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Luca Argentero, protagonista di Doc 

Doc, su RaiUno va in onda la combinazione vincente delle fiction all'italiana

Trame che lasciano intravedere un po’ di thrilling, le nefandezze umane da condannare e punire, la speranza, la Fede: una formula da otto milioni di spettatori a puntata. Aspettando la nuova stagione di Don Matteo, è Luca Argentero a tenere in piedi il giovedì sera della prima rete nazionale. Uno dei pochi, molto basici momenti di intrattenimento che ci sono rimasti in questo periodo di rinunce
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Il vero piacere coltivato in tv dalla maggior parte degli italiani in questo dannatissimo periodo? Una fiction vecchio stampo, ma qui e là ammodernata: ovviamente su Raiuno, si chiama Doc, va il giovedì sera – ovvero quando bisogna mandare le classiche fiction di Raiuno altrimenti ci restano male a milioni – e ha per protagonista il bel Luca Argentero nei panni di un medico piuttosto abile ma con un vulnus notevole: ha perso ampi pezzi di memoria in un incidente e deve fare i conti ogni giorno, anzi ogni minuto, con questo guaio. Che condiziona le questioni professionali ma, soprattutto, quelle sentimentali, in un viluppo di trama in cui ci sono tremendi segreti che l’oblio mirato del dottore fanno rimanere tali. E su quello si gioca tutto. Prima stagione, successo travolgente e non è detto che fosse scontato: e quindi via con la seconda, in pieno svolgimento.

Tra gli spunti di discussione interessanti (ovvero due-tre all’anno, nelle annat…
Il vero piacere coltivato in tv dalla maggior parte degli italiani in questo dannatissimo periodo? Una fiction vecchio stampo, ma qui e là ammodernata: ovviamente su Raiuno, si chiama Doc, va il giovedì sera – ovvero quando bisogna mandare le classiche fiction di Raiuno altrimenti ci restano male a milioni – e ha per protagonista il bel Luca Argentero nei panni di un medico piuttosto abile ma con un vulnus notevole: ha perso ampi pezzi di memoria in un incidente e deve fare i conti ogni giorno, anzi ogni minuto, con questo guaio. Che condiziona le questioni professionali ma, soprattutto, quelle sentimentali, in un viluppo di trama in cui ci sono tremendi segreti che l’oblio mirato del dottore fanno rimanere tali. E su quello si gioca tutto. Prima stagione, successo travolgente e non è detto che fosse scontato: e quindi via con la seconda, in pieno svolgimento.

Tra gli spunti di discussione interessanti (ovvero due-tre all’anno, nelle annate migliori) offerti dal web e dai social, di recente ne è sbucato uno, nato soprattutto dalle decisioni del Governo per contrastare la pandemia. Il tema: cosa bisogna salvaguardare in questa Italia e a cosa si può rinunciare, seppur a malincuore? Qualcuno ha notato che il panorama è davvero basico, che alla fin fine il paese si stringe o si ribella solo per l’essenziale della vita, restituendoci a una dimensione da dopoguerra o quasi: l’emergenza lo giustifica, il male minore è il male minore e a quello bisogna rifarsi.

Forse i governanti si sono basati sulle fiction classiche di Raiuno in grado di collezionare a ogni puntata otto milioni di spettatori – cifra mostruosa di questi tempi – aspettando che una nuova stagione di Don Matteo (Raiuno, il giovedì, ovvio) arrivi a confermare l’assunto. E quindi Doc, le vicende di cui sopra, le trame che lasciano intravedere un po’ di thrilling, le nefandezze umane da condannare e punire nel corso della puntata, la speranza, la Fede in fondo – il tutto unito a volti belli e noti, i caratteristi che affollano questo genere di cose e che ormai riconosci da una serie all’altra e li senti come tuoi vicini di casa. In alcuni casi, e non necessariamente in ruoli minori, anche un livello di recitazione ben al di sotto del minimo sindacale, ma è voluto anche quello, fa sentire terreni e raggiungibili tutti quanti, se recita quello, o quella, ed è pure celebre ce la possiamo fare tutti – e non lo diciamo necessariamente in senso negativo.

Non sarà un caso se tutte queste fiction, compreso Doc, arrivano dalla casa madre di LuxVide, un polso ferreo e infallibile su questo genere di lavori, con il fondatore che si chiamava Ettore Bernabei ed era proprio lui, quello del dopoguerra o quasi, e gli eredi a coltivarne il mito, e che mito.