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Lous and the Yakuza: "Il mio nome è l'anagramma di 'soul', e sono un'artista di strada"

Intervista all'artista da 35 milioni di streaming che ha da poco pubblicato l'album d'esordio 'Gore'
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Prima dei 35 milioni di streaming di Dilemme, di altrettanti follower e visualizzazioni, prima del Late Show con Jimmy Fallon, c’era una ragazza di colore stravagante e carismatica che si aggirava per Bruxelles senza fissa dimora, povera in canna, in tasca solo l’abbonamento semestrale per i mezzi pubblici. «Era quanto mi bastava per fare il giro degli studi di registrazione e cercare di buttar giù qualche traccia», ricorda Marie-Pierra Kakoma, 24 anni, padre congolese e madre del Ruanda, conosciuta con lo pseudonimo di Lous and the Yakuza, che lo scorso weekend ha pubblicato Gore, l’esordio più atteso del 2020, anticipato da una serie di singoli e video che, complice El Guincho (produttore di Rosalía e J Balvin; «Dopo aver ascoltato il nuevo flamenco di Malamente mi sono detta: questo è il mio uomo, e sono corsa a Barcellona a cercarlo»), sono riusciti a farsi strada tra le nebbie fitte della pandemia.

Rapper, tra…
Prima dei 35 milioni di streaming di Dilemme, di altrettanti follower e visualizzazioni, prima del Late Show con Jimmy Fallon, c’era una ragazza di colore stravagante e carismatica che si aggirava per Bruxelles senza fissa dimora, povera in canna, in tasca solo l’abbonamento semestrale per i mezzi pubblici. «Era quanto mi bastava per fare il giro degli studi di registrazione e cercare di buttar giù qualche traccia», ricorda Marie-Pierra Kakoma, 24 anni, padre congolese e madre del Ruanda, conosciuta con lo pseudonimo di Lous and the Yakuza, che lo scorso weekend ha pubblicato Gore, l’esordio più atteso del 2020, anticipato da una serie di singoli e video che, complice El Guincho (produttore di Rosalía e J Balvin; «Dopo aver ascoltato il nuevo flamenco di Malamente mi sono detta: questo è il mio uomo, e sono corsa a Barcellona a cercarlo»), sono riusciti a farsi strada tra le nebbie fitte della pandemia.

Rapper, trapper, cantante, scrittrice e visual artist, Lous («È l’anagramma di Soul») sembra presa alla sprovvista: «L’album mi è arrivato addosso come un treno in corsa, ma devo frenare l’entusiasmo perché questo, con la seconda ondata del Covid, è un periodo difficilissimo per gli artisti. Credo in Dio, nulla succede per caso; l’ho interpretato come un altro impedimento nella mia vita, che è stata, letteralmente, una corsa a ostacoli». Un’odissea iniziata a quattro anni, quando raggiunse la mamma, rifugiata politica, in Belgio; cinque anni dopo, nel 2005, la famiglia decise di stabilirsi nel Ruanda sconvolto dal genocidio, per poi tornare definitivamente a Bruxelles nel 2011.

«Ho avuto un’infanzia felice, prima che mia madre fosse arrestata per la sua etnia. In casa ascoltavamo musica classica, musica tradizionale africana - come Koffi Olomide e Papa Wemba (Congo), Salif Keita (Mali), Ismaël Lô (Senegal) - ma anche James Brown e Bob Marley», racconta. «Laggiù vivevamo da nababbi, avevamo una grande casa; in Belgio tutto fu più difficile, dormivamo in un’unica stanza, i miei, che erano medici, non potevano esercitare in Europa. Quando dissi loro che volevo fare la cantante, andarono su tutte le furie: hai bisogno di lavorare, stai solo perdendo tempo, finirai in mezzo a una strada, squattrinata a vita, sei una donna e per di più nera, nessuno ti aiuterà. Avevano ragione, i rischi erano evidenti ma avevano sottovalutato le mie risorse e la mia testardaggine».




Cominciò a fare ogni genere di lavoro, dalla barista alla runner, occasionalmente anche la modella, «sempre distratta dall’ossessione per la musica. Non riuscivo a concentrarmi sul lavoro, a diciotto anni ero folle e incosciente. Volevo vivere di musica, ma sfortunatamente la musica sazia l’anima, non il corpo; a un certo punto ero talmente denutrita che entravo e uscivo dall’ospedale. Anche gli amici cominciarono a preoccuparsi, uno mi disse "l’orgoglio ti ucciderà, devi chiedere aiuto alle persone che ti vogliono bene". In quel momento pensai davvero di morire, non avevo neanche i soldi per mangiare e nessun tipo di assicurazione medica. Non avevo un piano B, artista o niente. Pensavo: ci sono riusciti in molti, facendo inenarrabili sacrifici, la gavetta fa parte del menù; ce l’hanno fatta Etta James e Michael Jackson, sono nera come loro, da sempre discriminata, ce la farò anch’io».

Le sue tribolazioni sono chiaramente narrate dentro Gore: la fuga, la fame, la paura, le scelte spericolate, la solitudine, le provocazioni. «Non c’erano molte persone disposte a credere in me, anzi nessuna», racconta. «Ero troppo aggressiva? Avevano paura? Mettiamola così: sono stata sola e disperata fino a ventun anni, poi qualcosa ha cominciato ad andare per il verso giusto. Ma non ho mai smesso di scrivere, da quando avevo sette anni. A diciotto cominciai a registrare le prime canzoni. Non fu un periodo facile, ero una senzatetto, con tutte le difficoltà che immagina - una ragazza, nera… Non avevo nulla, a parte l’autostima».

Gore è un album di canzoni e rap arrabbiati e introspettivi, dettati da un’evidente urgenza artistica. «Gore sta per brutale, violento, maledetto, al punto da diventare grottesco», spiega. «Perché la mia vita è stata così buia e assurda che a un certo punto ho cominciato a piangerne e a riderne contemporaneamente. Anche l’oscurità ha la sua bellezza. Gore è quella dark side dell’esistenza di cui nessuno ama parlare». Courant d’air, ad esempio, è brutale quanto la sua vita da homeless, «quando tutti quelli che vivevano in strada, barboni e prostitute, cominciarono a incoraggiarmi a fare la vita per sopravvivere; non hai molto altro da vendere se non il tuo corpo, dicevano. Non ci riuscii. Pensavo: se un giorno avessi un figlio non vorrei mai sapesse che sua madre ha fatto la prostituta. Ho parlato con dozzine di professioniste in strada, nessuna felice, è il più umiliante dei mestieri».

La filosofia di Lous and the Yazuka è tutta dentro il testo di Amigo: «La vita non fa regali. Non ti ama e non ti odia, dipende da te trasformarla in un paradiso o in un inferno», riassume lei. «Spesso anche quelle dei nostri idoli sono vite da incubo. Chi vuole essere Marilyn Monroe o Amy Winehouse? Non io, io voglio vivere! Dicono che la musica sia una buona cura, non ne sono convinta. Non è stata la musica a salvarmi, è stato l’amore». Paure? «Nessuna, dopo quello che ho passato è la paura ad aver… paura di me».