdo processo per cospirazione avvenuto a Chicago nel 1969”. Rispondo che è incredibile perché anch’io voglio da tanto tempo scriverci un copione. Esco e chiamo mio padre: “Ma cos’è sto processo? Non ne so nulla”». Dopo tredici anni di ricerche e documenti, trascrizioni processuali e testimonianze, stesura e progettazione, inciampi, scioperi hollywoodiani e ripartenze ecco Il processo ai Chicago 7, il film che Sorkin (premio Oscar per la sceneggiatura di The social network) ha scritto e diretto. Si vedrà dal 30 settembre in sala e su Netflix dal 16 ottobre.

Aaron Sorkin sul set. In alto…
In principio fu, come accade con certe pagine dimenticate di storia democratica americana, Steven Spielberg. «Mi convoca a casa sua un sabato pomeriggio di tredici anni fa — racconta Aaron Sorkin — e mi dice che vuole fare un film su “questo assurdo processo per cospirazione avvenuto a Chicago nel 1969”. Rispondo che è incredibile perché anch’io voglio da tanto tempo scriverci un copione. Esco e chiamo mio padre: “Ma cos’è sto processo? Non ne so nulla”». Dopo tredici anni di ricerche e documenti, trascrizioni processuali e testimonianze, stesura e progettazione, inciampi, scioperi hollywoodiani e ripartenze ecco Il processo ai Chicago 7, il film che Sorkin (premio Oscar per la sceneggiatura di The social network) ha scritto e diretto. Si vedrà dal 30 settembre in sala e su Netflix dal 16 ottobre.

Aaron Sorkin sul set. In alto, Eddie Redmayne in una scena di 'Il processo ai Chicago 7' 


Tra i primi incontri del cineasta, quello con l’attivista Tom Hayden, scomparso nel 2016: per interpretarlo, Sorkin ha scelto il britannico Eddie Redmayne. «Ho letto per la prima volta la sceneggiatura in una pausa forzata in Marocco, dov’ero in vacanza — ci racconta l’attore in video su Zoom — ero stato colpito da un’intossicazione alimentare e mi ero anche fatto male al piede, ero bloccato in albergo. Mentre ero lì sofferente in pieno autocompatimento è arrivata la mail con il copione. Dire che mi ha cambiato l’umore è poco». Anche Redmayne, premio Oscar per La teoria del tutto, idolo dei ragazzini grazie al magizoologo di Animali fantastici, non conosceva i fatti: nel 1968 quella che doveva essere una manifestazione pacifica contro la guerra in Vietnam, alla Convention nazionale dei democratici a Chicago, si trasformò in una serie di scontri violenti tra manifestanti, polizia e Guardia nazionale.

Con l’ascesa al potere di Nixon gli organizzatori delle proteste verranno accusati di cospirazione e incitamento alla sommossa, giudicati in quello che per Sorkin è «uno dei processi più insensati» della storia americana. Ai sette si aggiunge all’inizio il fondatore delle Pantere Nere Bobby Seale (Yahya Abdul Mateen II) che aveva solo tenuto un discorso durante le dimostrazioni: dopo una serie di scontri verbali in aula il giudice lo farà legare e imbavagliare, poi stralcerà il processo. Frank Langella è il prevenuto giudice Hoffman, Sacha Baron Cohen incarna Abbie Hoffman, uno dei capi del movimento Hippie, Joseph Gordon-Lewitt è il procuratore, Mark Rylance l’avvocato dei diritti civili William Kustler, Michael Keaton è Ramsey Clark.



Redmayne spiega il colpo di fulmine per la sceneggiatura. «Era infuocata, emotivamente drammatica ma con momenti divertenti. Soprattutto molto istruttiva, anche se più un dipinto che un documentario. Ho detto subito a Sorkin che sarei stato nel film in qualunque ruolo». Perfino negli anni recenti il progetto «sembrava arenarsi e poi riprendere, ne ho approfittato per colmare le mie lacune sulla guerra in Vietnam e i movimenti pacifisti». Soprattutto si è concentrato su Tom Hayden, capogruppo dell’SDS (Studenti per una Società Democratica), movimento pacifista che aveva un approccio più pragmatico di quello degli hippie. Hayden sarebbe diventato un senatore californiano molto rispettato nonché marito di Jane Fonda. «Uomo straordinario — lo descrive Redmayne — figlio del Michigan, ha dimostrato di avere uno spirito ribelle fin da ragazzino. Era un Freedom Rider ed era andato nel New Jersey per lavorare con la comunità afroamericana. Aveva una cultura incredibile, ci ha lasciato molti testi. Era un uomo che non aveva paura di dire quel che pensava. Nei 60 si è unito al SDS ancora agli inizi, è stato uno degli autori principali della dichiarazione di Port Huron, che affermava la necessità di trovare una nuova svolta di pensiero e politica liberali. Hayden voleva lavorare all’interno del sistema. Credeva nella democrazia. Era convinto che le persone ai vertici fossero corrotte, ma aveva fiducia nel sistema».

Redmayne sottolinea la ricchezza di messaggi del film, «a partire da quello universale di lottare per ciò in cui si crede. Ma ho anche riflettuto sulle parole di Robert Kennedy: “La democrazia è disordinata, ed è tosta. Non è mai facile”. Nel movimento c’erano anime diverse e contrasti, grandi passioni e il coraggio di mettere in gioco la propria vita». Progettato nel 2006, ripreso nel 2016 con l’avvento di Trump, Il processo ai Chicago 7 sembra una fotografia del presente: «Mai avrei immaginato che l’oggi somigliasse tanto al 68», dice Sorkin. Redmayne concorda: «Da quando lo abbiamo girato sono successe tante cose devastanti che hanno evidenziato come poco è cambiato da allora: il movimento Black Lives Matter e le proteste contro la brutalità della polizia hanno le radici della reazione al razzismo sistemico del ‘68. Ci sono tante altre immagini specchio di quell’epoca, le lotte per i diritti civili e quelle per i diritti delle donne, la pandemia influenzale del ‘68-‘69 e un ex vice presidente che si candida alle elezioni. Penso e spero che le cose siamo migliorate, alcune troppo poco. Questo film ci dice che guardare al passato può aiutarci a non ripeterne gli errori».