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Calissoni-Bulgari, un docufilm sul sequestro che cambiò l'Italia

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Su RaiPlay 'Ti ho visto negli occhi', il racconto emozionante e drammatico di un rapimento che tenne il Paese con il fiato sospeso
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«Mia madre Anna Bulgari è mancata il 22 maggio, aveva 93 anni. Sono passati 37 anni dal nostro rapimento» racconta Giorgio Calissoni, «ormai più che un fatto di cronaca è un fatto storico. Per questo ho voluto raccontarlo nel documentario, perché la memoria è importante. Anche mamma ha partecipato, mi dispiace che non abbia potuto vederlo». Ti ho visto negli occhi di Vania Colasanti con la regia di Andrea Menghini, in prima visione su RaiPlay da oggi, è il racconto emozionante di un sequestro che fece epoca.

Calissoni — rapito a diciassette anni con la madre — rivive la prigionia. L’Italia intera trattiene il fiato: le immagini dei tg Rai ripercorrono i 35 giorni del sequestro, con le testimonianze inedite di chi era nella villa quel 19 novembre dell’83. «Oggi i sequestri di persona non ci sono più, con i cellulari sarebbe impossibile. Quando ci vennero a prendere, nella casa di cam…
«Mia madre Anna Bulgari è mancata il 22 maggio, aveva 93 anni. Sono passati 37 anni dal nostro rapimento» racconta Giorgio Calissoni, «ormai più che un fatto di cronaca è un fatto storico. Per questo ho voluto raccontarlo nel documentario, perché la memoria è importante. Anche mamma ha partecipato, mi dispiace che non abbia potuto vederlo». Ti ho visto negli occhi di Vania Colasanti con la regia di Andrea Menghini, in prima visione su RaiPlay da oggi, è il racconto emozionante di un sequestro che fece epoca.

Calissoni — rapito a diciassette anni con la madre — rivive la prigionia. L’Italia intera trattiene il fiato: le immagini dei tg Rai ripercorrono i 35 giorni del sequestro, con le testimonianze inedite di chi era nella villa quel 19 novembre dell’83. «Oggi i sequestri di persona non ci sono più, con i cellulari sarebbe impossibile. Quando ci vennero a prendere, nella casa di campagna ad Aprilia, a pochi chilometri da Roma, per prima cosa tagliarono i fili del telefono».

L’angoscia per l’attesa, il drammatico epilogo del taglio dell’orecchio di Giorgio, il pagamento del riscatto (4 miliardi), i soldi portati da amici fino in Liguria. Poi il rilascio, la vigilia di Natale. Anna Bulgari, donna bellissima, erede della dinastia di gioiellieri, esperta di argenti antichi, nelle foto indossa un foulard: per la disperazione di non aver potuto fare niente quando si accanirono sul figlio, si strappò ciuffi di capelli. Spiega nel documentario come ogni volta che sentiva di una persona «portata via» provasse un dolore.


Una foto di Giorgio Calissoni e Anna Bulgari scattata dai sequestratori durante la prigionia. Nella foto in alto  Giorgio Calissoni, 54 anni: quando lui e sua madre  vennero rapiti ne aveva 17 


«La privazione della libertà è la cosa più terribile» racconta Calissoni, notaio e padre di due figlie, Diamante e Delfina. «Penso che il dolore provato da mia madre abbia scavato dentro di lei, anche se era una donna forte, colta. Io ero un ragazzo maturo, studioso, tranquillo: non sono cambiato tanto». Ti ho visto negli occhi spiega il rapporto tra madre e figlio, i segni lasciati, visibili e non. «Per me è difficile analizzarli» spiega, «per fortuna, a differenza di mia mamma, ho avuto un grave trauma fisico ma a 17 anni avevo tutta la vita davanti. Per lei è stato più difficile superare l’angoscia, ha avuto una grande remora, quella di non avermi potuto aiutare. Sapeva che a dieci metri di distanza mi stavano tagliando un orecchio ma era impotente».

L’Italia del 1983 sembra lontanissima. «Anche un sequestro aiuta a capire un pezzo di storia. Quando si dice “ai miei tempi”, spieghiamo quali erano i mitici anni 80. Non sono stati anni d’oro. La stagione dei sequestri è durata fino ai primi anni 90». Calissoni ha subito quattro operazioni per la ricostruzione dell’orecchio («Devo tutto al professor Burt Brent a San Francisco, l’unico che faceva questi interventi»), la moglie racconta che il marito i primi tempi chiudeva a chiave tutte le porte.

La figlia Delfina lo definisce “il mio eroe”. «Mi vede così perché ho imparato a non fare mai tragedie. Penso: “C’è sempre qualcosa di peggio”, mi vede sereno. Però confesso: col primo lockdown una notte sono uscito a passeggiare, mi mancava l’aria. Mi ha fermato una pattuglia dei carabinieri: “Vada a casa, se no la denunciamo”. Il lockdown è una misura giusta, ma penso che la libertà sia un bene sommo, anche uscire per respirare è qualcosa. Quando sento dei rapimenti per scopi terroristici mi metto nei panni dell’ostaggio: nessuno come me può capirlo».