E adesso Shakespeare e Goldoni li vedremo solo in video? Nel clima sospeso della chiusura delle sale teatrali, dopo il Dpcm di domenica, avanza l'ipotesi di fare teatro in tv e su piattaforme online dedicate. L'ha detto Dario Franceschini: "Faccio un appello alle tv per fare spettacoli, anche produzioni nuove" e insieme il ministro ha anche rilanciato la Netflix della Cultura, già annunciata la scorsa primavera, un canale web finanziato con 10 milioni dal Recovery Fund.
Ma è una soluzione alla crisi delle sale chiuse? Non tutti dicono sì. "Secondo me no. Ovvio che lo streaming non può sostituire lo spettacolo dal vivo, il corpo, la presenza degli attori", è la prima reazione di Fabrizio Gifuni, che parla anche come consigliere di Unita, l'associazione con 600 iscritti tra cui Francesco Favino, Luigi Lo Cascio, Paolo Pierobon, Massimo Popolizio, nata lo scorso 9 giugno per riportare la voce degli interpreti di teatro e audiovisivo nei processi decisionali dello Spettacolo. "Se non ci fosse l'emergenza aperta da questo provvedimento di chiusura senza logica, non staremmo nemmeno qui a discutere", continua l'attore, "una Netflix della Cultura può essere utile per rivedere le registrazioni di grandi Maestri o, in un momento come questo, per continuare a tenere viva la macchina produttiva e sostenere i lavoratori del teatro, ma temporaneamente. Lo spettacolo in video è contro natura rispetto all'atto teatrale che è quel campo magnetico che si crea tra il corpo in scena e il corpo degli spettatori che insieme formano una comunità".
"Io invece credo che se grazie alla pandemia si sono accorti che esiste il teatro, dobbiamo sfruttare la situazione", replica Monica Guerritore, sostenitrice del teatro in tv in una proposta presentata al ministro: "La mia idea è che il teatro debba andare in prima serata su Rai 1 una volta a settimana, un teatro popolare e di grandi nomi che possa aprire la porta a quello dei giovani artisti. Mentre la Neflix della Cultura sarebbe utile per creare programmi ad hoc, per una documentazione o per lo streaming di eventi culturali. Queste due cose garantirebbero agli attori un ritorno economico, una parte del quale potrebbe andare in un fondo destinato ai colleghi e tecnici in difficoltà. Senza contare che recitare in un prodotto tv, fatto non con una telecamerina frontale, ma con veri macchinari, sarebbe innovativo per noi attori, per imparare un altro modo di stare in scena. Una Netflix o un canale tv possono essere un momento generativo anche perché abbatte la riserva indiana dove ci siamo rinchiusi noi teatranti" .
"Attenzione, però. Una Netflix della Cultura può avere potenzialità creativa e di invenzione, e può essere un veicolo di promozione per i giovani artisti, però, da un lato non tutti i lavori sono trasformabili in video, e dall'altra proprio per le compagnie più piccole e giovani è una difficoltà. Registrare un lavoro per l'online ha costi alti se fatto bene e molti giovani artisti sono fuori dalle casse integrazioni, in balia della disoccupazione. La priorità resta riaprire i teatri": questa l'opinione di Daniela Nicolò, regista e leader con Enrico Casagrande dei Motus, una delle compagnie indipendenti più celebri anche all'estero che come direttori del festival di Santarcangelo si stanno battendo per mantenere live gli spettacoli.
"Se la si pensa come soluzione integrativa e non sostitutiva allo spettacolo dal vivo, lo streaming è una buona idea", secondo Filippo Fonsatti, direttore del Teatro Stabile di Torino che in estate ha sperimentato tre produzioni per l'online e per il palcoscenico col progetto Claustrophilia a cura di Valerio Binasco, "ma deve essere chiaro che una piattaforma web per il teatro può esistere solo se c'è un finanziamento pubblico, perché non ha sostenibilità economica. Il National Theatre durante il lockdown ha messo in streaming le grandi produzioni e ha raccolto 120mila sterline, 130mila euro, una cifra che incassa col teatro aperto in tre sere. Una soluzione sarebbe far entrare la piattaforma nell'orbita della Rai. Anche perché bisogna dotarsi di apparecchiature e di competenze che oggi non tutti i teatri hanno. Ma io dico: pensiamoci. Una Netflix teatrale potrebbe essere anche uno strumento di innovazione creativa importante, come lo è stato per il cinema, dove Netflix, Hbo, Amazon sono diventati vivai di nuovi talenti della scrittura".
Ma è una soluzione alla crisi delle sale chiuse? Non tutti dicono sì. "Secondo me no. Ovvio che lo streaming non può sostituire lo spettacolo dal vivo, il corpo, la presenza degli attori", è la prima reazione di Fabrizio Gifuni, che parla anche come consigliere di Unita, l'associazione con 600 iscritti tra cui Francesco Favino, Luigi Lo Cascio, Paolo Pierobon, Massimo Popolizio, nata lo scorso 9 giugno per riportare la voce degli interpreti di teatro e audiovisivo nei processi decisionali dello Spettacolo. "Se non ci fosse l'emergenza aperta da questo provvedimento di chiusura senza logica, non staremmo nemmeno qui a discutere", continua l'attore, "una Netflix della Cultura può essere utile per rivedere le registrazioni di grandi Maestri o, in un momento come questo, per continuare a tenere viva la macchina produttiva e sostenere i lavoratori del teatro, ma temporaneamente. Lo spettacolo in video è contro natura rispetto all'atto teatrale che è quel campo magnetico che si crea tra il corpo in scena e il corpo degli spettatori che insieme formano una comunità".
"Io invece credo che se grazie alla pandemia si sono accorti che esiste il teatro, dobbiamo sfruttare la situazione", replica Monica Guerritore, sostenitrice del teatro in tv in una proposta presentata al ministro: "La mia idea è che il teatro debba andare in prima serata su Rai 1 una volta a settimana, un teatro popolare e di grandi nomi che possa aprire la porta a quello dei giovani artisti. Mentre la Neflix della Cultura sarebbe utile per creare programmi ad hoc, per una documentazione o per lo streaming di eventi culturali. Queste due cose garantirebbero agli attori un ritorno economico, una parte del quale potrebbe andare in un fondo destinato ai colleghi e tecnici in difficoltà. Senza contare che recitare in un prodotto tv, fatto non con una telecamerina frontale, ma con veri macchinari, sarebbe innovativo per noi attori, per imparare un altro modo di stare in scena. Una Netflix o un canale tv possono essere un momento generativo anche perché abbatte la riserva indiana dove ci siamo rinchiusi noi teatranti" .
"Attenzione, però. Una Netflix della Cultura può avere potenzialità creativa e di invenzione, e può essere un veicolo di promozione per i giovani artisti, però, da un lato non tutti i lavori sono trasformabili in video, e dall'altra proprio per le compagnie più piccole e giovani è una difficoltà. Registrare un lavoro per l'online ha costi alti se fatto bene e molti giovani artisti sono fuori dalle casse integrazioni, in balia della disoccupazione. La priorità resta riaprire i teatri": questa l'opinione di Daniela Nicolò, regista e leader con Enrico Casagrande dei Motus, una delle compagnie indipendenti più celebri anche all'estero che come direttori del festival di Santarcangelo si stanno battendo per mantenere live gli spettacoli.
"Se la si pensa come soluzione integrativa e non sostitutiva allo spettacolo dal vivo, lo streaming è una buona idea", secondo Filippo Fonsatti, direttore del Teatro Stabile di Torino che in estate ha sperimentato tre produzioni per l'online e per il palcoscenico col progetto Claustrophilia a cura di Valerio Binasco, "ma deve essere chiaro che una piattaforma web per il teatro può esistere solo se c'è un finanziamento pubblico, perché non ha sostenibilità economica. Il National Theatre durante il lockdown ha messo in streaming le grandi produzioni e ha raccolto 120mila sterline, 130mila euro, una cifra che incassa col teatro aperto in tre sere. Una soluzione sarebbe far entrare la piattaforma nell'orbita della Rai. Anche perché bisogna dotarsi di apparecchiature e di competenze che oggi non tutti i teatri hanno. Ma io dico: pensiamoci. Una Netflix teatrale potrebbe essere anche uno strumento di innovazione creativa importante, come lo è stato per il cinema, dove Netflix, Hbo, Amazon sono diventati vivai di nuovi talenti della scrittura".