Essere gay negli anni 60: tornano i 'Boys in the band'
Silvia Bizio
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di SILVIA BIZIO
Il classico di Broadway in un nuovo film, ora su Netflix, che riunisce il team della recente serie 'Hollywood': il regista Joe Mantello, il produttore Ryan Murphy e l'attore Jim Parsons
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LOS ANGELES - Una lunga serata per una festa di compleanno in un appartamento di New York nel 1968 e un gruppo di amici gay che si ritrovano, tra rivelazioni, litigi e paura di uscire allo scoperto. A 52 anni dalla sua prima a Broadway e 50 anni dopo il primo adattamento cinematografico per mano di William Friedkin, regista de L'esorcista, con il titolo Festa per il compleanno del caro amico Harold, adesso l’opera teatrale di Mart Crowley The boys in the band diventa un nuovo film per Netflix, in streaming da domani. E riunisce di nuovo il team della recente serie tv Hollywood: il regista Joe Mantello, il produttore Ryan Murphy e anche l’attore Jim Parsons, il pluripremiato e pagatissimo ex protagonista di The Big Bang Theory.
Il cast è lo stesso che Mantello ha voluto nel recente revival a Broadway: oltre a Parsons, Zachary Quinto, Matt Bomer e Charlie Carver. Quella di The boys in the band, dice il regista Mantello, è una storia importante che non va d…
LOS ANGELES - Una lunga serata per una festa di compleanno in un appartamento di New York nel 1968 e un gruppo di amici gay che si ritrovano, tra rivelazioni, litigi e paura di uscire allo scoperto. A 52 anni dalla sua prima a Broadway e 50 anni dopo il primo adattamento cinematografico per mano di William Friedkin, regista de L'esorcista, con il titolo Festa per il compleanno del caro amico Harold, adesso l’opera teatrale di Mart Crowley The boys in the band diventa un nuovo film per Netflix, in streaming da domani. E riunisce di nuovo il team della recente serie tv Hollywood: il regista Joe Mantello, il produttore Ryan Murphy e anche l’attore Jim Parsons, il pluripremiato e pagatissimo ex protagonista di The Big Bang Theory.
Il cast è lo stesso che Mantello ha voluto nel recente revival a Broadway: oltre a Parsons, Zachary Quinto, Matt Bomer e Charlie Carver. Quella di The boys in the band, dice il regista Mantello, è una storia importante che non va dimenticata: «È un classico e sono contento di mantenerlo in vita. L’opera fu scritta negli anni Sessanta, quando la gente non sapeva bene cosa volesse dire essere gay, né che i gay potessero avere gli stessi problemi quotidiani ed esistenziali del resto del mondo. Non abbiamo cercati di aggiornare l’opera, l’abbiamo solo aperta all’esterno, per renderla più cinematografica». Ryan Murphy (Glee, Ratched) aveva insistito fin dall’inizio che il cast dovesse essere composto unicamente da attori gay, come scelta “politica”.
Jim Parsons e Matt Bomer in 'The boys in the band'. In alto, una scena del film
Il testo, ricco di dialoghi serrati, è entrato nella storia di Broadway e nell’immaginario gay anche per le sue battute. «Nel ’68 la comunità gay era del tutto chiusa, non si parlava di coming out e quel modo di parlare con insulti pesanti e offese presente nel film era il modo di esprimersi», conferma Jim Parsons, «un linguaggio che ancora oggi molti gay usano. Noi attori ci siamo divertiti a usarlo, io non mi esprimo così di solito. Per i gay, in passato, quel linguaggio sfacciato era la risposta verso il mondo in cui vivevano, era un meccanismo di autodifesa». Un maniera di esorcizzare. Ma oggi le cose sono cambiate. «Indubbiamente - conferma Parsons - ma con le dovute cautele: essere gay a Los Angeles o New York non è la stessa cosa che essere gay, che so, a Wichita, Kansas».
«Ma c’è qualcosa di universale in questo lavoro, anche se visto dalla prospettiva di maschi gay nel 1968», aggiunge Zachary Quinto, «sentiamo tutti il bisogno di un senso di appartenenza, e Mart Crowley aveva capito come tradurre i conflitti di genere e renderli vivi, allora come oggi. I tempi sono cambiati ma questa storia trascende l’omosessualità e fa vedere quanto è difficile essere criticati e oppressi perché diversi». «Crowley, che è morto lo scorso marzo, ha seguito molto da vicino questo film e il remake di Broadway», conclude Mantello, «veniva a teatro ed è stato sul set una settimana a Los Angeles. E allora l’ho voluto nel film, lo abbiamo messo all’inizio, nella scena del Julius Bar: volevo che il suo spirito fosse presente in questo film, che abbiamo dedicato a lui».