'La regina di scacchi' Anya Taylor-Joy: "Vi insegno la mossa che vi cambia la vita"
di
Silvia Bizio
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di Silvia Bizio
Intervista alla protagonista di 'The Queen's Gambit', la serie più vista su Netflix
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LOS ANGELES - «Non avevo mai giocato a scacchi. Ora sono sicuramente una giocatrice migliore di quanto fossi prima di lavorare su questo set». Difficile dare torto a Anya Taylor-Joy, 24 anni, protagonista della miniserie Netflix The Queen’s Gambit — in Italia La regina degli scacchi. Ogni partita cui il pubblico assiste è stata ideata da Bruce Pandolfini, il coach di scacchi più esperto d’America, e da Garry Kasparov, celeberrimo maestro e campione del mondo dal 1985 al 2000. Loro sanno che cosa sia "the queen's gambit", mossa d’apertura del gioco (per gli esperti il “gambetto di donna”) che dà il titolo alla miniserie al momento in cima alla classifica delle più viste della piattaforma.
«Ho imparato tutte le sequenze come fossero una coreografia, essere una ballerina mi ha aiutata a ricordarle» dice l’attrice che interpreta Beth Harmon, che conosciamo ragazzina (in questo caso…
LOS ANGELES - «Non avevo mai giocato a scacchi. Ora sono sicuramente una giocatrice migliore di quanto fossi prima di lavorare su questo set». Difficile dare torto a Anya Taylor-Joy, 24 anni, protagonista della miniserie Netflix The Queen’s Gambit — in Italia La regina degli scacchi. Ogni partita cui il pubblico assiste è stata ideata da Bruce Pandolfini, il coach di scacchi più esperto d’America, e da Garry Kasparov, celeberrimo maestro e campione del mondo dal 1985 al 2000. Loro sanno che cosa sia "the queen's gambit", mossa d’apertura del gioco (per gli esperti il “gambetto di donna”) che dà il titolo alla miniserie al momento in cima alla classifica delle più viste della piattaforma.
«Ho imparato tutte le sequenze come fossero una coreografia, essere una ballerina mi ha aiutata a ricordarle» dice l’attrice che interpreta Beth Harmon, che conosciamo ragazzina (in questo caso l’attrice Isla Johnston) nell’America dei primi anni 60, orfana allorché l’amata ma instabile madre muore in un incidente stradale. Ospite dell’orfanotrofio statale — dove ai ragazzini vengono somministrati tranquillanti spacciati per vitamine — è lì che impara, dal vecchio custode, le prime mosse della sua vita. Proprio quelle “vitamine” le provocano effetti allucinogeni che consentono alla sua mente di giocare interminabili partite a scacchi con mosse studiate grazie a “proiezioni” sul soffitto del dormitorio. Un talento, quello della ragazza, che non passa inosservato. Adottata da un’altra famiglia disfunzionale, si impone anno dopo anno in ogni torneo, dalle scuole locali alle gare nazionali fino al match con l’allora imbattibile campione russo. Raggiungiamo l’attrice via Zoom a Belfast dove è impegnata nelle riprese di The Northman, regia di Robert Eggers, saga vichinga con Nicole Kidman, Alexander Skarsgard, Willem Dafoe e Ethan Hawke.
Anya Taylor-Joy in 'The Queen's Gambit'. In alto, l'attrice in un'altra scena della miniserie
Non giocava a scacchi ma non ha esitato ad accettare questa proposta.
«Ho firmato prima ancora che esistesse una sceneggiatura vera e propria. Ho letto il libro in un’ora e mezza, e sono corsa all’incontro con il creatore della serie, Scott Frank, piena di idee. Mi sono appassionata alla storia e al personaggio forse perché so cosa voglia dire sentirsi fuori luogo, cercare un posto che puoi chiamare casa. Fin da bambina ho sempre avuto la sensazione che mi mancasse qualcosa. La prima volta che mi sono sentita nel posto giusto è stato sul set di The Witch, nel 2015. Per Beth gli scacchi rappresentano quel che per me ha rappresentato il cinema» .
La storia esplora il genio femminile.
«La bellezza e la forza di Beth sono nel suo imporsi in una società fortemente maschilista, in cui le persone fanno fatica a comprendere come una donna possa partecipare a una conversazione. Spero che la sua storia ci faccia capire quanto tutti dovremmo ambire a una società in cui non ci venga detto cosa possiamo o non possiamo fare, in cui non ci venga vietato il sogno di diventare qualsiasi cosa si voglia, e in cui soprattutto non esistano differenze in base al sesso o al colore della pelle. Poter interpretare una ragazza che viveva negli anni 60 e che provava ad andare contro tutto questo è stato liberatorio».
Colpisce l’uso di droghe tranquillanti negli istituti per giovani orfani. Eppure hanno un ruolo nella vicenda.
«Ci sono rimasta di stucco quando ho scoperto che negli anni 50 e 60 era una pratica comune per gestire i bambini con facilità. È interessante come Beth scopra gli scacchi nel momento in cui viene obbligata ad assumere quelle pastiglie che le creano dipendenza e pensa che senza di esse non riuscirà più a esprimersi. Questo la porta a dubitare costantemente di se stessa, a chiedersi se tanta genialità non sia solo frutto di quelle pastiglie. Dubbi che la assillano per tutta la storia».
Finite le riprese, la passione per gli scacchi le è rimasta o ha lasciato andare tutto?
«È rimasta, anzi, ora ho un set da viaggio che porto sempre con me, e che mi ha resa molto popolare con le troupe perché quando siamo su un set nei periodi morti, ci divertiamo tutti a giocare».