✕

Leonardo Pieraccioni: "Volevo l'Oscar arrivò la pernacchia"

Ad Alice nella città, alla Festa di Roma, e poi su Infinity la versione restaurata di 'I laureati' di Leonardo Pieraccioni, uscito 25 anni fa. E intanto il regista prepara un film con Marcello Fonte e l'amico Massimo Ceccherini
7 minuti di lettura
Con I laureati, 25 anni fa, iniziava a soffiare il vento di Leonardo Pieraccioni che sarebbe diventato Il ciclone. “Ogni film è un piccolo parto e questi compleanni ti fanno capire quanti anni hanno 'sti figlioli e come il tempo è passato in fretta, in uno starnuto, racconta al telefono dalla sua casa fiorentina”. Il film sui quattro studenti fuori corso (Pieraccioni, Gian Marco Tognazzi, Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini) che vivono in un appartamento della periferia di Firenze rifiutandosi di diventare adulti, sarà presentato nella versione restaurata da Infinity ad Alice nella città, sezione autonoma della Festa di Roma (verrà proiettato il 19 ottobre alle 21 alla sala Alice TIMVISION alla Nuvola dell'Eur) e poi disponibile sulla piattaforma dal 21 ottobre.

I laureati è il suo primogenito.
“È stato il parto più difficoltoso. Ho fatto tutto quello che nell’icona del giovane aspirante attore-reg…
Con I laureati, 25 anni fa, iniziava a soffiare il vento di Leonardo Pieraccioni che sarebbe diventato Il ciclone. “Ogni film è un piccolo parto e questi compleanni ti fanno capire quanti anni hanno 'sti figlioli e come il tempo è passato in fretta, in uno starnuto, racconta al telefono dalla sua casa fiorentina”. Il film sui quattro studenti fuori corso (Pieraccioni, Gian Marco Tognazzi, Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini) che vivono in un appartamento della periferia di Firenze rifiutandosi di diventare adulti, sarà presentato nella versione restaurata da Infinity ad Alice nella città, sezione autonoma della Festa di Roma (verrà proiettato il 19 ottobre alle 21 alla sala Alice TIMVISION alla Nuvola dell'Eur) e poi disponibile sulla piattaforma dal 21 ottobre.

I laureati è il suo primogenito.
“È stato il parto più difficoltoso. Ho fatto tutto quello che nell’icona del giovane aspirante attore-regista bisogna fare. Partivo da Firenze con il mio zainetto blu, con il copione dentro che si chiamava Amici fuori corso e prima La casa fuori corso. Alla ricerca di un produttore. Ho fatte tutte le anticamere che poi ti consentono di gustartela quando ne trovi uno che ti dà fiducia. Dal ’91 cercavo di proporlo. Fortunatamente ho incontrato i Cecchi Gori che mi hanno dato fiducia. Con il classico stratagemma. Prima ero andato da Giovanni Veronesi, che era il mio riferimento quando guardavo i film di Nuti che mi piacevano tanto, “se trovo un produttore lo scrivi con me?”. In giro mi spendevo il suo nome, è anche per questo Vittorio e Rita hanno provato. Il primo film è un terno al lotto, anche per questo ho messo dentro quattro protagonisti, non ero convinto che potevo essere il protagonista assoluto. Prima avevo fatto solo piccole partecipazioni che non mi avevano convinto più di tanto”.

Per altri ha recitato di rado.
“Io le sceneggiature, le battute me le scrivo addosso, sono piccoli cappotti, camicine su misura e preferisco. Lavoro parecchio sui miei limiti. So quel che so fare ma anche, benissimo, quello che non so fare. I film che mi proponevano erano scritti per attori generici, toscani, simpatici, alcune cose mi stavano larghe o strette. Facemmo anche mi ricordo una specie di prova con il film Miracolo italiano, ero protagonista con Anna Falchi e Carlo Monni, per capire, ma non si capì molto anzi ci fece anche paura. Il regista Enrico Oldoini mi tolse barba e tagliò i capelli, avevo il fascino di un pinolo lesso. Doveva essere una prova: fu ansiogena come prova, il risultato non era eccellente”.


Ha cominciato a cucire battute da scuola.
“Preti e comici si nasce, o si è illuminati dalla santa trinità o dalla santa bischeraggine. Da sempre volevo fare l’attore. Ma ho avuto grossi dubbi su me stesso, e oltre il cabaret facevo il magazziniere. Volevo, per I laureati, almeno un film nella vita in pellicola, ne avevo fatti almeno venti in vhs, negli Ottanta Novanta la grande ambizione dei videomaker era fare un film su pellicola. Con I laureati potevo dire stop alle mie più incredibili ambizioni. Questo atteggiamento di divertirmi e basta, di debuttare in leggerezza è stato vincente. Allora tutti gli esordienti pensavano solo a “cosa ne penserà Nanni”, cioè Moretti, si voleva fare un film che avesse un peso artistico e tre stellette su Repubblica. Io un film con le prime tre file piene di gente. E così è andata”.

Lei però mostrò un suo film a Moretti.
“Con il mio amico Domenico Costanzo facevamo questi corti, e lui alla presentazione della Messa è finita nell’89 lo invitò con la sua voce simile “io e il mio amico vorremmo farteli vedere” e lui disse “vengo" e venne davvero, gli mostrammo un corto, La donna che scompare, un trucchetto con la donna che scompariva: era una boiata micidiale. E lui accese la luce e disse “Beh insomma, la strada è lunga”. Fu gentile, lui e il suo amico fiorentino Edo”.

Maria Grazia Cucinotta 

La sua strada l’ha fatta.
“Con la complicità e la generosità commovente del pubblico che è sempre venuto a vedere i miei divertimenti. A volte vedo colleghi che iniziano a pensare e parlare troppo, questo sforzo non l’ho mai fatto. Oggi, con la grande crisi, più che mai credo bisogna concentrarsi sulle cose che piacciono davvero. Non nego che qualche titolo l’ho fatto un po’ di default, oggi mi prendo il tempo. Quest’anno non giro. Veronesi mi dice “Non giri quest’anno? Dopo diventi vecchio”. “Ma non sono più il ventottenne che è venuto da te, ora sono giovane per i ruoli da vecchio e posso aspettare. I ruoli maturi mi piacciono. Se in un film una ragazza salta sul tavolo e balla il mio sguardo non è più su di lei, ma su mio figlio che magari s’innamora della 23enne".

Ha già una storia?
"Sì, ma posso dire solo che sarà un film corale che al centro avrà due personaggi intepretati da me e da Marcello Fonte, di cui mi sono innamorato guardando Dogman".

Attore scoperto da Matteo Garrone, che lavora anche con Ceccherini, insieme hanno anche scritto Pinocchio.
"Garrone si è accorto adesso quello che sostengo da tempo: Massimo è uno degli attori più strepitosi, uno degli ultimi veri artisti alla genio e stregolatezza. Oggi per fare questo mestiere devi avere una grande impronta imprenditoriale, lui non sa neanche cosa vuol dire. Sostengo anche che il meglio lo può dare nei ruoli drammatici perché Ceccherini ha il dramma dentro ed è capace di viverlo artisticamente. Sarà anche nel mio film, lo sto convincendo a fare una cosa ardita. Ho tutti gli strumenti per convincerlo”.

Come passa il tempo?
“Il copione è pronto e lo sto ricorreggendo e alla fine lo peggioro. Il mio vero talento nella vita è di saper non fare niente da mattina a sera. Ho una figlia che gestisco da padre separato dal giovedì al lunedì. Negli altri giorni ho arte di passare le giornate con leggiadria. Leggo un pochino, faccio un pochino di spesa. Vivo a piccoli pezzettini la giornata”.

Quanti anni ha sua figlia?
“Dieci anni ma comanda come una di 47. Con lei sto imparando le donne che non ho mai avuto la pazienza di ascoltare, ora lo faccio con grande piacere e curiosità. Non sono stato un bravo fidanzato, non sono mai stato un marito – il matrimonio è una maratona, a me si slacciano le scarpe dopo i primi sei chilometri – quando è nata mia figlia avevo il timore che anche come padre…invece è talmente naturale, divertente, difficile nel suo essere semplice che mi sono appassionato. Capendo la struttura femminile che avevo frequentato in malo modo da fidanzato”.

Nei primo titolo c’era la parola Amici, in riferimento ad "Amici miei".
“Sì, c’era la volontà e la speranza che un po’ di equazione ci fosse. Amici miei stava alla morte come I laureati stava alla vita adulta. Loro avevano paura di morire ed esorcizzavano con le supercazzole, i miei avevano paura di crescere e alla soglia dei trent’anni vivevano in un giardino d’infanzia e così infatti Francesco Frigeri mi disegnò la sala da pranzo come un asilo di bambini. Il film inizia con una corsa e finisce nello stesso modo, non esiste evoluzione ma solo presa di coscienza. Dicono cerchiamo di crescere e poi scappano lasciando da pagare i debiti della vita. Chissà che fine hanno fatto. A volte ho pensato a I laureati 2, ma la fine non sarebbe stata dignitosa, nessuno dei 4 ce l’ha fatta. Oggi sono entrati nella fase di Amici miei, lo scherzo per paura della sincope”.

Ma un progetto I laureati 2 non c’è stato?
“Cecchi Gori fece anche una brochure in cui annunciava I laureati 2 con me e Cucinotta. “Mi raccomando mi disse, facciamolo”. Io non ero convinto, non li ho mai fatti i numero due. Anche perché guardando le ragazze che ballavano sulla cucina di un casolare avevo avuto una nuova idea. Glielo raccontai e lui 'secondo me I laureati 2 sarebbe stato meglio, ma facciamo questo Ciclone'”.

C’è stato un momento in cui il successo le ha dato alla testa?
“Era l'argomento de Il pesce innamorato. Dopo il Ciclone pensano che tu sia l’incasso che hai fatto e diventa problematico se ci credi. Nel film succedeva con il libro. Fermo sull’autostrada – cosa che mi è successa – il protagonista decide di scappare, costruirsi una casetta nel bosco per difendersi da chi pensa che improvvisamente sia un genio. Io me ne resi conto guardando il bosco, mentre il telefono continuava a squillare, che tornare a Firenze era la mia casetta nel bosco, dagli amici che mi chiamano prendendomi per le mele “Il regista” e a mangiare un panino al lampredotto. Firenze ti chiede com'è il film: a Roma, dove c’è l’industria, ti chiedono “quanto ha fatto il film”. C’è chi si prende troppo sul serio”.

Il momento più difficile della carriera?
“Non ho grandi aspettative, non c’è stato un film bocciato. Forse quando è uscito Il mio west che non ha dato il risultato sperato al botteghino, dopo i 78 miliardi di Il ciclone e i 75 di Fuochi d’artificio. Abbiamo girato Il mio West con Harvey Keitel e David Bowie, tutto in inglese perché pensavamo di poter prendere non dico l’Oscar, ma forse anche il Nobel per la pace. Io invece a letto nel silenzio sento un fischio – credo che sia l’acufene ma è ancora il pernacchione che ci fecero all’epoca perché la volemmo fare troppo grossa. Veronesi credeva nel progetto, che in origine avrebbe dovuto avere Mastroianni nel ruolo del padre e Diego Abatantuono, solo lui ci credeva -  è un visionario – ma se da vent’anni non si faceva un western è perché come diceva la mi’ nonna “io non guardo western in tv perché mi fanno polvere”.

Oggi che comici le piacciono?
“Sono vecchio, come quelli che ti dicono del vinile e riascoltano De André e dicono “si son bravi i trapper però…”. Ho rivisto tutto Guido Tersilli di Sordi, e poi Manfredi e Tognazzi, sono patrimoni assoluti. Son sempre a riguardare. Mi sveglio alle 4 di notte e nel dormiveglia compro cose su Amazon che la mattina dopo non ricordo. Ormai il corriere me li lascia in garage sopra la ghiacciaia. Ieri l’altro sono andato a vedere e ho trovato Qualcuno volò sul nido del cuculo.”

Le serie tv la tentano?
“Mia figlia s’appassiona e fa ragionamenti giustissimi sulle serie Netflix. E mi hanno offerto ruoli in serie poi andate benissimo. Ma girare a Roma per otto mesi sarebbe una fatica micidiale".

Non si è mai sentito accettato, a Roma, neanche vent'anni fa.
"Andai a una festa ed ebbi l’impressione di essere il fantasma di Ghost, era appena uscito Il Ciclone e ci fu l’atteggiamento di invidia da incasso. Nessuno mi rivolse parola. E’ un'industria, magari è giusto così. Io ho sempre raccontato la provincia che è più edulcorata, smussa gli angoli rispetto alla grande città".

Come ha vissuto la clausura durante l'emergenza?
“In campagna tra i cinghiali, dove passo il tempo anche quando non sono in lockdown. Ma sono preoccupato per lo spettacolo. Il flashmob dei bauli a Milano l’altro giorno è stato un tuffo al cuore. Quei bauli in fila in piazza Duomo sono un’immagine catastrofica. Quei bauli dovrebbero stare dietro le quinte dei teatri. Ho fatto una tournée con Conti e Panariello, 300 mila persone ci sono venute a vedere, che mi sembra trent’anni fa. Non so quando si potrà di nuovo abbracciarsi, ridere e starnutire l’uno accanto all’altro. I teatri sono in ginocchio, bisogna avere la forza di sperare nel futuro”.
 
"I laureati" è anche una fotografia degli anni Novanta.
“Non sono nostalgico. Non avevamo la schiavitù del cellulare ma dei 50 messaggi registrati al telefono di casa, ricevevamo lettere profumate che perdevamo, ma ci può essere altrettanta poesia in un messaggio, e vestivamo davvero malissimo, riguardando il film e non dimentichiamoci che erano nati i paninari. Il mio pensiero più romantico è che il bello deve ancora venire. Sarà anche che oggi ho una figlia che dieci anni fa non avevo e mi si è spostato ancor di più il baricentro professionale e soprattutto umano. Oggi riguardo con tenerezza I laureati ma alla domanda torneresti ventinovenne ti faccio accendere nel cielo un “no” gigante come nella scena di un film di Woody Allen”.