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(ansa)

Sean Connery, sornione e contagioso: così i maestri del cinema s'innamorarono di lui

Nessun altro attore riuscì ad attribuire a 007 lo stesso fascino e la stessa leggerezza. Questo gli aprì le porte con Hitchcock, Spielberg, De Palma e molti altri
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Non erano soltanto il carisma e la bellezza che facevano di Sean Connery una stella di prima grandezza: la sua recitazione era piena di sfumature e profondità, e la forza dei suoi personaggi affondava le radici in un’ironia sorniona e contagiosa. Era insomma un attore molto più interessante di quanto potesse apparire per aver interpretato quell’icona imprescindibile ma bidimensionale che è James Bond, come è evidente nei film più riusciti della serie, come Goldfinger e Thunderball: nessuno dei successori è mai riuscito a raggiungere il fascino e la leggerezza con cui ha dato sostanza a un personaggio identificato con un numero.


Sean Connery, l'indimenticabile monaco nel capolavoro "Il nome della Rosa"



Se ne accorsero i migliori registi del mondo, ipnotizzati dalla folgorante prestanza fisica, il carisma di chi riesce a impadronirsi di ogni scena, e l’accento scozzese accentua…
Non erano soltanto il carisma e la bellezza che facevano di Sean Connery una stella di prima grandezza: la sua recitazione era piena di sfumature e profondità, e la forza dei suoi personaggi affondava le radici in un’ironia sorniona e contagiosa. Era insomma un attore molto più interessante di quanto potesse apparire per aver interpretato quell’icona imprescindibile ma bidimensionale che è James Bond, come è evidente nei film più riusciti della serie, come Goldfinger e Thunderball: nessuno dei successori è mai riuscito a raggiungere il fascino e la leggerezza con cui ha dato sostanza a un personaggio identificato con un numero.


Sean Connery, l'indimenticabile monaco nel capolavoro "Il nome della Rosa"



Se ne accorsero i migliori registi del mondo, ipnotizzati dalla folgorante prestanza fisica, il carisma di chi riesce a impadronirsi di ogni scena, e l’accento scozzese accentuato con orgoglio: Sir Thomas Sean Connery aveva un tatuaggio sul braccio con scritto Scotland Forever, e amava farsi riprendere in kilt con i colori del clan MacLean. Steven Spielberg gli affidò il ruolo di Henry Jones, il padre di Indiana: soltanto lui poteva apparire più cool di Harrison Ford, che Connery trattò, lungo tutte le avventure del film, con condiscendenza paterna. E se ne era già accorto John Huston, che lo volle come protagonista, insieme a Michael Caine in L’uomo che volle farsi re: un personaggio che riesce a essere regale e fasullo, seducente e irresistibile anche quando è impossibile prenderlo sul serio.


Sean Connery in 'Finding Forrester'. In alto, in 'L'uomo che volle farsi re' (ansa)


Ancora prima ne aveva compreso le potenzialità Alfred Hitchcock, che lo aveva scritturato in Marnie. Al termine del primo giorno di riprese, Tippi Hedren chiese udienza al regista e gli disse: “Nella sceneggiatura è scritto che il mio personaggio è una donna frigida: ma lo hai visto Sean, come faccio?”; Hitchcock si limitò a rispondere: Sì mia cara, ho letto anch’io la sceneggiatura, è quello che viene definite recitare”. Negli anni in cui interpretò Bond riuscì ad eccellere anche con Sidney Lumet, che lo volle ne La collina del disonore. In quel periodo faceva di tutto per variare i propri ruoli, e tra le ottime interpretazioni dimenticate c’è quella de I cospiratori, di Martin Ritt.

Negli anni Ottanta, quando finalmente dismise il ruolo di Bond, le sue qualità vennero valorizzate anche da Richard Lester, che ne esaltò il lato romantico nello struggente Robin e Marian, e Brian De Palma, che ne Gli intoccabili non prese in considerazione alcun altro attore per ruolo di Jim Malone. Per quel film Connery vinse un Oscar, e diede il meglio di sé smussando nell’ironia anche le scene più drammatiche e avventurose: mai come in quel film accentuò, insieme alla cadenza scozzese, il vezzo di strascinare la lettera s: caratteristiche e difetti che solo lui riusciva a rendere irresistibili. Riuscì a essere magnifico anche con un altro maestro come Fred Zinnemann, che lo volle come protagonista nel suo ultimo film da regista. La storia d’amore di Cinque giorni un’estate si regge sulla sua interpretazione, impostata tutta sul less is more.


Sean Connery, quando nel 1998 vinse il suo unico Oscar



Meno fortunata la collaborazione con John Boorman per Zardoz, ma anche in quel film irrisolto Connery risulta magnetico. Opposto il risultato ottenuto con John Milius, che puntò sul suo carisma per Il vento e il leone, e poi con Terry Gilliam, che volle soltanto lui come Agamennone ne I banditi del tempo. Non molto diversa l’intuizione di Jean-Jacques Annaud, che gli affidò il ruolo di Guglielmo di Baskerville ne Il nome della rosa: si ha la sensazione che sia Connery il primo a divertirsi. Come anche in Finding Forrester, dove Gus Van Sant gli chiese di interpretare uno scrittore ispirato a JD Salinger: si deve a Connery se il personaggio non risulta respingente.

È un vero peccato che non sia mai stato realizzato l’adattamento delle Braci di Sandor Marai: Milos Forman voleva rivelarne il lato più umano e crepuscolare. Lungo tutta la carriera, non ha mai disdegnato partecipazioni a un cinema a grana grossa, come la serie Highlander, dando a volte l’impressione che fosse sufficiente la propria personalità a rendere compiuto ogni personaggio. Uno dei suoi talenti era quello di non prendersi mai troppo sul serio, e dava sempre l’impressione di conoscere già la fine del film che interpretava, prediligendo tuttavia sempre il sorriso sull’amarezza.