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'Letter to you': la confessione di Springsteen, un uomo in cerca di speranze

La recensione / Il nuovo disco del Boss, in uscita il 23 ottobre. Le parole di un artista che ha bisogno del suo popolo, di ritrovare un'America che non riconosce più
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Questa America malata nel suo stesso sangue dalla cieca crudeltà della pandemia e intossicata nella testa dalla demagogia di Trump, esce come un distillato di amarezza e furore nelle nuove canzoni del Boss. La prima canzone è anche la più solitaria e splendente di tutte, One minute you’re here, come un’elegia struggente dove Springsteen ci mette una pronuncia “burina”, dice un “down” che suona come un “deun”, roba da provincia remota, da bovari da prateria che cantano canzoni country, mostrando una sconfinata nostalgia, la voglia di un America primigenia, innocente, spersa chissà dove, in un sogno, in una fantasia. “Baby baby baby I’m so alone” canta sommesso, giusto un attimo prima di schiudersi all’abbraccio della E Street Band che parte dal secondo pezzo, Letter to you, già emesso come singolo un mese fa e titolo di tutto l’album, come a voler dire: non dimentichiamolo, …
Questa America malata nel suo stesso sangue dalla cieca crudeltà della pandemia e intossicata nella testa dalla demagogia di Trump, esce come un distillato di amarezza e furore nelle nuove canzoni del Boss. La prima canzone è anche la più solitaria e splendente di tutte, One minute you’re here, come un’elegia struggente dove Springsteen ci mette una pronuncia “burina”, dice un “down” che suona come un “deun”, roba da provincia remota, da bovari da prateria che cantano canzoni country, mostrando una sconfinata nostalgia, la voglia di un America primigenia, innocente, spersa chissà dove, in un sogno, in una fantasia. “Baby baby baby I’m so alone” canta sommesso, giusto un attimo prima di schiudersi all’abbraccio della E Street Band che parte dal secondo pezzo, Letter to you, già emesso come singolo un mese fa e titolo di tutto l’album, come a voler dire: non dimentichiamolo, le canzoni sono come lettere e sono indirizzate proprio a te che ascolti. Ma la “lettera” che il Boss ha scritto a tutti noi non è esattamente quella che forse molti si aspettavano.

Non c’è l’orgoglio smisurato degli eroi del dopo 11 settembre, non c’è il cavaliere senza macchia e senza paura che di fronte al pericolo che sta impestando il mondo ci dice come fare e come uscirne. Piuttosto si confessa, cerca di essere sincero più che può, e l’esito è piuttosto chiaro. Lo Springsteen di oggi più che di innovazioni e spericolate novità, ha bisogno di certezze, di parlare alla comunità che intorno a lui si è formata negli anni, solida, ferma, un popolo di ideali e di speranza, è lui che per una volta dichiara di volersi appoggiare, che con gli anni che passano, con vecchiaia e depressione che aleggiano sulla sua casa, ha bisogno della sua gente, e soprattutto di riassaporare in pieno il gusto dela famiglia della E Street Band, come non faceva da tempo.


Bruce Springsteen, 71 anni. In alto, la copertina del nuovo album 'Letter to you'
(foto: Danny Clinch) 


Il disco l’ha fatto con loro, in pochi giorni, come una fotografia urgente da scattare velocemente, e questo lo porta un po’ indietro nel tempo. Molti di questi brani sembrano pezzi di anni fa, e in qualche caso lo sono, ripescati da vecchi polverosi cassetti. Così suonano Letter to you e Burnin' train, così suona Janey needs a shooter, ci sono dappertutto fantasmi, richiami alle origini, a quello spirito magico che da ragazzi inseguivano con le prime band del Jersey sound. Ghosts è un dolore antico, Last man standing è un deserto di polvere, e alla fine dell’album ci fa addirittura sentire come sarebbe stato Springsteen se fosse stato Dylan. If I was a priest è più che un omaggio, quasi una parafrasi, anche forse una pennellata leggera d’ironia nel rievocare il Grande Maestro, quello che ha insegnato letteratura rock a tutto il mondo della musica. Suona in parte come Like a rolling stone, in parte ricorda l’artificio narrativo di If I were a carpenter, che poi è quello di “se fossi foco”, ambientato anche questo in un clima quasi western: “Se Gesù fosse uno sceriffo e io fossi un prete…” canta il Boss, e questa voce “dylaniata” la ribatte in Song for orphans.

Tra i pezzi più sentiti c’è Rainmaker, vecchissima composizione pensata ai tempi di Bush, rimasta nel cassetto e ripescata per l’occasione perché forse suona più attuale oggi che prima. È il pezzo più diretto ai problemi che attanagliano l’America. Ma quello che conta è ritrovare lo spirito di gruppo, oggi è la cosa più importante e ancora di più lo rimarca in House of a thousand guitars, un’esplosione di energia che fa pensare immediatamente ai concerti verso i quali il pezzo è proiettato, là verso il luogo in cui la musica prende davvero vita, dove lo spirito guida può scendere sui celebranti come una grazia venuta dal cielo. Ci mancano i concerti, ma a Springsteen mancano ancora di più, e si avverte in ogni cellula di questo album.