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Elvis Presley 

Canzoni tristi, una medicina per il nostro umore

Offrono consolazione quando si è sopraffatti dalla malinconia. E negli Stati Uniti sono addirittura un genere a sé. In Italia non c'è un grande cantautore che non si sia cimentato con strofe e melodie commoventi. Ecco allora due playlist, una internazionale e una tutta di casa nostra, che Repubblica ha stilato su Apple Music per dare sfogo a tutte le nostre lacrime. E poi, finalmente, sentirci meglio
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“C’è una canzone triste nel mio cuor”, cantava Zucchero, celebrando uno dei più singolari piaceri dell’essere umano, quello dell’immalinconirsi ascoltando una canzone. E se le canzoni malinconiche, che portano alle lacrime, alla commozione, sono tante, tantissime, sono moltissime anche le canzoni veramente tristi, quelle che hanno a che vedere con la disperazione. Talmente tante che un noto produttore televisivo americano, Tom Reynolds, alcuni anni fa ha pensato bene di scriverci sopra un libro, intitolato come una tristissima canzone dei Nirvana, I hate myself and I want to die, ovvero, odio me stesso e voglio morire. E’ sulla base di quel libro che Repubblica vi propone questa settimana non una ma ben due playlist dedicate al tema, una “internazionale”, prendendo spunto dal libro di Reynolds, intitolata Feel bad songs, e una italiana, intitolata semplicemente Canzoni tristi, con alcune delle canzoni tristi che hanno segna…
“C’è una canzone triste nel mio cuor”, cantava Zucchero, celebrando uno dei più singolari piaceri dell’essere umano, quello dell’immalinconirsi ascoltando una canzone. E se le canzoni malinconiche, che portano alle lacrime, alla commozione, sono tante, tantissime, sono moltissime anche le canzoni veramente tristi, quelle che hanno a che vedere con la disperazione. Talmente tante che un noto produttore televisivo americano, Tom Reynolds, alcuni anni fa ha pensato bene di scriverci sopra un libro, intitolato come una tristissima canzone dei Nirvana, I hate myself and I want to die, ovvero, odio me stesso e voglio morire. E’ sulla base di quel libro che Repubblica vi propone questa settimana non una ma ben due playlist dedicate al tema, una “internazionale”, prendendo spunto dal libro di Reynolds, intitolata Feel bad songs, e una italiana, intitolata semplicemente Canzoni tristi, con alcune delle canzoni tristi che hanno segnato la storia della nostra musica popolare.

Due playlist attorno a quella singolare categoria di canzoni che in America ha anche un nome, “feel bad songs”, che alle volte ci servono proprio per piangere, per stare più male di quanto stiamo (e quindi in realtà di trovare una forma, per contrasto, di consolazione), per non sentirci soli nella tristezza o nella disperazione, per poter cantare piangendo e, in qualche modo, chiedere di essere ascoltati o aiutati. Un genere, addirittura, se vogliamo arrivare al fondo della verità, che è genere letterario e cinematografico: alzi la mano chi non ha mai visto un film o letto un libro che, fin dall’inizio, sapeva sarebbe andato a finire male. Anzi, in alcuni casi, soprattutto cinematografici, il genere “triste”, quello che ci fa uscire dalla sala in lacrime, è genere da “blockbuster”, da campione d’incasso. Non è di meno il campo della canzone e infatti Reynolds dichiara, all’inizio del suo libro, che il materiale è talmente vasto, e talmente opinabile è la definizione di canzone triste, che ovviamente la lista di sole 52 canzoni che lui propone è del tutto soggettiva. Anche se tutte le canzoni rispondono a un criterio certo: una canzone triste non è quella che parla di cose tristi ma, dice Reynolds, quella che ti spinge, senza volerlo, "a buttarti dalla finestra prima che la melodia sia conclusa".

Alcune delle canzoni segnalate da Reynolds sono dei classici assoluti della musica popolare, da Heartbreak Hotel di Elvis Presley (“Da quando la mia ragazza mi ha lasciato, ho trovato un nuovo posto dove stare, è in fondo a via della solitudine, è l'Hotel dei Cuori Infranti. Sono così solo che potrei morire”) a The River di Bruce Springsteen (“La più triste descrizione di matrimonio mai cantata da essere umano”, scrive Reynolds), da Strange Fruit di Billie Holiday a Comfortably Numb dei Pink Floyd. Altre invece sono meno note, ma non meno “disperanti” come quella che Reynolds mette al primo posto, The Christmas Shoes dei NewSong, che arrivò al primo posto delle classifiche Usa raccontando la storia di un uomo che odiava il Natale e che incontra un bambino che non ha i soldi per comprare le scarpe alla madre morente.

E in Italia? Beh, la storia delle canzoni tristi è lunghissima, da Mamma mia dammi cento lire a Profumi e balocchi, da Miniera dei New Trolls a Vecchio frac di Modugno, quasi nessuno dei grandi autori della canzone italiana è riuscito a evitare almeno una volta di scrivere qualcosa di veramente deprimente. Lo ha fatto Lucio Battisti (con la complicità di Mogol), lo hanno fatto Baglioni, Zero, Venditti, De André, Fossati, Ivan Graziani con Firenze (Canzone triste) tanto per citarne alcuni, ma anche la canzone pop non è stata allegrissima (memorabile è Riderà cantata da Little Tony che recita “Tu falla ridere perché, ha pianto troppo insieme a me”).

Per tutti gli anni Settanta comunque, mentre all’estero impazzava la disco music e il rock, i nostri cantautori diventavano, del tutto immeritatamente, gli alfieri della “tristezza”, i cantori della malinconia. Non era vero, ovviamente, ma l’immagine del cantautore costituzionalmente malinconico è arrivata intatta fino a oggi ed è ancora un buon soggetto per i comici di Zelig.