Paolo Taviani: "Ecco il vero Padre Padrone che nessuno voleva"
Arianna Finos
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di ARIANNA FINOS
Alla Festa di Roma il restauro del film girato con il fratello Vittorio
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Paolo Taviani si commuove: "Come vorrei che mio fratello potesse rivedere i colori di Padre padrone. Grazie al restauro è emerso dal grigio opaco in cui era precipitato, è tornato il film che conoscevamo solo noi". Il regista, 88 anni, dalla sua casa romana in zona Lungara ricorda il film firmato con Vittorio nel 1977 ispirato al romanzo di Gavino Ledda e che - restaurato dalla Cineteca Nazionale con il Centro sperimentale di cinematografia - sarà presentato alla Festa di Roma. "Questa versione non l'ha vista neanche Rossellini a Cannes, perché quella copia era gonfiata da 16 a 35mm, testa e gambe dell'inquadratura tagliate. Vittorio ed io, durante la proiezione, abbassavamo la testa per non vederlo. Alla fine tutti uscirono in silenzio, noi per ultimi, dicendoci con gli occhi "è andata male". Invece fuori c'era un pubblico incredibile".
Quel festival di Cannes fu speciale.
"Eravamo andati già du…
Paolo Taviani si commuove: "Come vorrei che mio fratello potesse rivedere i colori di Padre padrone. Grazie al restauro è emerso dal grigio opaco in cui era precipitato, è tornato il film che conoscevamo solo noi". Il regista, 88 anni, dalla sua casa romana in zona Lungara ricorda il film firmato con Vittorio nel 1977 ispirato al romanzo di Gavino Ledda e che - restaurato dalla Cineteca Nazionale con il Centro sperimentale di cinematografia - sarà presentato alla Festa di Roma. "Questa versione non l'ha vista neanche Rossellini a Cannes, perché quella copia era gonfiata da 16 a 35mm, testa e gambe dell'inquadratura tagliate. Vittorio ed io, durante la proiezione, abbassavamo la testa per non vederlo. Alla fine tutti uscirono in silenzio, noi per ultimi, dicendoci con gli occhi "è andata male". Invece fuori c'era un pubblico incredibile".
Quel festival di Cannes fu speciale.
"Eravamo andati già due volte con San Michele aveva un gallo alla Quinzaine e con Allonsanfàn, il pubblico francese ci ha sempre amato, meno il direttore di allora, Maurice Bessy. Rigido e formale, ci aveva ammonito i giorni prima a indossare smoking e farfallino. Lo dicemmo a Rossellini e la sera della vittoria tutti e tre ci presentammo in cravatta. Bessy per dispetto non salì sul palco. Era furibondo. Anche perché avrebbe dovuto vincere Scola con il bellissimo Una giornata particolare. Ma le decisioni di Rossellini erano assolute e lui voleva un gesto forte per il nostro film. Così non sostenne Scola. Noi ci restammo male, eravamo amici di Ettore, che ci inviò un telegramma bellissimo di apprezzamento al film, a noi e a Rossellini".
Torniamo al momento in cui il film fu concepito.
"Leggemmo su Paese sera che un giovane analfabeta, vissuto sulle montagne sarde fino a diciott'anni, era andato a fare il militare, aveva studiato e si era laureato in glottologia, la scienza che studiava quel linguaggio che gli era stato negato in giovinezza. Poi uscì il libro, ci piacque, incontrammo Gavino Ledda e decidemmo di fare il film, che nessuno voleva produrre: pastori, animali, sesso con animali... Il direttore di Rai 3 ci disse "ve lo produco io, in 16mm e in onda alle 23". Pur di farlo dicemmo sì".
Perché ci tenevate così tanto?
"Ci interessava quella realtà, ci indentificavamo con il personaggio nella nostra lotta per fare il cinema. Avvertimmo Gavino che ne avremmo fatto una creatura nostra, quando lo vide finito disse "sono stato operato di ulcera, dopo questa proiezione mi opereranno di nuovo"".
Come furono le riprese?
"Eravamo una troupe minima, veloce, ci siamo trovati bene con i sardi. Faticoso, certo, ma c'era la sensazione di fare qualcosa di speciale".
C'era un giovane Nanni Moretti attore.
"Voleva fare il nostro aiuto regista, gli dicemmo di preparare il suo film. Quando il suo volto sbuca osservando Gavino che si taglia con il coltello per non essere interrogato, tutto il mondo ride a vederlo: c'è una forza, un'ironia che fa parte della sua natura. Fece la sua parte molto bene, è un bravo attore".
L'accoglienza del film in Sardegna fu ostile.
"I sardi detestavano Ledda perché dicevano che i panni si lavano in famiglia. Quando salì sul palco all'anteprima del film dicevano "ecco il padre di Padre padrone" e lo accolsero con bordate di fischi. Fecero poi i picchetti davanti ai cinema, decretando il successo del film. Anche i giornali ci accusavano di aver fatto "un film colonialista". Questo avveniva nel '77-'78, poi il libro e il film sono stati riconosciuti e celebrati. In Canada fu presentato al festival di Toronto nella struttura che aveva ospitato le Olimpiadi. La sala era piena, sindaco e politici. Partito il film andammo a fare un giro, vedemmo un italiano che usciva: "Qui dicono che i soldi li teniamo sotto il sapone perché non ci laviamo, questo film conferma il pregiudizio". Tornammo a fine proiezione, sindaco e politici ci avevano abbandonato lì nel deserto, ci diede un passaggio un tizio con un macinino".
È un film che ha cambiato la vostra carriera?
"Sì. Subito dopo ci proponevano madri madrone, babbi babboni, ripetizioni e varianti. Ci ha aiutato ma non come si pensa. E la cosa buffa è che i due attori, Omero Antonutti e Saverio Marconi, ci dissero che per un paio d'anni non avevano lavorato, scambiati da pubblico e produttori per veri pastori. Loro sono tornati negli anni in quei luoghi e in un documentario ho visto i ragazzini di ieri ormai adulti ma con lo stesso sguardo: avrei voluto accarezzarli".
Prepara il suo primo film da solo, dopo la morte di Vittorio. Come "Kaos" e "Tu ridi" anche "Leonora, addio" è ispirato a Pirandello, la novella sulla storia di Mommina.
"Le posso solo citare Pirandello: "Le idee e le storie da raccontare sono come dei sacchi vuoti, afflosciati in terra, se non li riempi di sentimenti e di fatti non stanno insieme". Noi abbiamo riempito i suoi sacchi".