Al cinema 'Una classe per ribelli'. "La scuola, un piccolo mondo in cui abolire le differenze"
Chiara Ugolini
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di CHIARA UGOLINI
Michel Leclerc firma la regia del film che uscirà in Italia il 22 ottobre dopo il successo in Francia. Una coppia e il loro figlio tra i banchi in un quartiere multietnico di Parigi
Aggiornato alle 4 minuti di lettura
Sofia e Paul, ovvero gli attori Leila Bekhti (l'avete vista nella serie The Eddy) e Eduard Baer (Asterix e Obelix e maestro di cerimonia a Cannes) sono una coppia di idealisti. Lei è un brillante avvocato di origine magrebina che dai sobborghi parigini è riuscita a farsi strada senza mai tradire i propri principi. Lui è un batterista punk, anarchico nel midollo, in perenne conflitto con il sistema. Ma come genitori sono un disastro: vogliono il meglio per il loro figlio, Coco, in quinta elementare, ma non vogliono scendere a compromessi con i loro ideali: si troveranno in battaglia con la scuola pubblica, i suoi problemi e le sue opportunità. In un quartiere multietnico alla periferia di Parigi, Bagnolet, che è la celebrazione dell'eterogeneità sociale. Con i suoi pro e i suoi contro. Una classe per i ribelli, dopo il successo in Francia, arriva nelle sale italiane il 22 ottobre. Abbiamo raggiunto su un nuovo set il regista Michel Lecl…
Sofia e Paul, ovvero gli attori Leila Bekhti (l'avete vista nella serie The Eddy) e Eduard Baer (Asterix e Obelix e maestro di cerimonia a Cannes) sono una coppia di idealisti. Lei è un brillante avvocato di origine magrebina che dai sobborghi parigini è riuscita a farsi strada senza mai tradire i propri principi. Lui è un batterista punk, anarchico nel midollo, in perenne conflitto con il sistema. Ma come genitori sono un disastro: vogliono il meglio per il loro figlio, Coco, in quinta elementare, ma non vogliono scendere a compromessi con i loro ideali: si troveranno in battaglia con la scuola pubblica, i suoi problemi e le sue opportunità. In un quartiere multietnico alla periferia di Parigi, Bagnolet, che è la celebrazione dell'eterogeneità sociale. Con i suoi pro e i suoi contro. Una classe per i ribelli, dopo il successo in Francia, arriva nelle sale italiane il 22 ottobre. Abbiamo raggiunto su un nuovo set il regista Michel Leclerc che tra un ciak e l'altro ha risposto alle nostre domande.
Una classe per ribelli: il trailer in anteprima
'Una classe per ribelli', la scuola multietnica da ridere - Il trailer in anteprima
Sta girando. Una bella notizia per il cinema.
"Beh sto girando per la tv. La situazione è abbastanza preoccupante per il settore, sicuramente nelle sale c'è stato un calo vertiginoso di spettatori a causa del Covid. Soprattutto c'è un problema col fatto che non ci sono film americani, è anche un'occasione per il cinema francese. Ci sono titoli, come il piccolo film Antoinette dans les Cévennes, che sono delle belle scoperte: ha fatto 200.000 ingressi, non male. Quindi non tutto è perduto".
Quanto della storia di 'Una classe per i ribelli' è una storia personale per lei e la sua compagna, la sceneggiatrice del film Baya Kasmi?
"Molto personale. A partire dal fatto che abbiamo girato il film nella scuola di mio figlio a Bagnolet, ai margini di Parigi, dove io e la mia compagna abbiamo vissuto dieci anni. Tutto andava bene, mio figlio frequentava la scuola pubblica, poi a un certo punto, un po' come nel film, ha cominciato ad avere problemi coi compagni soprattutto riguardo la religione. Era il 2015, all'epoca degli attentati a Charlie Hebdo, io e la mia compagna eravamo molto preoccupati. Baya è di origine algerina come il personaggio di Sofia... Anche noi abbiamo pensato di cambiare scuola, ma le opzioni erano o le scuole private cattoliche oppure imbrogliare sulla residenza per aver diritto a una scuola più centrale. Insomma, a partire dalla nostra angoscia abbiamo avuto la sensazione che fosse qualcosa che riguardava molti genitori e che si potesse farne un film".
Il titolo originale è "La lutte des classes", la lotta delle classi. La scuola è veramente lo spaccato della società?
"Certamente, sono convinto che la scuola debba essere un luogo di scambio, di miscellanea sociale. In quel posto devono convivere bambini di estrazione sociale diversa, di cultura diversa ma questo succede sempre meno. In Francia lo sviluppo e l'affermazione delle scuole private nelle grandi città è impressionante, molti genitori fanno questa scelta, mentre i genitori che non possono permetterselo mandano i figli nelle scuole pubbliche. Abbiamo fatto il film proprio per mettere in luce questo meccanismo e lanciare un allarme: se tutti fanno così, la scuola pubblica collassa. Ma la scuola è uno dei fondamenti della Repubblica e deve essere il luogo in cui un bambino ha la possibilità di uscire dal nocciolo familiare e incontrare altri che non sono educati nello stesso modo".
Nel film la miscellanea sociale è considerata un valore. Però il papà Paul a un certo punto dice: "Per essere un mix occorre che ci sia diversità, mentre qui è Coco l'unico bianco". E' una battuta ma ha un fondo di verità.
"Ci sono quartieri in cui le scuole non presentano un mix e va bene. Ma ci sono altri quartieri, come Bagnolet, in cui la strada offre la miscellanea ma la scuola no. Chi non può permettersi di comprare una casa a Parigi vive nella banlieue ma i figli li manda nella scuola privata. Questo è inquietante. Perché se un quartiere non è vissuto da persone di estrazione diversa va bene, è logico che neppure la scuola lo sia, ma se lo è il quartiere, e la scuola no, vuol dire che c'è un vero desiderio di non mescolarsi. Questo può portare a un futuro esplosivo".
In questo discorso si inserisce anche quello dei quartieri ghetto e di certa politica che presenta il fenomeno come un'invasione degli immigrati.
"Non basta dire è bello vivere insieme. Non ha senso ignorare i problemi della convivenza ma occorre trovare soluzioni e fare il possibile perché le persone veramente vedano l'integrazione come una ricchezza. Perché il mondo è fatto di persone con idee molto diverse. Il finale del film non è consolatorio perché i genitori continueranno a discutere e confrontarsi sulle loro diversità, ma non occorre essere tutti d'accordo o convincere gli altri delle nostre idee. Quello che conta è continuare a confrontarci e a parlare con gli altri".
Il film racconta la crisi di due genitori. Sofia e Paul hanno dei principi ma di fronte al benessere del figlio perdono la testa. La sensazione è che, qualsiasi cosa si faccia, si sbagli sempre.
"Massì certo. Nel film c'è la scena in cui i genitori si mettono a spiare il figlio nel cortile della scuola e fraintendono tutto: non capiscono quando sta male ma non capiscono neppure quando le cose vanno bene. Comunque sbagliano. Il film racconta la difficoltà dei genitori di questa generazione che hanno a cuore il benessere dei propri figli, ma che alle volte ingigantiscono le cose perché i bambini di quell'età, 8 o 9 anni, possono un giorno pensare che odiano la scuola e tutto va male e il giorno dopo è passato tutto".
L'emergenza sociosanitaria ha acuito le differenze sociali anche o soprattutto all'interno della scuola.
"Sicuramente una delle conseguenze del Covid è l'accelerazione della cesura tra scuola pubblica e scuola privata perché durante il lockdown in generale le private si sono fatte carico di una serie di questioni che la scuola pubblica non ha potuto affrontare o ha fatto in modo più discontinuo. Ma è sotto gli occhi di tutti cosa succede se i bambini non vanno a scuola e il ruolo che ha nella società, in particolare la scuola pubblica".
In Italia c'è un dibattito che riguarda la scuola e la necessità di tenerla aperta in questo momento critico. Rispetto a altre realtà cui si può forse rinunciare, come il calcio negli stadi. Lei cosa ne pensa?
"Io sono convinto che se ci sarà un nuovo lockdown le scuole dovranno essere e saranno le ultime a essere chiuse, è stato un periodo difficile quello in cui i ragazzi non sono andati a scuola. Sicuramente la gente non vuole che vengano chiuse di nuovo".